Se Consob avesse avuto accesso ai dati raccolti dalla Centrale dei rischi di Banca d’Italia avrebbe potuto scoprire per tempo la gravità della situazione di Parmalat? No, perché quei dati censiscono soltanto i crediti concessi da banche italiane. Non contengono invece informazioni su quelli erogati da istituti stranieri né sui bond emessi né sui debiti commerciali. Nel caso del gruppo di Collecchio avrebbero perciò evidenziato solo una piccola parte dell’indebitamento complessivo, per di più stabile negli ultimi anni.

Una questione non secondaria nella discussione sulla crisi Parmalat è se le Autorità di controllo abbiano usato adeguatamente le informazioni sull’esposizione creditizia del gruppo presenti nella Centrale dei rischi.

Le informazioni disponibili

La questione è stata sollevata da Lamberto Cardia, presidente della Consob, in un’intervista pubblicata dal Sole 24 Ore del 23 dicembre, ove esprime un rammarico: “Sono convinto che se avessimo avuto accesso alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia, avremmo potuto muoverci prima e, molto probabilmente, avremmo potuto scoprire in anticipo il caso Parmalat”.

L’accusa, dunque, è alla Banca d’Italia che non avrebbe fatto buon uso dei dati della Centrale dei rischi né in proprio né consentendo alla Consob di avvalersene. Per giudicare se e quanto l’accusa sia fondata occorre scendere in qualche dettaglio sulla composizione dell’indebitamento della Parmalat (per quel che se ne sa); e su quali informazioni sono contenute nella Centrale dei rischi.

Le notizie di stampa dei giorni scorsi quantificano in circa 7,1 miliardi di euro la consistenza dei bond Parmalat sul mercato e in circa 5,9 miliardi di euro i debiti bancari del gruppo. (1)
A ciò va aggiunta l’esposizione della Parmalat in termini di debiti commerciali che, pur non essendo stata precisata dai media, può stimarsi in circa 1,6 miliardi. (2)
Sulla base di queste informazioni, la consistenza complessiva dell’indebitamento Parmalat sarebbe di circa 14,6 miliardi, un preoccupante 192 per cento del fatturato consolidato 2002 ovvero 9,5 volte il patrimonio netto del gruppo.

Solo i crediti delle banche italiane

Ma quanto dell’indebitamento complessivo era visibile nella Centrale dei rischi? Per rispondere, è necessario precisare quali informazioni vi sono raccolte.
Come spiega la nota non tecnica su
www.bancaditalia/statistiche/documentazione, la Centrale dei rischi censisce i crediti per cassa e di firma che la clientela riceve da banche e intermediari finanziari vigilati dalla Banca d’Italia, in pratica le banche italiane e le filiali di banche estere operanti in Italia.
L’obiettivo è produrre informazioni utili agli intermediari per il contenimento del rischio derivante dal cumulo dei fidi in capo a un medesimo soggetto, per la valutazione del merito creditizio della clientela e in generale per la gestione del rischio di credito.
L’importanza a tal fine della condivisione di informazioni tra gli intermediari creditizi sul fatto che i loro singoli affidati onorino il debito (black information) ed, eventualmente, sull’esposizione degli stessi affidati (white information) è stata ampiamente discussa e documentata in letteratura (vedi Jappelli e Pagano).

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Dunque, la Centrale dei rischi censisce solo i crediti bancari e non contiene nessuna informazione sui bond emessi e sui debiti commerciali.

Sebbene sistemi di rilevazione dei rischi analoghi a quello gestito dalla Banca d’Italia operino in altri paesi europei quali Germania, Francia, Belgio, Austria, Spagna e Portogallo e la diffusione di strutture simili sia ampia anche nel resto del mondo, queste strutture hanno tipicamente dimensione nazionale, che non dà luogo all’aggregazione delle posizioni debitorie a livello sovranazionale.
Quindi, la Centrale dei rischi quantifica solo i crediti bancari concessi a Parmalat dalle banche italiane e non contiene nessuna informazione su quelli erogati da banche estere (a meno che questi ultimi siano erogati tramite l’eventuale filiale italiana della banca).

