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Ciò che manca al confronto

Le simulazioni effettuate da di Tito Boeri e Agar Brugiavini  indicano che una riforma delle pensioni più graduale, ma che partisse subito, sarebbe più equa e otterrebbe risparmi maggiori dell’ultima proposta governativa. 

Ciò che manca al confronto

Tito Boeri e Agar Brugiavini

Perchè il confronto fra Governo e parti sociali possa partire occorrono informazioni più dettagliate sui potenziali effetti della riforma Tremonti e proposte alternative.

Quali informazioni mancano?

Lavoce.info ha documentato le implicazioni della riforma Tremonti sulle prestazioni di un cittadino medio (con  tabelle che illustrano come cambieranno le pensioni dopo il 2008). Ha anche discusso i rischi (le fughe verso le pensioni di anzianità) e le iniquità associate al rinvio al 2008 della riforma. Infine, ha mostrato che il superbonus non conviene a chi ha redditi uguali o inferiori alla stragrande maggioranza dei nostri pensionandi d’anzianità (vedi Gronchi).  Molti altri aspetti della riforma permangono oscuri. 

Il neo-presidente dell’Inps ha deciso di non rendere disponibili i dati di cui dispone “per non influenzare il dibattito in corso sulla riforma previdenziale”. Per questo motivo, non sappiamo ancora quanti saranno i pensionati bloccati dall’innalzamento dei requisiti contributivi a partire dal primo gennaio 2008. La Ragioneria generale dello Stato, nella relazione tecnica all’emendamento governativo, ipotizza coorti di pensionamento di anzianità mediamente di 245mila individui all’anno dal 2008 al 2013, che andrebbero in pensione entro i primi due anni dalla maturazione dei diritti.

Ma i dati di cui disponiamo fanno pensare a un pensionamento più graduale.  Non è una questione di poco conto. Il grafico 1, basato sulle simulazioni descritte nella scheda tecnica allegata, mostra che i risparmi della Tremonti sarebbero molto minori qualora i lavoratori che avranno prestazioni “miste” (calcolate fino al 1996 con il metodo retributivo e, successivamente, con quello contributivo) ritardassero il pensionamento rispetto agli individui la cui pensione d’anzianità viene interamente calcolata con il metodo retributivo. Con pensionamenti più graduali, la Tremonti costerebbe di più dello status quo già nel 2024 (secondo la Ragioneria ciò avverrà solo nel 2040).


Utile un chiarimento anche sulle ipotesi che stanno alla base della relazione tecnica presentata dal Governo al Senato. Il Governo ipotizza, ad esempio, che un sesto dei lavoratori dipendenti interessati (sia pubblici che privati) accetterà le forti penalizzazioni previste per chi volesse continuare a fruire della finestra “35+57” (1) per accedere alla pensione di anzianità dopo il 2008.  Ma aspettando qualche anno, questi lavoratori riceverebbero una pensione fino al 60 per cento più alta. Saranno dunque licenziati o comunque forzati dai loro datori di lavoro ad andare in pensione anzitempo? Ma non era, il nostro, un mercato del lavoro rigido? E come potrebbe ciò avvenire anche nel settore pubblico?

Per aprire davvero il confronto, il Tesoro deve allora rendere accessibili i dati e le metodologie adottate nel simulare gli effetti della riforma o almeno rendere pubblici scenari alternativi. Fondamentale, inoltre, che il ministero del Welfare pubblichi tabelle che illustrino in dettaglio come cambieranno dopo il 2008 le prestazioni per diverse tipologie di individui, sull’esempio di quelle riportate da lavoce.info , sfruttando le informazioni che l’Inps trasferisce al solo ministro del Welfare . Bisogna infatti mettere i lavoratori italiani in condizione di rivedere per tempo i loro piani di spesa e risparmio.

Le proposte alternative

Riteniamo utile innanzitutto definire criteri sulla base dei quali valutare eventuali proposte alternative. I risparmi non sono l’unico obiettivo di una riforma previdenziale. Nel caso della riforma Tremonti, come si è visto, la loro entità è molto incerta perché frutto di un blocco delle uscite per anzianità, anche in presenza di un regime che aumenterà in modo permanente le prestazioni future per chi va in pensione più tardi. Importante perciò analizzare la sensitività dei risparmi a diverse ipotesi circa le scelte di pensionamento di chi matura i requisiti per le anzianità. Un altro criterio di estrema rilevanza è quello dell’equità intergenerazionale (bene ridurre le differenze di trattamento fra individui di diverse classi di età) e intra-generazionale (occorre minimizzare il rischio di avere individui al di sotto della linea di povertà fra le generazioni penalizzate dalle riforme) delle diverse proposte.

