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Il mezzo pasticcio dei prezzi elettrici

Un’Autorità in regime di proroga emana un documento dove si prefigurano le nuove tariffe di trasmissione dell’elettricità, più favorevoli per gli utenti. E dunque deludenti per il mercato finanziario, che “punisce” il titolo Enel. Ma anche per il ministero dell’Economia, che ribadisce il suo impegno nella tutela della società elettrica e dei suoi azionisti. Ovvero se stesso e gli investitori esteri che ne hanno appena acquistato il 6 per cento. Si è così creata una situazione spinosa, dalla quale non sarà facile uscire.

La vicenda della diatriba tra l’Autorità per l’energia e il ministero dell’Economia e le finanze merita qualche commento, sia per il merito della questione, sia per le modalità del contrasto tra questi importanti pezzi dell’amministrazione.

I fatti

Mercoledì 19 novembre, l’Autorità per l’energia ha emesso il secondo documento di consultazione sulle tariffe di trasmissione dell’elettricità. Non si tratta ancora di un documento definitivo, ma comunque arriva dopo un primo documento, un giro di consultazioni, una serie di riflessioni dell’Autorità. Insomma, potrebbe essere prossimo alla decisione finale. Ed è una decisione importante, in quanto “vale” diversi milioni di euro per Enel e cifre comunque elevate per le ex municipalizzate.
La prima reazione dei mercati azionari è negativa: il titolo Enel fa segnare una pesante caduta del prezzo. Il fatto che il comunicato dell’Autorità sia arrivato solo in italiano e a mercati aperti ha reso la questione ancora più delicata, tanto da generare un intervento anche da parte della Consob. La reazione del ministero è ancora più dura, e il breve comunicato di Giulio Tremonti indica come il ministero intenda fare tutto quanto in suo potere “a tutela dell’Enel e dei suoi azionisti”, cioè in pratica dello stesso ministero (che ancora detiene circa il 60 per cento) e di altri, in particolare quegli investitori internazionali che solo poche settimane fa hanno acquistato circa il 6 per cento della società.

Mercati ottimisti, Governo ingenuo?

Una prima osservazione è che evidentemente il mercato finanziario era troppo ottimista circa le intenzioni di Pippo Ranci, il quale sembra avere confermato che l’interesse immediato dei consumatori gli sta molto a cuore, e che le diminuzioni dei prezzi sono sempre obiettivi di grande importanza per questa Autorità. Non è la prima volta che Ranci prende posizioni anche dure a riguardo, e l’unica cosa che stupisce è proprio la sorpresa dei mercati.

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Un secondo aspetto da sottolineare è la scompostezza della risposta di Tremonti. Il ministero poteva dire tante cose contro la posizione dell’Autorità. Poteva dire che penalizzerebbe gli investimenti, che non garantirebbe un adeguato sviluppo della rete, che non premierebbe chi è risultato più efficiente, ecc. E sarebbero state affermazioni del tutto plausibili, comunque molto più “rispettabili” di quella diramata, che richiama solo l’interesse di Enel (poverino!) e sembra quasi trasformare questo Governo in un paladino degli investitori. Pessima scelta tattica, che ha poca probabilità di risultare popolare, o di spingere il professor Ranci a una posizione più morbida.

Perché questa reazione da parte di Tremonti? Il nodo della questione sembra essere il collocamento di quel 6 per cento di Enel, effettuato poco tempo fa a investitori che ora potrebbero legittimamente temere di essersi preso un “bidone”. Si noti che, a quanto pare, Enel stessa aveva consigliato al ministero di attendere, in modo da vendere in condizioni di maggiore certezza, una volta che fossero chiari gli orientamenti dell’Autorità, che – si ricordi – ha il potere di fissare i prezzi.

Un terzo punto da mettere in evidenza è come il Governo si sentisse probabilmente tutelato anche dai limiti che aveva posto all’operato dell’Autorità (su come calcolare il rendimento del capitale, cosa sottoporre a price cap, e cosa invece lasciare come componente fissa del prezzo, ecc.). Ma questo episodio ricorda al Governo che le leggi sono “contratti incompleti”, ovvero fissano principi che lasciano fatalmente spazi alla interpretazione.

E ora chi toglie le castagne dal fuoco?

Insomma, un Governo prima quasi ingenuo e poi stizzoso proprio per essersi fatto prendere la mano dalla fretta.
Ma in questa vicenda anche l’Autorità non è in una posizione inattaccabile. Si noti che Ranci e i suoi colleghi sono in regime di proroga: i nomi dei loro successori sono già stati approvati da Camera e Senato e di qui a poche settimane, forse giorni, si potranno insediare. L’Autorità attuale non poteva esimersi dal continuare le consultazioni, e in un certo senso ha probabilmente fatto un favore ai suoi successori, ribadendo la sua autonomia. Ma ci si chiede se fosse proprio necessario arrivare a prendere (o prefigurare) una decisione così delicata in un periodo nel quale la sua autorità formale potrebbe essere messa in dubbio. Su questo tema l’Autorità è ampiamente in ritardo, tanto che le nuove tariffe avrebbero dovuto entrare in vigore a gennaio 2004, ma si sa già che non si potranno applicare per i primi sei mesi dell’anno.

