Gli effetti economici delle amnistie fiscali dipendono molto dalle aspettative. E i risultati di un nostro sondaggio condotto da Demoskopea suggeriscono che le categorie più ricche, più istruite e con più capacità di evadere hanno effettivamente ridotto i pagamenti delle imposte dovute. Ma a loro volta queste riduzioni comportano un peggioramento del bilancio dello Stato e dunque la necessità di ulteriori “perdoni fiscali”. Con il rischio di un’auto-alimentazione dei condoni.

Anche quest’anno, sotto l’albero di Natale, i contribuenti italiani hanno trovato un bel condono.
Più esattamente, l’estensione del condono fiscale concesso l’anno scorso ai redditi relativi all’anno 2002, cioè a quei redditi per cui milioni di italiani hanno pagato il saldo a giugno 2003. O almeno avrebbero dovuto farlo.


Il condizionale è d’obbligo, perché gli effetti economici delle amnistie dipendono molto dal gioco delle aspettative. Poiché infatti il condono comporta una sostanziale riduzione del debito d’imposta rispetto al normale onere tributario, un contribuente che si fosse aspettato l’estensione, almeno sulla semplice base di un calcolo di costi e benefici attesi, avrebbe dovuto posticipare il pagamento delle imposte per il 2002, così da incassare il premio indotto dalla differenza nel carico fiscale.
In altri termini, i condoni, se anticipati, dovrebbero ridurre il gettito fiscale, mentre se non anticipati, dovrebbero aumentarlo. (vedi  Bordignon) (1)
Molti commentatori, anche su lavoce.info, hanno utilizzato proprio l’argomento dell’anticipo per criticare l’uso disinvolto e ripetuto delle amnistie fiscali da parte del Governo.
Ma è proprio vero? I condoni italiani sono stati veramente anticipati dai contribuenti? E se anticipati, hanno davvero condotto ad una riduzione dei pagamenti correnti? Quale evidenza esiste a questo proposito?


I numeri e il loro uso


Rispondere a queste domande, apparentemente banali, è molto complesso. Si potrebbe pensare che basti analizzare l’evoluzione dei gettiti tributari, ma non è così.

Per esempio, un recente documento del ministero del Tesoro, largamente ripreso dalla stampa, riporta che le entrate tributarie nel periodo gennaio-novembre 2003 rispetto allo stesso periodo dello anno 2002, sono cresciute del 7 per cento, e di ben il 4,4 per cento al netto delle entrate da condoni, una cifra comunque superiore alla crescita del reddito nominale.
Almeno a prima vista, questo sembrerebbe confutare l’ipotesi di una sostituzione gettito da condono – pagamenti normali delle imposte, dato che l’elasticità del prelievo “normale” rispetto al reddito è in genere pressoché unitaria.
Sennonché, guardando meglio i dati, si osserva che buona parte dell’incremento è dovuto al dato di novembre, che mostra rispetto allo stesso mese dell’anno scorso una crescita delle entrate complessive al netto dei condoni del tutto eccezionale, più 18 per cento.
Che è successo? È l’effetto del decreto legge che impone alla banche di anticipare parte del gettito che incasseranno nel 2004 al 2003? E cosa garantisce che l’ottimo risultato di novembre non venga poi vanificato da una riduzione dei gettiti a dicembre o in qualche mese successivo dell’anno prossimo?


Come questo esempio insegna, è assai difficile ricavare dai dati tributari evidenze conclusive in una direzione o nell’altra, soprattutto su archi temporali limitati. In generale, a parte il problema della qualità, disponibilità e tempestività dei dati, la difficoltà principale consiste nel fatto che i gettiti delle varie imposte dipendono da molti fattori concomitanti (il ciclo economico, la continua evoluzione normativa, le modifiche nella composizione del valore aggiunto ecc.) e isolare la parte dovuta ai provvedimenti di condono è estremamente complesso. (vedi Fedeli-Zangari e Marchese per tentativi in questo senso).

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Il sondaggio


Esiste tuttavia una possibile alternativa. Poiché i comportamenti fiscali dipendono dalle percezioni, le domande si possono porre direttamente agli stessi contribuenti. Naturalmente, con qualche accorgimento nella formulazione: non si può chiedere a qualcuno se quest’anno ha evaso di più in attesa del prossimo condono, convinti che risponda onestamente, magari auto-denunciandosi nel contempo. Tuttavia, si possono fare domande di carattere più generale e cercare di inferire dalle risposte qualcosa sui comportamenti dei contribuenti, soprattutto di quelli più a rischio di evasione.