Proviamo allora a comparare gli effetti della Tremonti con quelli di una riforma che si limiti ad anticipare l’entrata in vigore della Dini, introducendo fin da subito (anche in modo graduale) aggiustamenti degli importi per chi va in pensione prima dei 65 anni, sulla base di principi di neutralità attuariale (la scelta di quando andare in pensione non deve incidere sugli equilibri di lungo periodo delle casse previdenziali), senza modificare i requisiti contributivi (come discusso anche da Sandro Gronchi).

Nelle nostre simulazioni, la riduzione massima degli importi è del 23 per cento, per chi esce a 57 anni, e scende a zero per chi va in pensione a 65 anni (per uomini e donne). Quindi, per coloro che pianificano di andare in pensione a 65 anni, il trattamento non cambia rispetto allo status quo.

I tre grafici qui sotto comparano le due riforme.

Il primo grafico valuta la sensitività di questa riforma delle prestazioni (riforma P) a diversi scenari circa le scelte di pensionamento. Basta compararlo con il grafico precedente per intuire che la riforma che accelera la transizione al contributivo ha effetti meno incerti della Tremonti. Soprattutto non si arriva mai a risparmi negativi, anche perché si converge alle regole della Dini correggendo le sperequazioni esistenti tra gruppi di lavoratori. Dal 2033 in poi cominceranno ad andare in pensione generazioni interamente sotto il regime contributivo, per le quali in questo caso non è previsto alcun cambiamento rispetto alla normativa vigente.

Passiamo al secondo grafico, che mostra i prevedibili risparmi della Tremonti (T) e della riforma delle prestazioni (P) nello scenario centrale. Come si evince dal grafico, la Tremonti porta a risparmi maggiori della riforma delle prestazioni fino a circa il 2028. (2)  Si noti, tuttavia, che si è qui assunto che la Tremonti non comporti alcuna fuga verso le anzianità prima del 2008, dunque nessun aggravamento dei conti previdenziali da qui ad allora. Se si contemplasse una fuga di soli 100mila lavoratori da qui al 2008 (come già discusso su la voce.info, sono ben 700mila i lavoratori che potrebbero “fuggire”), i risparmi in valore attuale della Tremonti sarebbero inferiori a quelli della riforma P anche solo concentrandosi sul periodo 2004-2030.

Vediamo ora l’equità intergenerazionale. Il terzo grafico mostra la dispersione (più precisamente, la deviazione standard) nei tassi di sostituzione (il rapporto fra pensione e ultimo salario) di individui con le stesse anzianità contributive o anagrafiche da qui al 2030. Le differenze di trattamento (e quindi la dispersione) aumentano fino a sei volte con la Tremonti, mentre si riducono con la riforma alternativa.
Quanto all’equità intra-generazionale, la riforma alternativa riduce le prestazioni al massimo del 23 per cento (contro il 50-60 per cento che la Tremonti imporrebbe a chi ha profili salariali crescenti nell’anzianità aziendale anche sul finire della propria carriera). Una ulteriore differenza non trascurabile è che la Tremonti parte nel 2008 ( e di fatto non intacca la situazione di alcune coorti anche dopo il 2008), mentre la riforma alternativa è applicabile in forma non traumatica già dal 2004. Di qui la possibilità, con la riforma delle prestazioni, di alimentare fin da subito ammortizzatori sociali (come un reddito minimo garantito) per i lavoratori tra i 57 e i 65 anni di età. E, come contemplato dalla riforma Dini, il pensionamento prima dei 65 anni di età sarebbe possibile solo se in grado di alimentare trattamenti superiori ai minimi sociali.