Ne consegue che la Centrale dei rischi dava visibilità solo sui circa 3,1 miliardi di crediti concessi da banche italiane, vale a dire sul 21,5 per cento dell’indebitamento complessivo ricostruito per Parmalat. (3)
Inoltre, si apprende, sempre da fonti giornalistiche (si veda il trafiletto dal titolo “Via Nazionale: Nessun allarme dai dati sull’esposizione” ancora sul Sole 24 Ore del 28 dicembre), che l’indebitamento Parmalat censito in Centrale dei rischi sarebbe rimasto sostanzialmente piatto negli ultimi cinque anni, oscillando tra i 3 e i 3,5 miliardi di euro.

In sostanza, è difficile credere che la disponibilità dei dati della Centrale dei rischi avrebbe potuto aiutare significativamente la Consob a scoprire in anticipo il caso Parmalat.

Dati accessibili per Consob

D’altro canto, ove non si condividesse questo giudizio, va osservato che la Consob avrebbe potuto chiedere e ottenere dalla Banca d’Italia le informazioni desumibili dalla Centrale dei rischi.
Infatti, siccome il legislatore è stato lungimirante, l’articolo 7 del Testo unico bancario dispone che la riservatezza (cioè il divieto alla divulgazione dei dati sui singoli affidati della Centrale dei rischi, divieto che vale nei confronti di qualsiasi soggetto, anche se facente parte della Pubblica amministrazione) non si applichi nei confronti delle altre Autorità di vigilanza, Consob e Isvap, nell’ambito del perseguimento delle loro finalità istituzionali.

E non poteva essere altrimenti: quando, all’inizio degli anni Sessanta, Guido Carli propugnò il varo della Centrale dei rischi, la pensò come strumento al servizio dell’interesse nazionale (stabilità degli intermediari creditizi, accuratezza delle politiche economiche) e non certo come appannaggio esclusivo dell’Istituto che si trovava a presiedere allora.

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Per saperne di più

Jappelli, Tullio e Pagano, Marco (1993), “Information Sharing in Credit Markets”, Journal of Finance 48: 1693-1718.

Jappelli, Tullio e Pagano, Marco (2002), “Information Sharing, Lending and Defaults: Cross-Country Evidence”, Journal of Banking and Finance 26: 2017-45.

Miller, Margaret (2000), “Credit Reporting Systems Around the Globe: the State of the Art in Public and Private Credit Registries”, World Bank, mimeo.

(1) A tale ammontare si giunge sommando le esposizioni, come riportate dalla stampa, censite dalla Centrale dei rischi a fine ottobre (Capitalia 393 milioni di euro, Intesa 360, San Paolo 300, Unicredit 160, Mps 125, Bnl 110, Bpl 100, Bpu 67, Credem 50, totale altri istituti 1.475) e quelle per le banche estere (Bank of America 1.200, Citigroup 1.000, Abn Amro 300, Banco Santander 50, Royal Bank of Scotland 50).

(2) Il valore riportato nel bilancio consolidato del 2002 è di 1,1 miliardi. Ma il bilancio Parmalat è stato dichiarato non veritiero. Perciò, si può arrivare a una stima di 1,6 miliardi mediante un semplice calcolo. Si è ripartito il totale dei costi per l’acquisto di materie prime e servizi riportato nel bilancio (5,8 miliardi) tra Europa e resto del mondo attribuendo la stessa ripartizione dei ricavi riportata nel bilancio stesso (rispettivamente 35,5 e 64,5 per cento). Sui costi Europa si è ipotizzato che Parmalat avesse ritardi di pagamento pari a sei mesi (comunque inferiori rispetto alle dilazioni di pagamento ai fornitori, di nove mesi e oltre, riportate dalla stampa): tali ritardi sono doppi rispetto a quelli normali per le imprese manifatturiere italiane, ma i tempi lievitano significativamente per le imprese in crisi. Sui costi resto del mondo si è applicato un ritardo di pagamento pari a due mesi (anche in questo caso doppio rispetto agli standard prevalenti).

(3) E la percentuale visibile potrebbe essere persino più bassa dato che tra l’esposizione di gruppi esteri non è stata sinora svelata quella di importanti banche (per esempio, Deutsche Bank e Ubs) che sarebbero state coinvolte non marginalmente con Parmalat.

 

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