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  1. Jura Rispondi

    L'articolo non affronta, e non fa nemmeno un accenno ad un vero problema delle Università Italiane - una diffusa corruzione. Già alla triennale il 90% di professori sono apatici, non motivi affatto ad insegnarti e a trasmetterti delle conoscenze vere (purché ne abbiano da trasmettere). Qua si parla di dottorati, ma con una base che fornisce le Università pubbliche italiane agli studenti, si potrebbe soltanto andare a lavorare in un call center (come infatti succede spesso).

  2. Paolo Rispondi
    Sono capitato per caso in questa discussione consultando il sito de lavoce.info, e intervengo perche' sono un po' confuso dai vostri discorsi. Il dottorato in Italia esiste da venti anni, esistono schiere di dottori di ricerca (ottimi) in tutte le discipline scientifiche mi fa un po' sorridere il discorso che lo studente italiano non e' tradizionalmente portato al dottorato!!! Signori le formule (3+2+3 , 1+3+2, ....) rivestono un importanza relativa, la cosa piu' importante e' il contenuto di questi anni formativi e la serieta' con la quale vengono svolti. Alla serieta' e completezza dei contenuti contribuisce anche una certa stabilita' nella formula che non dovrebbe essere stravolta per la gloria di ogni Ministro che passa. Vi saluto cordialmente, Paolo Zuccon. PhD in Fisica.
  3. Pietro Rizza Rispondi
    Sono d'accordo sul fatto che l'Italia abbia una vocazione poco spiccata alla ricerca. Questo e' innegabile e mi pare chiaro che qualcosa vada fatto per invertire il trend. Premetto solo di non condividere l'idea che in Italia l'istruzione sia troppo generalista a livello universitario. L'universita' italiana e' molto piu' specialistica di quella americana dove gli studenti finiscono per studiare poco di tante cose senza avere una conoscenza approfondita di niente. Io penso che l'universita' italiana debba mantenere il carattere che ha negli studi che portano alla laurea, magari permettendo ogni tanto la possibilita' di fare corsi non collegati al dipartimento di riferimento. Riguardo il modello graduate, non concordo con l'idea di replicare il modello UK. Secondo me il modello da seguire e' quello americano dei quattro anni (2 di corsi ed esami, 2 o 3 di ricerca). Il primo anno e' essenziale per avere una conoscenza avanzata di tutta l'economia, o quantomeno dei suoi fondamenti. Il primo anno fa anche una selezione feroce che permette a chi non e' in grado di lasciare prima che sia troppo tardi. Nel secondo anno ci si "specializza" nei campi che piacciono di piu'. A quel punto si e' pronti per fare ricerca. Come conciliarlo col modello Italiano? Basta far confluire nel biennio specialistico quei corsi che spesso si fanno in un master (le universita' americane di solito prediligono studenti italiani con un master gia' alle spalle). Il percorso totale sarebbe di 9 anni (un solo anno in piu' di quanto avviene in America: ma teniamo presente che spesso gli americani che vanno dal college al Ph.D. abbandonano, oppure fanno un master prima di iniziare il Ph.D con possibilita' di interrompere dopo 3 anni, dopo 5 anni o di continuare. La frontiera della ricerca accademica sono gli Stati Uniti. Perche' copiare il modello inglese?
  4. Tomaso Pompili Rispondi
    Concordo con l'importanza del dottorato, e del percorso formativo che conduce ad esso, per il futuro della ricerca e quindi dell'università in Italia. Tuttavia, a mio parere, se si vuole, si può realizzare un buon dottorato anche in Italia, anche senza uscire dal contesto istituzionale attuale. 1) il percorso pre-dottorale può essere inserito nel biennio della specialistica. Basta che la facoltà disegni il piano di studi dedicando molti crediti alle materie a scelta dello studente e fornisca in quell'ambito un pacchetto di corsi del livello desiderato, segnalandone lo scopo. Visto che sono corsi opzionali, li si può offrire in inglese (lezioni e bibliografia), incoraggiando fra l'altro l'auto-selezione. Perfino le vituperate tabelle ministeriali consentirebbero una tale scelta, e con un numero di crediti significativo, nell'ordine dei 30 crediti (o più), nella versione Moratti ventura. Nell'equivalente di un semestre a tempo pieno si possono insegnare a studenti brillanti le annualità di micro e macro del Master a LSE per esempio (cito un ricordo dei miei tempi). Ricordo che parecchi miei colleghi di studi (a tutti voi ben noti, dalla stampa se non di persona) hanno fatto brillanti carriere accademiche e non passando dalla laurea (vecchio ordinamento) al PhD quadriennale USA, e non avevano già studiato micro e macro avanzata. 2) il primo anno di dottorato può essere considerato obbligatoriamente didattico (come in genere nei PhD triennali UK), tenendo però corsi che, a differenza di quelli odierni, diano per scontata la precedente frequenza dei corsi al punto 1. Ricordo bene che al PhD di LSE si offrivano solo Metodologia della ricerca (economica) e Argomenti di frontiera della ricerca (economica): forse potrebbe essere sufficiente pre-mettere a questi due il corso avanzato in un'area specialistica (quella della tesi) e/o econometria (non a tutte le aree specialistiche serve). Dato il numero di studenti di un dottorato, il corso specialistico potrebbe essere anche non insegnato, ma basato su una equivalente reading list obbligatoria, con esame (ci sarà in collegio dei docenti qualcuno in grado di stilarla?). Piuttosto, se questo può esser fatto già oggi e senza perdere i vantaggi della permanenza nell'ambito istituzionale italiano, perché non si fa o si fa troppo poco? Nonostante siano ormai in cattedra, o quasi, le prime generazioni che hanno massicciamente scelto la specializzazione all'estero? Forse, più che sui vincoli normativi, potrebbe essere illuminante l'analisi della dissonanza fra ottimo individuale e ottimo sociale nelle scelte dei docenti universitari come individui e come collegio ...
  5. Fabio Rispondi
    Penso che il dottorato abbia poco successo in Italia perchè non è nella tradizione accademica italiana la specializzazione. Mi spiego: già a partire dalla scuola superiore lo studente italiano viene abituato ad un sapere interdisciplinare (parola magica) e non è stimolato a sviluppare una particolare vocazione. Lo stesso accade all'università, dove nonostante la riforma abbia introdotto alcune novità in senso specialistico, il sapere viene trasmesso sempre in un'ottica generalista e mirata a dare allo studente una visione multilaterale del sapere: fa parte della nostra cultura, nel bene e nel male. La stessa filosofia ha portato il legislatore a creare la laurea specialistica, in cui molti argomenti di specialistico hanno poco, tuttavia, servono a fornire ulteriori conoscenze a livello intermedio o avanzato, senza però avere niente a che fare con la ricerca. Quando lo studente arriverà a iniziare il dottorato, avrà alle spalle 5 anni di università "nozionistica" (senza contare i 5 anni di liceo) e gli rimarranno 3 anni di studi orientati alla ricerca: troppo poco. Credo che il motivo sia da ricercare nella tradizione culturale italiana, poco incline all'innovazione e molto all'arricchimento culturale.