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  1. patrizia farello Rispondi
    Quello che non mi torna è l'affermazione che le attrezzature siano state pesantemente danneggiate dalla guerra. A me risulta il contrario che nulla o quasi fu danneggiato, per cui le conclusioni sulla vendita 2002 non mi trovano d'acordo.
    • La redazione Rispondi
      Cara lettrice, non è facile avere cifre definite a riguardo. Ci siamo basati su documenti pubblici che unanimemente parlano di danni sostanziali alle infrastrutture di telecomunicazione. Ad esempio, secondo la International Telecommunication Union, che ha tenuto una conferenza sul tema nel 2002, "... In addition to terrestrial links, till the middle of April 1999 there were three Earth stations used for international and intercontinental traffic. These three stations were heavily damaged and put out of operation and also radio-relay sites with objects and telecommunication and broadcasting equipment were destroyed, as a result of NATO air strikes. Total roughly estimated value of damage is approximately 281 millions USD." Anche se questa cifra si riferisce sia alla Serbia, sia al (molto più piccolo) Montenegro, ci sembra che si tratti di dati significativi... Distinti saluti Giovanni Canetta e Carlo Scarpa
  2. Mario Cucchia Rispondi
    Condivido le considerazioni relativamente alla valutazione delle partecipazione. A posteriori è di scarsa utilità dire se un affare si poteva prevedere che sarebbe andato bene o male, a parte il fatto che dall'esperienza si traggono informazioni utili per il futuro. Mi chiedo, invece, se di fronte alle valutazioni etiche che si moltiplicano su questioni finanziarie (pamalat, cirio, enron) non sia opportuno anche affrontare il tema dell'eticità di fare affari (o meglio rischiare affari) in paesi dittatoriali, in cui ci sono evidenti violazioni dei diritti umani, o addiritttura si tratta di nazioni che useranno quelle risorse, pubbliche o private, per comprare armi e fare guerre.
    • La redazione Rispondi
      Caro lettore, la questione è etica e sono un po' riluttante a espormi "in quanto economista", anche se sono personalmente in simpatia con quanto dice Temo però che stiamo mescolando situazioni differenti. Parmalat ha sfruttato opportunità date da paradisi fiscali per truffare - a quanto pare - investitori di tutto il mondo. Con l'operazione Telekom Serbia stiamo invece parlando di un investimento in un paese politicamente poco stabile (oltre che dittatoriale), che poteva forse sembrare redditizia ex-ante ma a posteriori ha mostrato quanto fosse rischiosa (anche al di là delle considerazioni etiche). Noto poi che imprese di tutti i paesi occidentali fanno affari in una serie di paesi che gli organismi internazionali bollano come antidemocratici (o peggio), e su questo non conosco sanzioni, se non quelle che venissero dagli stessi consumatori o investitori (l'esperienza delle banche etiche è proprio in questa direzione). Purtroppo, sono ancora iniziative estremamente limitate e per questo poco efficaci. Cordiali saluti Carlo Scarpa
  3. Stefano Mazzocchi Rispondi
    Ringrazio gli autori per la preziosa analisi che hanno svolto. Tuttavia essa sembra concentrarsi su un aspetto che a me pare, se mi permettete, marginale. Rimane fuori quello che è il tema principale: quello politico. Tanto più che la questione buono/cattivo affare viene utilizzata spesso proprio (non certo dagli autori) per tenere in secondo piano, o coprire del tutto, l'aspetto politico. Vorrei evidenziare alcuni elementi: - la cessione della quota di minoranza di Telekom Serbia rappresento' per il regime di Belgrado un affare di portata colossale, capace di incrementare addirittura di circa il 60-70% il bilancio pubblico jugoslavo. - Tale fu l'impatto e la dimensione dell'accordo, che all'epoca dei fatti esso fu definito dal principale quotidiano economico italiano, Il Sole 24 Ore, come "la più importante operazione con l'estero compiuta dal governo di Belgrado" (e sottolineiamo, governo). Operazione che ruppe in modo eclatante oltre cinque anni di isolamento, tanto politico quanto economico, internazionale. - L'operazione Telekom Serbia nel suo complesso ha fatto entrare nelle casse del governo federale una somma pari a circa il 4,5% del PIL. Per dare una misura, sarebbe come se, fatte le debite proporzioni, il ministro Tremonti disponesse dall'oggi al domani di una cifra vicina ai 60.000 milioni di euro.... - Infine, per meglio capire l'impatto sulle finanze del regime, basti considerare che nel 1997, a fronte di entrate fiscali che l'FMI valuta in circa 1.150 milioni di dollari, l'affare Telekom Serbia ha garantito alla dittatura di Belgrado un incremento delle risorse finanziarie disponibili di circa il 60-70%. Considerati questi elementi, è possibile ritenere del tutto ineccepibile che il governo italiano, all'epoca dei fatti azionista di maggioranza di Telecom Italia, abbia fornito una simile boccata d'ossigeno (e cosi' tante risorse destinate ad essere usate per fini criminali) ad un regime - quello di Milosevic - già isolato internazionalmente per la politica di sangue attuata - e poi continuata - negli anni 90?
    • La redazione Rispondi
      Gentile Sig Mazzocchi, la ringraziamo per il suo commento. Come abbiamo scritto nel cappello del nostro intervento, l'analisi si limita volutamente agli aspetti numerici e tecnici delle transazioni e alle tempistiche dell'operazione. I dati alla base delle nostre considerazioni sono verficabili e pubblici e ed il ragionamento che ne deriva e' un ragionamento quantitativo tecnico elementarmente deduttivo. Abbiamo scelto di fare chiarezza sui numeri anche al fine di permettere a chi poi volesse dare un giudizio politico, etico o di opportunita' di farlo su basi quantitative corrette. Da qui in poi, ciascuno - informato - può fare le considerazioni che preferisce. Giovanni Canetta e Carlo Scarpa