Poche imprese quotate in Borsa. Management locale e azionariato senza ricambio, se non di padre in figlio. Banche “legate al territorio”. A Parma come altrove, le aziende fanno politica e controllano l’informazione, aumentano il loro potere con artifici contabili e sviluppando rapporti poco chiari con il mondo creditizio. È questo il quadro del capitalismo italiano, non solo di quello di provincia. Perché l’Italia ha potenzialità e meriti, ma deve ancora imparare le regole del grande gioco dell’imprenditoria globale.

A seguito di rimostranze dell’interessato, ho deciso di correggere una frase che riguarda il dr. Marco Rosi e la Parmacotto. In una versione precedente una frase che si riferiva chiaramente al passato poteva essere letta male, e si poteva pensare anche in questo periodo la Parmacotto non versasse in buona acque (cosa che non mi risulta essere vera, e che non intendevo proprio dire). Se anche qualche lettore avesse eventualmente frainteso non posso che scusarmi. In tale versione si accennava anche ad una struttura proprietaria della stessa Parmacotto che ho scoperto non essere più quella di oggi; come parmigiano non posso che rallegrarmi nel constatare che gli azionisti della Parmacotto tornano a essere di Parma, e che nell’azionariato di controllo della società alla data odierna non risultano invece essere presenti banche o finanziarie.


Arrivare a Parma in periodo natalizio è stato un po’ come passare da New York dopo l’11 settembre. Una città colpita in modo durissimo, non mortale, ma comunque sufficiente a far sì che tutti si chiedano che succederà, quante piccole imprese dell’indotto locale salteranno, quante famiglie si troveranno in gravi difficoltà.
Il 24 dicembre, alle 11 del mattino, nelle edicole del centro non si trovano più né la Repubblica, né il Corriere. La voglia di capire è estrema, incontenibile. La città è incredula, e vuole saperne di più.

Solo una storia locale?

Tanti sapevano che l’impresa “da sempre” era in difficoltà, ma anche i più pessimisti pensavano a un crac “tipo Fiat”, non a uno “tipo Enron”. Si sapeva che su dieci operazioni industriali lanciate da Parmalat, nove erano fallimenti, ma spesso la decima era un tale successo da compensare le altre. Da tempo però si vociferava anche di doppie fatturazioni, di operazioni spregiudicate, di fatica a rientrare dai prestiti bancari.
Ma il falso, quello no. E invece appare ora evidente come la ricerca ossessiva del gigantismo industriale sia stata condotta senza sufficiente denaro “vero”.
Non è poi una situazione così nuova. Parma è città di poche grandi imprese, ma fragili. Si ricordano ancora i crac di Salamini e Salvarani (cucine, tanti anni fa), quelli dei costruttori legati a tangentopoli, mentre il salvataggio della Parmacotto è più recente e quello di Arquati (tende) ha pochi mesi. Le vetrerie (Bormioli) sono in eterna transizione, la Barilla ha avuto periodi difficili, ma sembra ora relativamente solida (anche se in Germania perde tutto il perdibile). Strano destino: tantissima vitalità, ma poca continuità. Una storia che dà uno spaccato della provincia. Parma, Italia.

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Industria, banche e informazione locali

Partiamo dal “contesto”. L’industria locale, come quella nazionale, non si limita a produrre. Fa informazione, fa politica. E forse le conseguenze locali del crac Parmalat saranno più politiche che economiche. Infatti, Parmalat è da sempre vicina al centro sinistra; sinistra Dc a suo tempo, un po’ tutti ora. E negli ultimi anni ha rappresentato un contrappeso rispetto alla destra, che ormai ha nella Barilla, legata a Berlusconi fino da contatti poco cristallini nell’affare Sme, un vero paladino.
L’Unione industriali, quanto mai attiva nella politica locale, è da anni controllata da un precario equilibrio Tanzi-Barilla. Possiede il giornale locale (La Gazzetta di Parma), che rappresenta il braccio secolare di questo potere. Giornale diffusissimo, che da sempre dà solo le notizie “opportune”.

