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  1. Franco Debenedetti Rispondi
    Lasciare la proprietà (mera, si direbbe oggi) della rete ad Enel, é stato un cedimento di Bersani alle pressioni violentissime dell'ex monopolista, forse necessario per mandare in porto la parziale liberalizzazione. Ma se c'è un'azienda che dovrebbe restare pubblica questa é proprio Terna. Invece vogliono farci entrare pro quota tutti i propduttori! Piuttosto é Enel che, una volta venduta Terna, non ha più ragione di restare pubblica. Possederebbe solo più centrali, come Edison, e distribuzioni locali, come le municipalizzate. Saluti Franco Debenedetti
    • La redazione Rispondi
      Immaginavo che la decisione di lasciare ad ENEL la proprietà di una “essential facility” come la rete di trasmissione fosse necessariamente il frutto di forti pressioni dell’ex-monopolista. Visto che si sta procedendo alla privatizzazione di Terna, ENEL non ha sicuramente più ragione di restare in mano pubblica. Ciò che preoccupa a questo punto sono le modalità con cui saranno condotte le privatizzazioni. Il caso di Terna e la controversia sulle tariffe elettriche evidenzia una strategia che tiene in alta considerazione i mercati finanziari ma trascura l’economia reale. Poiché la liberalizzazione resta a metà del guado e la concorrenza sul mercato elettrico è ancora debole, in assenza di una forte regolamentazione si passa da monopoli pubblici a imprese parzialmente privatizzate che conservano potere di mercato e rendite. Il sistema industriale italiano è penalizzato in maniera duplice. Primo perché le tariffe pagate dai consumatori industriali non calano, secondo perché i capitali nazionali saranno attratti più dalle rendite dei servizi di pubblica utilità che dai profitti realizzabili in settori più rischiosi. Cordiali saluti Alberto Cavaliere
  2. giorgio ragazzi Rispondi
    Riconosciamo che il Governo stia gestendo la vendita di Terna con l’obiettivo di massimizzarne il valore per l’ENEL, per contribuire a ridurre il debito pubblico, anche a scapito degli utenti; e che l’intervento del Ministro Tremonti contro le proposte tariffarie dell’Autorità per l’Energia sia criticabile, anche nella forma. Di per sé, l’obiettivo di ridurre il debito pubblico (“debito Maastricht”) con operazioni patrimoniali, piuttosto che accrescendo l’avanzo primario in un periodo di recessione, mi pare comprensibile ed appropriato. Considerando poi che gli utenti di energia sono anche contribuenti fiscali, non mi scandalizzerei nemmeno troppo se venissero fissate tariffe “elevate”, se quanto pagato in più andasse interamente a beneficio della finanza pubblica. E’ questo il punto che mi pare non venga colto da Alberto Cavaliere. Solo se la Terna venisse acquistata da una società pubblica (rinvio al mio articolo) avremmo la certezza che gli extraprofitti successivi alla cessione restino nell’ambito del settore pubblico, e possano portare nel tempo ad una riduzione delle tariffe. Se invece la Terna venisse quotata in borsa e “privatizzata”, vi sarebbe il rischio che gli utenti si trovino a pagare nel tempo, oltre al prezzo incassato dall’ENEL, anche l’arricchimento degli investitori privati, come è avvenuto nel caso della Autostrade. Ricordiamo, a questo proposito, che il valore del titolo Autostrade è raddoppiato in tre anni, ed la società, per finanziare l’OPA, ha ottenuto crediti per un importo superiore a quanto incassato dall’IRI con la privatizzazione del 1999/2000. Vogliamo evitare il rischio di una seconda esperienza del genere?
    • La redazione Rispondi
      Ringrazio Giorgio Ragazzi per il suo commento. Non dubito affatto che le privatizzazioni costituiscano una buona soluzione per ridurre il Debito Pubblico e condivido tale strategia. Il problema è fino a che punto si può sorvolare sui problemi di regolamentazione al fine di massimizzare gli introiti finanziari, visto che Terna è una società operante in monopolio naturale. La questione sollevata in particolare da Ragazzi (gli utenti sono anche contribuenti) è certamente fondata. Anche volendo essere molto pragmatici, la realtà dei fatti dimostra tuttavia che gli aumenti tariffari ed i guadagni per gli azionisti risulterebbero certi, mentre i vantaggi per i contribuenti appaiono più incerti all’orizzonte. A meno che non si voglia affermare che gli incrementi tariffari sono il prezzo da pagare per non aumentare ulteriormente la pressione fiscale. Inoltre lo “scambio” tra incrementi delle tariffe e riduzioni delle imposte nasconderebbe comunque effetti redistributivi importanti tra varie categorie di contribuenti e varie categorie di utenti. Non vorrei però che si valutassero solo gli effetti di tipo distributivo. L’attività di regolamentazione nel settore energetico è infatti molto indirizzata ad incentivare l’efficienza produttiva ed allocativa. Un governo attento alla crescita economica non dovrebbe trascurare gli effetti di efficienza allocativa indotti da prezzi ben più elevati dei costi (rendite di monopolio): i privati corrono ad investire, trascurando altre opportunità presenti in settori maggiormente esposti alla concorrenza, ma più rilevanti dal punto di vista dello sviluppo dell'economia nazionale. In base all'esperienza passata non sarei poi così certo che il mantenimento di extra-profitti in seno al settore pubblico si tradurrebbe prima o poi in un beneficio per gli utenti. Personalmente ritengo che solo un'Autorità di regolamentazione indipendente (non solo dalle imprese private ma anche dal Governo) sia una garanzia della tutela degli interessi dei consumatori, visto che si tratta di interessi diffusi. Pur non conoscendo bene il caso di Autostrade, di cui invece Ragazzi é molto esperto, penso che l'assenza di un'Autorità di regolamentazione indipendente abbia contribuito agli effetti del processo di privatizzazione. A mio parere la presenza di monopoli pubblici in questi settori eviterebbe con certezza un solo effetto negativo delle privatizzazioni abbinate a debole regolamentazione e cioé l'ingresso nel settore di capitali privati attirati da cospicue rendite di monopolio. Questo è quanto mi pare di osservare sia nel caso di Autostrade che nel caso delle imprese di servizio pubblico locale: settori in tutto o in parte privatizzati ma non regolati da un'Autorità indipendente.