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Una Alstom Padana

La Parmalat è un’ottima azienda messa in crisi dalla “speculazione finanziaria”: è il concetto che giustifica l’intervento del Governo, ma è probabilmente solo una favola. In realtà, Parmalat ha distrutto valore e ricchezza per anni ed è stata tenuta in piedi solo dalla finanza e dalle banche. Poco appetibili e certo non di interesse nazionale anche le attività industriali. Così il decreto varato alla vigilia di Natale prosegue su una pessima strada e contribuisce a minare il poco credito di cui ancora godono le imprese italiane sui mercati internazionali

Il decreto-legge “Parmalat” approvato il 24 dicembre, stabilisce una procedura accelerata di amministrazione straordinaria al fine di “conservare l’avviamento e la posizione di mercato dell’impresa, assicurando la ristrutturazione del passivo e l’eventuale dismissione delle sole attività non strategiche o non coerenti con l’oggetto principale dell’attività economica svolta dall’impresa”.
È una pessima norma.

Un intervento inopportuno

Come ha osservato Floyd Norris sul New York Times del 23 dicembre, l’intervento del Governo “finirebbe per danneggiare la fiducia degli investitori in imprese italiane ancora più di quanto lo scandalo Parmalat non abbia già fatto”. Il Wall Street Journal è stato ancora più esplicito con il titolo “milking the taxpayers”.
Il grave danno al credito di tutte le imprese italiane sui mercati internazionali arrecato dalla vicenda Parmalat è stato eloquentemente riassunto dal Financial Times, quando ha scritto “high-risk companies in high-risk countries are junk” (imprese ad alto rischio in paesi ad alto rischio sono spazzatura).

A questo, si aggiunge ora l’intervento del Governo che, senza capacità manageriali, si è avocato il diritto di giudicare del merito della strategia futura delle attività industriali. Non si conoscono molti esempi nel mondo di procedure concorsuali in cui sia il ministro dell’Industria (di concerto con quello dell’Agricoltura, in questo caso) ad avere l’ultima parola sui programmi di ristrutturazione.
Esaminiamo dapprima le cifre e poi le implicazioni del decreto.

I conti dell’azienda

I fatti che hanno portato alla bancarotta stanno emergendo, grazie soprattutto al tempestivo intervento della magistratura. Che si tratti di bancarotta non pare vi sia dubbio. La grandezza più importante per le indagini è il “buco di bilancio”, stato stimato in almeno 7 miliardi di euro. Non si tratta qui del “disavanzo patrimoniale” (differenza fra valore della azienda e passività), ma delle attività falsificate (la liquidità inesistente di Bonlat) e delle passività occultate fuori bilancio.
Esaminando i bilanci degli ultimi quindici anni, che seppure falsi forniscono alcune indicazioni sui flussi economici,
si nota che la sommatoria degli utili consolidati e dei dividendi è di circa due miliardi di euro. Supponendo che Parmalat non abbia realmente guadagnato nulla in questo periodo, l’ammanco non dovrebbe superare di molto tale importo. Anche aggiungendo l’eccessivo prezzo pagato per molte acquisizioni, specie in Brasile, e forti perdite su cambi in America Latina, si può ragionevolmente stimare che il “buco di bilancio” relativo alla gestione non dovrebbe essere superiore ai 4-5 miliardi di euro. Se l’ ammanco fosse davvero ancora superiore, sarebbe un chiaro indizio che alcuni miliardi di euro sono stati semplicemente rubati o destinati a scopi che potrebbero ricordare il caso Calvi-Ambrosiano.

