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Se stabilità fa rima con trasparenza

Esiste una dicotomia tra la stabilità, ovvero la riduzione del rischio per le banche e i correntisti, e la trasparenza che dovrebbe tutelare gli investitori individuali? Le contraddizioni nella ripartizione delle competenze di vigilanza per aree di attività andrebbero superate per ricercare soluzioni che tengano conto dell’interesse generale ad avere mercati finanziari degni della fiducia degli investitori. Come è accaduto nel Regno Unito, dove le priorità e le iniziative di regolamentazione e vigilanza sono definite di volta in volta in funzione dei fattori che possono mettere a rischio il sistema.

Leggendo quanto è stato scritto, o dichiarato, da autorevoli rappresentanti del mondo accademico e istituzionale riguardo agli obbiettivi che guiderebbero l’operato di Consob e Banca d’Italia nell’esercizio dei rispettivi poteri di vigilanza, viene da chiedersi se dietro l’iniziativa di creare una autorità unica per la vigilanza sui mercati finanziari non sia ravvisabile, accanto a irresistibili tentazioni di conseguire un riassetto dei poteri di controllo sui mercati finanziari, anche un qualche plausibile elemento di razionalizzazione.

L’intrinseco conflitto

Sul Sole 24 ore del 7 gennaio 2004, Marco Onado afferma che il nodo centrale della vigilanza sui mercati finanziari è quello del conflitto intrinseco tra la regolamentazione di stabilità e quella di trasparenza. La prima non può che rallegrarsi di fronte a operazioni che riducono il rischio per le banche (anche a costo di trasferirlo sulle spalle dei risparmiatori). La seconda deve, invece, preoccuparsi di tutelare gli investitori individuali e quindi deve garantire tutte le informazioni possibili sul grado effettivo di rischio senza preoccuparsi se ciò riduce le opportunità di profitto per le banche.

In un’intervista rilasciata allo stesso quotidiano il 9 gennaio, Tommaso Padoa Schioppa sviluppa argomenti non dissimili da quelli di Onado. Quando gli viene chiesto se non vi sia contrasto tra stabilità e trasparenza, Padoa Schioppa risponde: “Certo che ci può essere. Non è detto che a fini di stabilità si persegua il massimo della trasparenza. Einaudi nel 1961 tesseva addirittura l’elogio del banchiere centrale che risolve i problemi nel chiuso del suo studio, facendo in modo che i problemi fossero risolti senza che venissero a conoscenza del pubblico e addirittura dei magistrati. Ma erano altri tempi. La trasparenza ha una logica opposta, implica l’immediata distribuzione di ogni rilevante informazione a investitori consapevoli. Non è che una logica sia giusta e una sbagliata. Si applicano a profili diversi”.

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Nella visione di Padoa Schioppa e Onado stabilità e trasparenza sono dunque presentati come obbiettivi fra di loro in conflitto.

Investitori più o meno consapevoli

Si tratta di un punto di vista che si espone a un’obiezione fondamentale: il correntista bancario inconsapevole (da tutelare) e l’investitore consapevole (al più da informare) nell’Italia del 2004 sono in un numero assai consistente di casi la stessa persona.

Inoltre, dato il basso livello di educazione finanziaria che caratterizza il nostro Paese, gli operatori cui si rivolgono i cittadini per ottenere consigli sulle scelte di portafoglio sono inevitabilmente tentati dall’anteporre la valutazione degli interessi loro propri, nonché quelli della istituzione per conto della quale operano, al prudente apprezzamento della avversione al rischio della clientela. Vi è infine certamente un caso in cui parlare di investitore consapevole risulta quanto meno fuorviante: quello dei lavoratori iscritti ai fondi pensione privati, la cui tutela necessariamente richiede un approccio integrato che tenga simultaneamente conto delle esigenze di stabilità (intesa come capacità dei fondi di far fronte alle prestazioni pensionistiche attese) e di trasparenza.

I fattori di rischio

In tale quadro non appare del tutto incongruo il proposito di mettere a fuoco le contraddizioni intrinseche nella ripartizione delle competenze di vigilanza per aree di attività e ricercare soluzioni originali che tengano conto dell’interesse generale ad avere mercati finanziari degni della fiducia degli investitori.

