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La sfida dell’innovazione organizzativa

In Italia il ruolo della sola ricerca e sviluppo nell’accelerazione del processo di sostituzione di lavoro poco qualificato con quello qualificato è marginale. Più impatto ha invece l’innovazione organizzativa, ovvero l’introduzione di significativi cambiamenti nelle funzioni interne all’impresa. Servono perciò maggiori investimenti in tecnologie digitali, che consentono innovazioni di prodotto e di processo, ma anche organizzative. E va promosso il riorientamento del sistema scolastico verso competenze generaliste e capacità logiche e relazionali.

Le autorevoli voci levatesi di recente a indicare nell’aumento della spesa in ricerca e sviluppo (R&S) la strada principale per restituire competitività internazionale alle imprese italiane potrebbero indurre a un eccesso d’ottimismo.
Benché maggiori investimenti in R&S siano senza alcun dubbio auspicabili, non esiste alcun meccanismo automatico grazie al quale la tecnologia così creata si traduce in quegli incrementi di produttività e in quelle innovazioni di prodotto tanto importanti per il rilancio dell’economia nazionale.

Due vincoli

Vanno infatti considerati due vincoli.
1) La presenza di un effetto struttura: in un paese nel quale quasi un quarto del valore aggiunto manifatturiero è realizzato dai settori tradizionali (alimentare, tessile-abbigliamento, pelli e calzature, mobili e legno) e oltre il 99 per cento delle imprese attive occupa meno di cinquanta addetti, solo pochi soggetti vengono coinvolti nelle attività di ricerca (giacché i settori tradizionali fanno poca R&S e i laboratori di ricerca non trovano spazio nelle micro-imprese).
2) La scarsa disponibilità di capitale umano qualificato nelle fasi del ciclo produttivo in cui è più forte l’esigenza di modernizzazione e avanzamento tecnologico.

Rispetto al primo vincolo la soluzione è chiara, ancorché di difficile realizzazione: riposizionarsi su produzioni “avanzate” a maggiore intensità tecnologica. Sotto questo punto di vista, è in effetti fonte di grande preoccupazione il progressivo disimpegno delle imprese italiane da settori quali la chimica, l’informatica, l’aerospaziale e le attrezzature per telecomunicazioni. Per contrastare questa tendenza, la nostra politica industriale dovrebbe recuperare un approccio “targeted” che, senza ripetere gli errori del passato (statalismo, burocrazia, assenza di incentivi), sia in grado di ridirezionare la struttura produttiva a favore dei settori innovativi e in crescita e a vantaggio delle imprese medio-grandi.

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Sul secondo vincolo, anche la sola individuazione di soluzioni è più complessa. Per questo è opportuno procedere a un’analisi comparata e a un approfondimento della situazione italiana prima di provare a delineare possibili strategie di intervento.
A livello comparativo, una semplice analisi descrittiva (Figura 1) della dinamica del rapporto tra lavoratori qualificati e lavoratori non qualificati evidenzia, nei sette paesi maggiormente industrializzati, una chiara tendenza alla sostituzione dei secondi con i primi (skill-bias).
Tuttavia, tra i G-7 esistono differenze significative nelle quote di lavoratori qualificati e l’Italia occupa una posizione di coda.

Per quanto riguarda le cause dello skill-bias, un’analisi condotta su quattrocento imprese (con una dimensione media di 350 addetti) del campione Mediocredito Centrale per gli anni 1991-1997 (Piva, Santarelli, Vivarelli, 2003), dimostra come in Italia sia in realtà marginale, anche a causa dell’effetto struttura, il ruolo della sola R&S nell’accelerazione del processo di sostituzione di lavoro poco qualificato con lavoro qualificato.
Invece, guardando all’impatto dell’innovazione organizzativa (definita come introduzione di significativi cambiamenti nelle funzioni interne all’impresa), emerge con chiarezza come questa influenzi la domanda sia di lavoratori poco qualificati che di lavoratori molto qualificati, causando una significativa contrazione della prima e una significativa crescita della seconda.