Il fatto che la riforma Tremonti addirittura accentui le iniquità dello status quo e abbia effetti così incerti dipende dalla sua rigidità: impone di colpo requisiti contributivi molto elevati mantenendoli anche quando non serviranno per contenere la spesa, data l’entrata in vigore di un sistema in cui ogni anno di ritardo nel pensionamento viene compensato da trattamenti più pesanti. Tutto questo senza tenere conto dei rischi di fughe verso le anzianità nei quattro anni che ci separano dall’entrata in vigore della riforma. Un rischio tutt’altro che remoto: basti pensare che nel 2003 le domande per le pensioni di anzianità sono cresciute di un quinto rispetto all’anno precedente.

 

(1) Trentacinque anni di contributi e cinquantasette di età anagrafica, come nella legislazione vigente.

(2) Con i dati a disposizione non siamo in grado di allungare l’orizzonte previsivo oltre il 2030. Ma gli andamenti della spesa fanno pensare che, da lì in poi, la Tremonti costerebbe di più non solo della riforma P, ma anche dello status quo.

 

 

 

Come sono state svolte le simulazioni

La selezione degli individui rappresentativi

La simulazione si limita a considerare gli effetti delle riforme sui nuovi ingressi nel sistema pensionistico tra il 2004 e il 2030, ignorando quindi le pensioni in essere e focalizzando l’attenzione sulle generazioni di lavoratori “a rischio di pensionamento” nella fase di transizione al sistema contributivo introdotto dalla riforma Dini. Si tratta delle generazioni nate tra il 1944 e il 1965. Quelle precedenti non verranno intaccate dalle riforme prese qui in considerazione. E quelle successive saranno già interamente sotto il regime Dini, ritenuto comunemente un sistema previdenziale sostenibile. Poiché i dati a nostra disposizione non ci permettono di offrire una rappresentazione adeguata del lavoro autonomo, ci soffermiamo esclusivamente sul lavoro dipendente (sia pubblico che privato). La simulazione prende in considerazione tre regimi pensionistici: il caso base o status quo (Q), la riforma “Tremonti” (T) e una ipotetica riforma che agisca sulle prestazioni (P) anziché sui requisiti di anzianità contributiva (in due varianti, P1 e P2).

Tutti i valori monetari sono espressi in termini reali, a prezzi 2003. Più che di una “riforma”, nel qual caso la proposta andrebbe affiancata da una maggiore articolazione sulle regole e gli istituti dell’intero sistema di welfare nel comparto anziani, si tratta di una metodologia alternativa per raggiungere gli stessi obiettivi che si prefigge la riforma “Tremonti”.

Nel valutare gli effetti delle riforme consideriamo individui rappresentativi delle classi dal 1944 al 1965, di genere femminile e maschile, stimando il profilo salariale “medio” (tecnicamente mediano) per età, a partire da un campione rappresentativo di lavoratori, estratto dai dati del Casellario Inps. Quindi, per ciascuna età, otteniamo dai dati a nostra disposizione il salario mediano per i lavoratori appartenenti a quella generazione. A causa della scarsa rappresentatività del campione alle età estreme (prima dei 20 anni e dopo i 50 anni), le nostre stime risultano meno precise in quelle fasce di età e quindi abbiamo ipotizzato salari reali costanti per le età più giovani e per le età più anziane. Ciascun individuo “medio” è, quindi, caratterizzato da un profilo salariale tipicamente a forma di “S”: piatto nei primi anni di carriera, crescente con l’esperienza lavorativa nelle fasi centrali di età e poi di nuovo costante negli ultimi anni della carriera. I lavoratori rappresentativi si distinguono per età, genere, coorte di nascita e appartenenza al settore privato o pubblico.

La proiezione sull’intera popolazione nazionale

Il campione di individui rappresentativi utilizzato dalla simulazione è stato quindi “proiettato” sull’intera popolazione nazionale applicando a ciascun soggetto un peso corrispondente (ossia il numero di cittadini italiani con caratteristiche personali e lavorative analoghe a quelle del “soggetto mediano”).

Alla stima dei pesi si è giunti utilizzando, innanzitutto, l’indagine Banca d’Italia sui Bilanci delle Famiglie Italiane (2000) che rileva l’anzianità contributiva di ciascun lavoratore. Sulla base una analisi di regressione, che pone in relazione tale variabile con le caratteristiche personali dei soggetti intervistati, si è proceduto all’imputazione del dato sull’indagine Istat delle Forze Lavoro (2002). In questo modo, ciascun lavoratore dipendente dell’indagine Forze Lavoro è caratterizzato da un peso distinto per sesso, età, anzianità contributiva e impiego nel settore pubblico o privato.