E le banche locali? Le principali sono due, rette da anni dalle stesse persone.  L’ex presidente della Cassa di Risparmio, nomina storica della sinistra DC, è ora presidente della relativa Fondazione, ed era nel CdA di Parmalat con il compito di presidente del Comitato di controllo interno (tutela degli investitori esterni); il presidente dell’altra (la Banca del Monte, di “pertinenza” storica del PSI) è un dipendente Parmalat. Il tutto da oltre un decennio. Alla faccia della separatezza tra banche e industrie.
Ora questo è finito. Con conseguenze che vedremo per l’impresa, i dipendenti, i fornitori. Ma con conseguenze politiche visibili già da ora.

Faide di provincia

Il giornale locale ne è l’aspetto più straordinario. La Gazzetta non ha letteralmente parlato dei problemi della Parmalat fino a quando sono saltati fuori i falsi. A metà dicembre le prime pagine dei quotidiani nazionali erano dedicate alla Parmalat, mentre la Gazzetta di Parma era del tutto, follemente silenziosa. Oltre i limiti del ridicolo. Come se nessuno leggesse gli altri giornali, che infatti sono andati a ruba perché i parmigiani sanno che la Gazzetta racconta solo quello che “si può”, ovvero quello che “si deve”.

Ora che Tanzi è caduto, c’è anzi il rischio che proprio da quelle colonne gli si spari contro più del necessario.
Non a caso, il managing director della Segea, la società che gestisce la Gazzetta, è stato allontanato due giorni dopo la scoperta dei falsi della Parmalat, ovvero appena è stato evidente che Tanzi non poteva salvarlo. Forse il presidente della Segea, Guido Barilla, cerca qualcuno politicamente più schierato.

L’indipendenza della stampa dal potere economico è un problema del sistema nazionale, ma anche in questa città non si scherza.
L’Unione industriali, nello stupore generale, denuncia ora la commistione tra banche e Parmalat, che da dieci anni andava avanti con il consenso di tutti, a partire dalla stessa Unione. Ci manca solo il più classico dei “Tanzi, chi?”, come se non lo avessero mai incontrato. Il presidente dell’Unione, Marco Rosi, prende già le distanze da Tanzi, sottolineando come l’industria parmense non sia solo imprenditoria “di carta”.
E non si dica che l’industria locale non sapeva, o non accettava. La pax parmense andava bene a tutti.
Giusto, ma non dovrebbe essere lui a dirlo, visto che anni addietro fu proprio la Cassa di Risparmio locale, guidata dalle stesse persone su cui oggi si spara, a orchestrare il salvataggio dell’impresa di Rosi, al punto da attirare critiche della stessa Banca d’Italia, ora imputata di mancata sorveglianza.

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Il capitalismo provinciale

Il capitalismo italiano visto da Roma o dalla provincia ha volti simili. Imprese che vogliono crescere, ma faticano ad accettare le regole della trasparenza e della professionalità.
La Barilla non è neppure in Borsa e passa di padre in figlio nella migliore tradizione della provincia. La Parmalat è quotata da pochi anni, ma cercando di eludere i controlli, evidentemente poco efficaci. E ha continuato a far leva su un management fatto di amici di infanzia, di vecchi compagni di banco, di vicini di casa. Impresa paesana, più che locale, legata a Collecchio (paese di 12mila abitanti) più ancora che alla stessa Parma.
Imprese che fanno politica e che fanno informazione. E se a suo tempo gli industriali lasciavano spazio un po’ a tutti, anche se “sotto tutela”, ora la new wave sembra più decisamente allineata con una parte. Anche qui si sentono gli echi della politica nazionale.

Storia parmigiana? Perché, se andassimo a Siena o a Fabriano, avremmo strutture e storie imprenditoriali molto diverse? Poche imprese in Borsa. Management locale e azionariato senza ricambio, se non di padre in figlio. Banche, come si diceva a suo tempo, “legate al territorio”. A Parma come altrove, imprese che fanno politica, che aumentano il loro potere con artifici contabili e sviluppando rapporti poco chiari con il mondo creditizio. Imprese che controllano l’informazione.

Un’Italia che è piena di potenzialità e di meriti. Ma anche un’Italia dai risvolti sconcertanti. Che deve imparare ancora le regole del grande gioco dell’imprenditoria globale.

 

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