Inoltre, se i possibili fattori di accelerazione del processo di sostituzione di lavoro poco qualificato con lavoro qualificato vengono presi in considerazione congiuntamente, l’impulso che innovazione organizzativa e spesa in R&S imprimono insieme all’upskilling della forza-lavoro risulta essere maggiore della somma dell’apporto individuale di ciascuna di esse.

Che fare?

Nel contesto fin qui delineato un’azione di policy a largo raggio dovrebbe in primo luogo promuovere maggiori investimenti in tecnologie digitali, volte a innovazioni non solo di prodotto o di processo, ma anche organizzative.
In seconda battuta, dovrebbe promuovere il riorientamento del sistema scolastico e universitario a favore delle competenze generaliste e delle capacità logiche e relazionali.
La Legge finanziaria coglie correttamente la rilevanza del primo punto, introducendo opportune agevolazioni fiscali, ma non appare abbastanza incisiva rispetto alla necessità di favorire un collegamento più stretto fra ricerca di base e formazione. La creazione dell’Istituto italiano di tecnologia, per quanto sia prematuro prevederne le reali potenzialità di sviluppo e sempre presente il rischio che possa diventare l’ennesima scatola vuota, potrebbe rappresentare un passo importante ai fini della restituzione alla ricerca e all’istruzione superiore del ruolo di loro competenza in una società moderna e consapevole dell’importanza dei processi innovativi.

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Per saperne di più

Piva, M., Santarelli, E., M. Vivarelli, 2003, “The Skill Bias Effect of Technological and Organisational Change: Evidence and Policy Implications”, IZA – Bonn, Discussion Paper No.934, novembre.

 

 

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Sommario 13 gennaio

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Tariffe poco pubbliche

  1. Pierpaolo Sette

    Gentili autori,
    La vostra analisi mette bene in luce come delle volte, rispetto a quanto erroneamente si crede, l’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo non possa risolvere da solo i problemi di competitività del nostro sistema. Certamente la R&S è un fattore importante di sviluppo, ma poi è il mercato a decidere in che settore indirizzare gli investimenti.
    Per quanto riguarda la creazione del nuovo istituto tecnologico, ho il timore che si possa creare una scatola vuota.
    Personalmente credo che questi poli debbano nascere,come i distretti industriali,con una forte spinta dal basso. Se manca questa spinta,data spontaneamente dalle stesse imprese e dai sistemi di ricerca,nessun intervento dall’alto può garantire la riuscita di queste strutture.
    Concludo ponendovi un quesito. Personalmente noto che in molti ambienti ,vi è diffidenza nei confronti dello sviluppo delle nuove tecnologie. L’esempio delle biotecnologie mi pare emblematico.
    Credete che questa mancanza di informazione possa essere un fattore che ostacola lo sviluppo delle nuove tecnologie nei vari campi di ricerca?

    Cordialmente

    Pierpaolo

    • La redazione

      Con le Università´ trasformate, nella quasi totalità´ dei casi, in Teaching Colleges di Serie B qualcosa bisogna pur fare per restituire al paese un minimo di capacità´ di svolgere ricerca di frontiera. Spetterà´ poi a chi sarà´chiamato a guidarlo far sì che L´Istituto italiano di tecnologia non diventi una scatola vuota. Certo, se verranno reclutati con il manuale Cencelli della Seconda Repubblica c´e´ poco da stare allegri. Le consigliamo, visto che Lei e´evidentemente un attento navigatore/esploratore (il politically correct prima di tutto…) del Web, di rintracciare con un buon motore di ricerca il CV scientifico e professionale dei “nominati”. Su queste cose, a saperci ben guardare, il Web non mente…
      Quanto all’ultima parte della Sua domanda, crediamo che le maggiori resistenze allo sviluppo di innovazioni provengano, in tutti i settori, dai soggetti sprovvisti di adeguate competenze e capacita´tecnologiche. Ma che il vecchio si opponga al nuovo non e´affatto sorprendente..
      Enrico Santarelli e Marco Vivarelli

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