logo


  1. Dorigo Giacomo Rispondi
    Sia come lavoratore nel servizio pubblico, che come fruitore di esso, trovo la proposta di Ichino molto interessante, purchè l'azienda paghi un multiplo della retribuzione cui rinuncia il lavoratore (almeno due visto che il lavoratore rinunica ad una giornata di stipendio e contemporanenamente lavora una giornata). Ho letto le critiche alla proposta, alcune sono interessanti ma ritengo non mettano veramente in crisi l'idea di fondo. C'è quindi un solo modo per stabilire chiarmanente se il sistema funziona o no: attivare una sperimentazione. Magari cominciando da alcune città campione.
    • La redazione Rispondi
      Siamo ovviamente d'accordo con lei! P.I.
  2. Armando Tursi Rispondi
    Nei commenti della stampa e in quelli "a caldo" della dottrina, la vicenda degli scioperi selvaggi degli autoferrotranvieri milanesi viene prevalentemente affrontata a partire, ora, dal dato della loro "illegalità non sanzionata", ora da quello della "sproporzione" tra i termini strettamente sindacali del problema e i danni inferti alla collettività. Si dibatte molto meno della preoccupante incapacità dei sindacati confederali (e non solo) di rappresentare effettivamente i propri iscritti, attuali o potenziali. Eppure, l'impressione che emerge da questa vicenda (e da altre che - a quanto sembra - covano sotto la cenere), è che ai sindacati maggiormente (adesso si dice "comparativamente più") rappresentativi farebbe bene un'iniezione di sano sindacalismo "bread and butter", anche a costo di rinunciare a qualche scampolo di "concertazione", praticata o nostalgicamente evocata che sia. Forse, se le richieste degli autoferrotranvieri fossero state appoggiate con maggiore convinzione e durezza al "tavolo negoziale" da parte dei sindacati di categoria - nel pieno rispetto, benintenso, delle regole sullo sciopero nei servizi essenziali - , il loro mancato accoglimento non avrebbe provocato reazioni così violente e scomposte da parte dei lavoratori. Invece, i lavoratori sono convinti che non tutto è stato tentato, e che i loro rappresentanti sindacali abbiano per l'ennesima volta anteposto la "concertazione" alla "contrattazione". Sarà, questo, un modo superficiale e riduttivo di leggere il problema, ma è il modo in cui esso viene percepito sia dai lavoratori interessati, che dalla gente comune. Due osservazioni finali. La prima: il problema della ricucitura del rapporto con la cd. "base" non si risolve adottando meccanismi di tipo maggioritario/referendario che rendano vincolanti gli accordi sindacali anche per i dissenzienti: questo va bene quando c'è da costruire il consenso su decisioni politiche, e dunque quando c'è da produrre "norme" e "leggi"; non in materia sindacale, che dovrebbe essere invece in regno delle "autonomie" (l'"autonomia collettiva", come dicono i giuristi). Se il contratto nazionale degli autoferrotranvieri fosse stato approvato da sindacati formalmente rappresentativi della maggioranza dei lavoratori iscritti (si noti che gli attuali sindacati confederali sono già rappresentativi della maggioranza degli iscritti, e di una quota assolutamente significativa di tutti i lavoratori), cambierebbe forse qualcosa nella vicenda in corso ? Avremmo, semplicemente, una ragione in più per affermare che la rivendicazione in atto è "illegale"; ma nessuno dubita, già adesso, che lo sia. E vengo alla seconda osservazione: se vogliamo affrontare la questione a partire dal dato dell'illegalità, essa è semplice e può limitarsi a constatare che nella legge vigente esistono due gravi lacune, sotto il profilo sanzionatorio. La prima lacuna: è vietato licenziare i lavoratori che scioperino in violazione delle regole sullo sciopero nei servizi essenziali; il massimo che si possa fare, è irrogare una sanzione disciplinare, che può consistere, nella peggiore delle ipotesi, nella sospensione dal lavoro e dalla retribuzione fino a 10 giorni. Ché è un pò come infliggere bacchettate a chi si sta autofustigando. La seconda lacuna: disubbidire alla "precettazione" -ossia all'ordine del prefetto di riprendere il lavoro, quando sussista il "pericolo di un pregiudizio grave e imminente ai diritti della persona costituzionalmente tutelati" - non è un reato, ma un'infrazione amministrativa, punibile con una sanzione pecuniaria, della cui effettività è legittimo dubitare. Il fatto è che la precettazioe dovrebbe essere un rimedio di assoluta emergenza, come tale adeguatamente sanzionato. Invece, sta di fatto diventando il modo ordinario di gestire il conflitto nei servizi essenziali, ed è proprio per questo irrealistico pensare di poterlo munire di un sistema sanzionatorio adeguatamente severo. Armando Tursi Milano, 13.1.2004