Gli scenari considerati

Per ciascun regime si tiene conto delle regole di calcolo della prestazione (cioè della pensione) e delle regole di accesso alla prestazione (per età anagrafica e anzianità contributiva) proprie di ciascun lavoratore. Non si prendono in esame possibili cambiamenti nel comportamento dei lavoratori per quel che riguarda le scelte di pensionamento. In altre parole, si ipotizza che i lavoratori escano dalle forze di lavoro con una data probabilità tra i 57 anni e i 65 anni (60 anni per le donne) di età, qualora venga data loro l’opportunità di farlo. E’ da notare che il profilo della spesa pensionistica dipende fortemente dalle ipotesi sulle probabilità di uscita, anche a parità di livelli delle prestazioni. Per questo motivo abbiamo considerato due possibili modelli di comportamento, descritti in dettaglio di seguito. Abbiamo preferito non stimare gli effetti delle riforme sulle scelte di pensionamento perché la letteratura su questo tema non è giunta a risultati fermi e condivisi; la nostra simulazione è quindi interamente basata sul cambiamento delle regole oggettive e non sui comportamenti soggettivi. E’ ipotizzabile che i disincentivi posti in essere dalla riforma P, in entrambe le sue varianti, abbiano l’effetto di allungare l’età lavorativa. Quindi le nostre ipotesi ci portano a sottostimare i risparmi legati alla riforma P rispetto alla Riforma Tremonti.

Per tutti e tre gli scenari presi in considerazione, si tiene conto dei regimi transitori posti in essere dalla transizione verso il sistema Dini: gli individui in questo periodo possono avere la loro pensione calcolata con il metodo retributivo applicato ai soli ultimi 5 con anni di carriera lavorativa ovvero con il metodo retributivo con media sugli ultimi 10 anni (retributivo pieno), se questi hanno più di 18 anni di contributi al 1996. Per coloro che hanno meno di 18 anni di contributi al 1996 si applica il sistema misto pro rata, che calcola la prestazione in parte con il metodo retributivo e in parte con quello contributivo.

Nel caso base (Q) le regole di accesso sono quelle note: almeno 57 anni di età (requisito anagrafico) e almeno 35 anni di contributi (requisito contributivo), ovvero 40 anni di contributi e qualunque età anagrafica.

Con la riforma “Tremonti” (T) il metodo di calcolo delle prestazioni resta invariato e cambiano solo le regole di uscita per anzianità dopo il 2008 (ristrette a 40 anni di contributi o 60-65 anni di età rispettivamente per donne e uomini). Da notare che coloro che maturano i diritti prima del 2008 mantengono il diritto alla prestazione di anzianità con le regole del caso base anche dopo il 2008, come previsto dagli emendamenti alla Legge Delega. Non si è invece presa in considerazione la possibilità che alcuni lavoratori possano accettare di andare in pensione con meno di 40 anni di contributi interamente con le regole del sistema contributivo — come previsto sperimentalmente dagli emendamenti alla legge Delega — perché questa scelta comporterebbe riduzioni delle prestazioni fino al 50% (link Boeri-Brugiavini). Nella nostra simulazione quindi, eventuali risparmi per le casse previdenziali della “Tremonti”, derivano esclusivamente dal mancato pagamento della prestazione agli individui “bloccati” dall’inasprimento del requisito contributivo.

Infine, con la riforma “Prestazioni” (P) si parte dal caso base, di cui si mantengono le regole di uscita, e si applica una riduzione dell’ ammontare della prestazione per ogni anno di anticipo della pensione, rispetto ai 65 anni di età, applicando i fattori di correzione previsti dal regime Dini alla solo quota retributiva della pensione. Quindi gli effetti della riforma tendono a ridursi fino a sparire del tutto con l’avvicinamento della data in cui le classi a rischio di pensionamento sono interamente sotto il regime contributivo. La penalizzazione arriva ad un massimo del 23% se si esce a 57 anni e scende a zero se si esce a 65 anni (per uomini e donne). Quindi per coloro che pianificano di andare in pensione a 65 anni il trattamento rimane invariato rispetto allo status quo. Da sottolineare che la riduzione effettiva della prestazione è mediamente minore di quella che si potrebbe supporre in prima battuta, infatti questa è il risultato della decurtazione rispetto alla prestazione che si avrebbe a 65 anni di età e non rispetto alla prestazione di anzianità a calcolo per l’anno di uscita.