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E ora? Chi deciderà su queste tariffe, sulle quali il consenso sembra così limitato? Un’Autorità il cui mandato è ormai scaduto? Oppure la nuova Autorità, che si troverebbe questa grana come regalo di benvenuto e che dovrebbe decidere sulla materia in fretta, senza la necessaria preparazione, dopo una consultazione basata su principi che potrebbe anche non condividere per nulla? Da qualunque parte lo si veda, è un pasticcio, che credo dovrebbe essere in qualche modo risolto da chi ha condotto la partita fino ad ora.

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sommario 25 novembre 2003

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I figli del bonus

  1. Antonio Urbano

    Caro professor Scarpa,

    ancora una volta il dibattito sulla regolamentazione e sulla liberalizzazione viene “monopolizzato” dai temi cari ai campioni nazionali e, forse, si perde un’altra occasione per una riflessione più generale.

    Chi ritiene che spetti al regolatore il compito di far diminuire le tariffe alle utenze finali incontra sicuramente le simpatie del grande pubblico ed, invero, in un contesto caratterizzato da un monopolio indefinito del servizio di distribuzione di energia elettrica (giammai concorrenza nel mercato, né per il mercato, all’interno del settore dei servizi pubblici in Italia!), anche un buon appoggio teorico da parte dello studioso.

    Se però ci spostiamo verso un’attività liberalizzata, in base a numerose disposizioni comunitarie e nazionali, la diminuzione delle tariffe e in generale del prezzo dell’energia dovrebbe essere affidato alla concorrenza tra gli operatori, piuttosto che alla sola attività del regolatore price-setter.

    La vendita dell’energia in Italia è un’attività libera, ma, allo stesso tempo, è un’attività per cui, fino al 31 dicembre 2003, non è prevista alcuna remunerazione. Le delibere della Autorità per l’energia elettrica e il gas ancora in vigore stabiliscono infatti che indipendentemente da chi svolga l’attività della vendita, la corrispondente remunerazione debba essere “affidata” al distributore.

    Mentre per le importanti fasi della Trasmissione e della Distribuzione è prevista non solo una remunerazione dei costi variabili, ma anche del capitale investito, per la meno importante fase della vendita non era, fino ad oggi, previsto nulla.

    L’ottimistico tempo imperfetto si deve al recente documento di consultazione della Autorità, che ha finalmente affrontato l’argomento, prendendo atto, autocriticamente, che in passato l’approccio regolatorio a tale tema sia stato, per lo meno, riduttivo. Come è stata affrontata la questione?
    Forse, come per la trasmissione e la distribuzione, prevedendo una remunerazione dei costi variabili ed una remunerazione del capitale investito nell’attività della vendita? Niente affatto! Sarebbe stato troppo complesso…

    Per la remunerazione dell’attività della vendita l’Autorità ha proposto di rendere contendibile una parte della voce che attualmente remunera tutte le attività commerciali del distributore (sia relative al rapporto con il cliente per la fornitura, sia relative alla vendita del servizio di trasporto sulla rete a media e bassa tensione).

    All’Autorità è sembrato “equo” che il rapporto contendibile/non contendibile fosse 10% -90%.

    A nostro avviso con tale remunerazione contendibile tutti i clienti medio-piccoli continueranno, come è stato fino ad oggi, a rimanere fortemente non remunerativi e resteranno nel mercato vincolato.
    I soli costi variabili di gestione del cliente (costi amministrativi, fiscali (UTF), di fatturazione e incasso) sono di gran lunga superiori al margine di guadagno contendibile stabilito dal regolatore, per non parlare dei costi promozionali-commerciali, del rischio di credito ecc. e della remunerazione del capitale investito.

    Poiché nessun giornale si è occupato di tale tema (Ubi maior…), chiediamo agli amici de “La Voce” di promuovere un dibattito pubblico, trasparente, fondato su dati piuttosto che su impressioni di lobby sotterranee, in merito alla attività della vendita di energia elettrica in Italia.
    E’ un’attività che serve a qualcosa? E’ giusto che riceva una sua remunerazione? Non è che in fondo in fondo c’è la tentazione di nazionalizzarla di nuovo?
    Siamo consapevoli che vi sia l’impressione diffusa che si tratti di un’attività figlia di un dio minore. Va però ricordato che è sempre per l’azione di un nuovo fornitore, che svolge l’attività di vendita, che un cliente vincolato, soprattutto se di dimensioni piccole, accede al mercato libero.
    Forse abbiamo perso qualche puntata, ma non è “rendere i clienti liberi in un contesto competitivo” la finalità delle leggi di liberalizzazione europee e nazionali?

    Antonio Urbano
    Dynameeting SpA

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