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Per comprendere l’insensatezza dell’intervento del Governo sono sufficienti due osservazioni.

a) Se la maggior parte del buco di bilancio fosse dovuto a fondi rubati a vantaggio di Tanzi e di terzi, e dunque la gestione operativa Parmalat fosse realmente redditizia (caso improbabile, a mio avviso), i rischi per la occupazione sarebbero minimi. Le procedure concorsuali ordinarie assicurerebbero il finanziamento del capitale circolante, mentre l’azienda Parmalat potrebbe essere venduta “in bonis” a numerosi acquirenti, affidando la futura gestione a mani altrettanto competenti, ma più oneste del management precedente. Non credo che i ministeri dell’Industria o dell’Agricoltura possano essere ritenuti capaci di operare scelte strategiche in concorrenza con Nestlé o Danone.

b) Se invece Parmalat non avesse mai guadagnato nulla, l’intervento del Governo prefigurerebbe una nuova “Iri degli agricoltori”, una “Alstom padana”, che dovrà accollarsi le perdite future di gestione a scopi di clientelismo nei confronti dei produttori di latte, agrumi e pomodoro, oltre ai dipendenti.

Attività di scarso interesse

Le attività di Parmalat, che tanto attirano i nostri politici, paiono di scarso interesse per i maggiori operatori internazionali, alcuni dei quali avrebbero già esaminato nei mesi scorsi il dossier senza troppo entusiasmo.
Una buona parte del fatturato (quasi il 40 per cento) è realizzata in Brasile e America Latina e il relativo cash flow non è disponibile per la casa madre. Inoltre, il business del latte, che costituisce una parte non indifferente del fatturato, è legato all’assistenzialismo della politica agricola europea, dunque non è strategico per i principali gruppi alimentari (come ha riportato il Wall Street Journal del 23 dicembre). Restano l’attività dei prodotti da forno, che non vale più di qualche centinaia di milioni di euro, i succhi di frutta Santal e il pomodoro Pomi. Troveranno senz’altro acquirenti, ma non si capisce bene perché debbano essere ritenuti di interesse nazionale.
Perché, dunque, interviene il Governo? Per motivi di demagogia agraria e protagonismo personale. Auguriamoci che almeno in sede europea si metta un freno a questa spregiudicata tendenza del Governo italiano alla socializzazione delle perdite. Che la Parmalat sia una ottima azienda messa in crisi dalla “speculazione finanziaria”, come si vorrebbe far credere, è probabilmente solo una favola: la Parmalat è un’azienda che ha distrutto valore e ricchezza per anni ed è stata tenuta in vita solo dalla finanza e dal credito. Ora il Governo vorrebbe continuare su questa pessima strada.
Che implicazioni si possono trarre in materia di “regulation”? Potrebbe essere prematuro formulare proposte a caldo. Sull’ipotesi di una nuova figura di “regulator” unico dei mercati finanziari, vorrei semplicemente osservare che la questione cardinale resta il modello di “regulation”: quello americano, basato sulla trasparenza e sulla “litigation” (tanto in materia di takeover – vedi il caso Daimler Chrysler – che in materia di disciplina dei mercati).Oppure quello europeo, basato sulle autorizzazioni specifiche e in una certa misura discrezionali.

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Esistono argomenti a favore e contro entrambi i modelli. Sarebbe auspicabile che in Italia si discutesse la questione dei poteri e delle responsabilità del regulator, dunque del modello, prima di azzuffarsi in una semplice battaglia di potere su chi controlla la stanza dei bottoni (che spesso comunque non funzionano).

 

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  1. galeazzo scarampi

    avendo letto con interesse il Suo articolo Le vorrei chiedere la relazione tra il caso Parmalat e l’Alstom

    • La redazione

      la similitudine fra i due casi a mio avviso e’ questa: si tratta di un intervento governativo per sostenere un grande gruppo in crisi. Nel caso Alstom l’ intervento e’ stato graduale, sia sotto forma di commesse, che di garanzie a prestiti, che di cessioni di attivita’ fra Alstom e Areva (di area pubblica). Nel caso Parmalat, se la mia ipotesi che il business industriale non sia redditizio e’ corretta, vedremo entro qualche mese misure di sostegno anche finanziario dirette e indirette (sussidi ai fornitori, garanzie di prestiti, cessioni di
      attivi a gruppi scelti dal ministero).
      GS

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