Nella variante P1 questi riduzioni si applicano immediatamente. Nel caso P2, invece, le riduzioni oltre a variare con l’età, sono minori per le prime classi di età coinvolte (quelle dal 1947 al 1951) tenendo conto del minore tempo che queste generazioni avranno a disposizione per adeguarsi alla nuova normativa: la riduzione rispetto alla pensione cui avrebbe diritto a 65 anni è del 17% per chi avrà 57 anni nel 2004, del 19% per un 57-enne nel 2005 fino a raggiungere il 23% per chi avrà 57 anni nel 2008.

Le ipotesi sulla probabilità di uscita verso l’anzianità

Abbiamo accennato alla rilevanza delle ipotesi sui tassi di uscita verso il pensionamento. La simulazione è stata arricchita prendendo in considerazione tre diverse ipotesi sulla probabilità di uscita dei lavoratori che hanno maturato il diritto al pensionamento. In particolare, sono stati studiati tre distinti scenari:

1) scenario A: distribuzione uniforme delle uscite verso il pensionamento. Se vi sono N anni tra la maturazione dei diritti al pensionamento e il compimento dei 65 anni, la probabilità di uscita è costante e pari a (1/N) per tutti gli N anni. Ad esempio un 57-enne che avesse maturato 35 anni di contributi avrebbe la possibilità di uscire in ciascuno dei nove anni tra l’età 57 e l’età 65. In tal caso la probabilità di lasciare la forse di lavoro in ciascuno di questi anni è pari a 1/9;

2) scenario B: la probabilità di uscita degli aventi diritto è pari al 60% nel primo anno di maturazione dei requisiti, e pari al 40% nell’anno successivo. L’andata in pensione, quindi, si verifica interamente nell’arco dei due anni successivi al raggiungimento dei requisiti necessari;

3) scenario C: si tratta di una combinazione di A e B. La probabilità di uscita viene supposta pari al 60% nel primo anno e al 40% nel secondo anno (come nello scenario B) per i lavoratori che rientrano nel sistema retributivo puro (cioè essenzialmente le coorti più anziane). La probabilità è uniforme (come nello scenario A) per i lavoratori che rientrano nel sistema misto. Questa ipotesi risponde alla logica che per le coorti nel sistema retributivo puro si replica il comportamento prevalente nella realtà corrente, ma per le coorti successive il comportamento potrebbe variare in modo non facilmente prevedibile (sicuramente ci sarà, anche nello status quo, una tendenza a rimandare l’uscita per raggiungere livelli di prestazione più elevati). A fronte di tale incertezza, l’ipotesi di uscite a tassi uniformi sembra accettabile.

Gli indicatori

I grafici relativi ai risparmi si basano sulla differenza tra misure di stock che tengono conto della natura permanente, in termini reali, della prestazione fino ad un età massima di 75 anni. La nostra stima dello stock è una misura parziale poiché non tiene conto né dello stock delle pensioni in essere al 2004, né delle nuove pensioni che maturano completamente sotto il sistema contributivo puro. Cioè esclude tutte le coorti nate prima del 1944 e dopo il 1965, e si concentra sulle generazioni su cui sono valutabili i risparmi delle riforme stesse. I grafici relativi alla disuguaglianza si basano su tradizionali misure statistiche di deviazione (standard deviation) dei tassi di rimpiazzo dalla loro media e mostrano essenzialmente la “distanza” media tra il valore individuale del tasso di rimpiazzo e la media aritmetica di tali valori nella popolazione.

 

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  1. Sergio Nieri

    In effetti il contributo di Tito Boeri centra il nodo del problema;come conciliare la moderazione della curva pensionistica (a medio termine) con l’equità inter e intra generazionale. Sarebbe interessante sviluppare il dibattito su questo specifico argomento anche a livello politico,esorcizzando le posizioni di Tremonti e quelle indeterminate dedi Sindacati.

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