Qui presentiamo appunto i risultati di un simile tentativo.
Si tratta di un sondaggio telefonico svolto (gratuitamente!) da Demoskopea. A un campione di circa mille soggetti rappresentativo della popolazione, sono state rivolte una serie di domande. Tra queste figuravano anche tre domande sui condoni elaborate dalla redazione fiscale de lavoce.info.
Le specifiche esatte del sondaggio, del campione, i risultati complessivi e alcune elaborazioni preliminari dei dati sono riportati per intero nell’articolo a fianco. ( vedi Bordignon e Tabasso) Ci limitiamo qui a commentare i principali risultati.


Il sondaggio tendeva soprattutto a gettare luce sui seguenti tre interrogativi: i condoni offerti nel 2002 erano stati anticipati dai contribuenti? E se sì, da chi ? In particolare, la questione interessante è se le categorie con più capacità di evasione (i percettori di redditi diversi da quelli da lavoro dipendente) erano state in grado di anticipare i condoni, perché è da queste che ci aspetteremmo possibili comportamenti strategici.
Il secondo interrogativo era altrettanto importante: i condoni erano stati percepiti come una tantum o come un elemento permanente e dunque ripetibile della strategia fiscale del Governo? È un punto fondamentale per capire gli effetti dei condoni sulle aspettative.
Se infatti i contribuenti avessero considerato i condoni del 2002 solo come il risultato di qualche evento irripetibile, non ci sarebbe stato il rischio di una auto-alimentazione dei condoni, con l’offerta di oggi che aumenta le aspettative di condoni futuri, inducendo i contribuenti a ridurre i pagamenti correnti e dunque potenzialmente creando le necessità di ulteriori condoni da parte dello Stato.
Infine, un terzo interrogativo riguardava esplicitamente l’attitudine dei contribuenti verso l’evasione fiscale.
Le decisioni fiscali sono complesse: anche in presenza della percezione dell’esistenza di vantaggi dall’evasione presente, indotti dalle aspettative di condoni futuri, non necessariamente i contribuenti, o almeno la maggioranza, sfruttano queste possibilità.
Molto dipende dalle percezioni relative alla “giustezza” dell’evasione. In altre parole, da un giudizio etico sulla moralità degli atti evasivi


I risultati

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I risultati del sondaggio vanno presi con cautela, come è sempre il caso con questi esercizi. Tuttavia, con i dovuti distinguo, suggeriscono risposte precise alle domande che ci siamo posti all’inizio. In primo luogo, i condoni varati nel 2002 erano attesi dalla stragrande maggioranza dei contribuenti. In particolare, erano attesi soprattutto dai percettori di redditi diversi da quelli del lavoro dipendente.
In secondo luogo, queste stesse categorie legano anche più di altre le aspettative di condoni alle condizioni generali di bilancio pubblico: in presenza di peggioramenti, si aspettano l’offerta di ulteriori condoni.
In terzo luogo, questi stessi contribuenti sono anche quelli che appaiono giustificare di più l’evasione fiscale, imputandola maggiormente a una necessità di difesa del contribuente contro un fisco percepito come troppo esoso.
Messi tutti e tre assieme, questi risultati suggeriscono che è tutt’altro che remota la possibilità che le categorie con più capacità di evadere abbiano ridotto i pagamenti correnti in attesa di condoni futuri.
Suggeriscono anche che è molto concreto il rischio dell’instaurarsi di un circolo vizioso, con (le aspettative di) condoni che creano riduzioni nei pagamenti correnti che, a loro volta, generano la necessità di varare ulteriori condoni.
Lasciamo a chi può e deve di trarre le proprie conclusioni.


 


(1) Questo non esclude il caso del contribuente onesto che pur avendo assolto correttamente i propri obblighi fiscali si convince (o viene convinto dal proprio commercialista) a pagare comunque il condono, “per evitare ulteriori guai”. Un rapido sguardo alla rubrica delle lettere de lavoce.info, o di qualunque altro giornale, suscita immediatamente l’impressione che questi contribuenti siano nel caso italiano una fattispecie tutt’altro che marginale. Si tratta di una differenza istituzionale di non poco conto rispetto a paesi più civili, di cui conviene ricordarsi nei rituali esercizi del “cui prodest”. Un contribuente britannico o danese non si sognerebbe mai di aderire a un condono se fosse stato onesto in passato, convinto, a ragione, che nel caso di controlli ex post la sua buona fede verrebbe prontamente riconosciuta. Il contribuente italico onesto sconta razionalmente il fatto che far valere la propria buona fede, ammesso che ci si riesca, costa tempo e denaro. Dunque, in molti casi si adegua, pagando alla fine più di quanto dovuto. Questi casi non modificano tuttavia la sostanza dell’argomento nel testo, anzi lo rafforzano. Dopo essere stati scottati una volta, c’è da chiedersi quanti contribuenti indignati per aver dovuto pagare due volte, siano ancora disposti a pagare volontariamente le imposte.

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