Nel Regno Unito, ben oltre la mera istituzione di una autorità unica di vigilanza, la scelta fondamentale operata è stata quella di innovare radicalmente le metodologie di supervisione, ponendo al centro i fattori di rischiosità del sistema. Nel cosiddetto “Risk Based Approach” adottato dalla Financial Services Authority (Fsa), le priorità e le iniziative di regolamentazione e vigilanza dell’autorità sono definite in funzione dei fattori che mettono a rischio il perseguimento di quattro obbiettivi fondamentali:

market confidence (fiducia nel mercato)
consumer protection (tutela dei consumatori)
reduction of financial crime (riduzione dei crimini finanziari)
promotion of public awareness (promozione della consapevolezza pubblica).

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Nella enunciazione di tali obbiettivi sembra si possano riconoscere in modo esaustivo le esigenze che si pongono innanzi ai decision maker italiani a seguito dei dissesti Cirio e Parmalat.
Piuttosto che attardarsi nella discussione sugli assetti organizzativi delle autorità (con tutte le tentazioni di schieramento proprie di tale dibattito), varrebbe allora la pena di superare la dicotomia stabilità/trasparenza e concentrare l’attenzione sul modo migliore per ridare credibilità ai nostri mercati finanziari.

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Gennaio

  1. Riccardo Mariani

    E’ singolare che il caso Parmalat abbia avuto tra i suoi effetti quello di intaccare il “mito” della stabilità. A quanto pare quando la si persegue in via preventiva necessitano capri espiatori su cui scaricare i rischi in eccesso del sistema bancario; quando la si persegue come rimedio estremo (salvataggi di e tramite banche) deresponsabilizza i soggetti di mercato.

    Ripiegare sulla trasparenza come bene assoluto è pericoloso. Il numero ottimale di fallimenti non è zero, la trasparenza è costosa, oltre un certo limite strangola i mercati e, a quanto pare, delle informazioni distribuite il risparmiatore italiano non saprebbe che farne visto che considerarlo un soggetto consapevole sarebbe fuorviante.

    Non resta che istituire un nuovo controllore che persegua la via maestra del “giusto mezzo”. Ma anche questa è irta di insidie. Come ogni soluzione pragmatica apre a comportamenti discrezionali la cui dannosità già conosciamo fin troppo bene (qual è stato il criterio adottato per impedire in passato alcune fusioni bancarie?).

    Se si prende a modello il Regno Unito allora bisogna considerare che quella è una delle piazze più concorrenziali, le banche che operano lì sono in testa alle classifiche europee di redditività nei loro settori, il dinamismo è la norma e molti colossi pre-deregulation sono spariti. Forse tutto ciò non è un caso, la concorrenza può avere un ruolo nel creare un buon mix di stabilità e trasparenza, per esempio: 1) i fallimenti premiano i migliori ed impediscono che situazioni critiche si trascinino nel tempo 2) quando “scalare” l’ avversario è facile i managers si controllano a vicenda e sono incentivati a diffondere informazioni (i colleghi, di solito, sono ben informati) 3) elementi di imprenditorialità nella giustizia (class action, sfruttamento dei whisleblower) migliorano i controlli ex post.

    Da noi alcuni elementi non ci fanno cogliere questo contributo, per esempio il veto all’ entrata dello straniero, oppure il ruolo che ancora hanno le Fondazioni (e quindi la politica) nell’ azionariato delle banche, ancora, un sistema inquisitorio imperniato sugli Ordini professionali e sul monopolio delle Procure. Si potrebbe continuare.

    Viene il dubbio che il preteso nesso di causalità tra trasparenza e stabiltà da un lato ed efficienza dall’ altro sia, almeno in parte, da rovesciare.

    Saluto cordialmente.

    • La redazione

      La concorrenza è certamente un elemento che potrebbe avere effetti molto positivi su mercati poco dinamici come quello bancario italiano. E’ del tutto lecito sostenere che da questo punto di vista Bankitalia non è esente da responsabilità, essendosi comportata come una tutrice delle banche (ponendole al riparo da scalate ostili, ma non evitando derive pericolose – remember Banco di Napoli) più che come un autentico watchdog.

      Resta però il fatto che il caso Parmalat ci dice qualcosa di più e di diverso: senza una rete di controlli (interni ed esterni) indipendenti ed efficienti i mercati finanziari si trasformano nel Far West. Se poi si declina la stabilità bancaria come un elemento configgente con l’interesse degli investitori..

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