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  1. Andrea Ichino Rispondi
    Il tono dell'articolo di Alesina e Giavazzi e' sicuramente acceso ed esplicito ma mi sembra di gran lunga preferibile questo "parlare diretto" piuttosto che le coltellate dietro la schiena e i veleni travestiti da confettini al miele che tipicamente caratterizzano i rapporti nell'accademia Italiana. E' anche questa un'importante ventata di aria pura nell'aria stantia e ipocrita che respiriamo tutti i giorni, e immagino che anche Jappelli e Pagano apprezzino un dibattito franco. Detto questo, rimane il nocciolo del problema. Il "modello catalano" e' senza dubbio un modello di successo non solo per quello che l'Universita' Pompeu Fabra e' riuscita a fare in questi anni, ma soprattutto perche' ha generato un meccanismo di stimolo virtuoso anche nelle altre universita' spagnole organizzate in modo tradizionale. Ma quanto di questo successo e' dovuto specificamente a chi ha governato il "modello catalano", ossia Andreu Mas-Colell e i collaboratori che lui si e' personalmente scelto? Alesina e Giavazzi non possono non riconoscere che fino a quando non si sapranno i nomi di chi gestira' l'Iit e' difficile valutare la bonta' di questa iniziativa. Gli stessi esempi da loro descritti suggeriscono l'esistenza di un forte rischio che l'Iit, se affidato alle persone sbagliate, possa diventare l'ennesimo baraccone "all'italiana" in grado di succhiare in un buco nero enormi risorse pubbliche. Ossia, contano relativamente poco i dettagli di come l'Iit sara' organizzato. Cio' che conta veramente sono le persone che lo gestiranno. Gli incentivi sono cosi' distorti in ogni aspetto della societa' Italiana che a questo purtroppo siamo ridotti: le istituzioni non sono buone o cattive per come sono disegnate, ma solo per virtu' o difetto delle persone che le gestiscono. E infatti qualche raro esempio di successo non manca anche nella irriformabile Universita' Italiana. Quindi, a chi sta pensando Vittorio Grilli
  2. roberto tasca Rispondi
    Giavazzi ed Alesina si occupano di centri d'eccellenza. Probabilmente fuori dalle Università è un modo corretto per sottrarli all'invadenza. Spaventa pone però un problema serio: come riformiamo le università? Perchè certamente non possiamo innalzare il livello culturale del paese con pochi centri di eccellenza. Allora, perchè tra le varie proposte sulle riforme non si inizia a discutere della necessità di rompere gli atenei multifacoltà, creare criteri di raccolta e di allocazione delle risorse che siano trasparenti, non inficiate dalle valenze dell'elettorato passivo e soggette a meccanismi di controllo sociale? La razionalizzazione delle istituzioni esistenti e dei meccanismi economico-finanziari non sono certo tabù e, forse, possono rappresentare temi nuovi, rispetto a quelli più usuali dei "concorsi" per proporre temi di riforma "da sinistra" senza fare il gioco dei conservatori. Grazie
  3. Paolo Manasse Rispondi
    Sono davvero in contrasto le proposte Spaventa-Perotti-Pagano-Jappelli (SPPJ) e quelle Alesina-Giavazzi (AG) circa la reformabilità dell'Università italiana? No e si. No, perchè, apparentemente, si pongono obiettivi diversi: il miglioramento del sistema universitario (SPPJ) o la creazione di centri di eccellenza (AG). Si, a motivo del buon vecchio vincolo di bilancio: le risorse per la sono limitate e bisogna decidere a cosa destinarle. E' pur vero che le auspicabili riforme radicali del sistema universitario (SPPJ) hanno risibili probabilità di essere attuate: come precondizione, richiederebbero l'azzeramento della cariche accademiche. D'altro canto, i centri di eccellenza (AG) non sembrano esercitare di per se', in Italia, effetti significativi sulla qualità sistema universitario, come la pur gloriosa vicenda dell'IGIER-Bocconi sta a dimostrare.