L’Istituto italiano di tecnologia potrà avere un ruolo positivo se saprà trovare finanziamenti importanti anche al di fuori del settore pubblico. E se saprà interagire con il sistema delle imprese e i centri di eccellenza già esistenti in Italia. Determinanti anche la scelta della sede e la struttura organizzativa. Se queste condizioni saranno soddisfatte, potrà raggiungere l’obiettivo di sviluppare ricerca di altissimo livello e di generare nel medio periodo ricadute tecnologiche interessanti per l’industria.

La proposta di lanciare un Mit italiano, l’Istituto italiano di tecnologia, contenuta nella Legge finanziaria, ha ricevuto reazioni contrastanti, in parte anche per la scarsa definizione del progetto.

Per quanto è dato capire, un gruppo di scienziati non necessariamente italiani e che operano in strutture universitarie e di ricerca di elevato prestigio internazionale, avranno l’occasione di lanciare una fondazione o centro di ricerca che si collochi all’eccellenza sul piano scientifico, e che generi nel medio periodo ricadute tecnologiche importanti per le aziende. A tal fine potranno beneficiare di fondi pubblici relativamente generosi per i primi dieci anni (50 milioni il primo anno, 100 milioni nei successivi).

Perché l’Itt

La ratio di questa iniziativa è duplice. Da un lato, la constatazione diffusa che il mondo produttivo italiano deve puntare sempre più a prodotti ad alto contenuto innovativo, il che comporta necessariamente un notevole incremento degli investimenti pubblici e privati nella ricerca, di base e applicata. Dall’altro lato, la percezione che è opportuno costruire una struttura nuova e snella, che non sia appesantita da personale amministrativo e di ricerca scelto in un remoto passato e dalle regole a volte asfissianti a cui è soggetto il settore pubblico nel nostro paese.

Con questa iniziativa il Governo spera di mandare un segnale forte di interesse al rientro dei molti cervelli fuggiti dall’Italia. Più in generale, di attrarre competenze dalla comunità scientifica internazionale.
La speranza ulteriore è che la nascita di un centro di ricerca di alta qualità stimoli gli altri poli di eccellenza presenti in Italia (che esistono, ma fanno spesso fatica a raggiungere una dimensione critica accettabile) a crescere e a diventare ancora più competitivi in campo internazionale.

Le reazioni alla proposta sono state prevalentemente di due tipi. Da un lato, scienziati italiani all’estero, in particolare negli Stati Uniti, hanno sottolineato l’importanza di offrire una simile opportunità al paese e alla sua comunità scientifica. Dall’altro, scienziati italiani in Italia hanno segnalato il rischio che questa iniziativa dreni le poche risorse attualmente destinate alla ricerca, e danneggi quei centri di eccellenza presenti ora nel nostro paese, che fanno grande fatica a competere in campo internazionale anche a causa di risorse inadeguate.

Le condizioni del successo

Piuttosto che discutere sui meriti dell’una e dell’altra parte (ce ne sono) ci sembra preferibile individuare alcune condizioni indispensabili al fine del successo dell’iniziativa.

In particolare, l’Iit svolgerà un ruolo positivo per la ricerca in Italia se:

1) troverà finanziamenti esterni in misura rilevante, assicurandosi così un futuro ed evitando l’autoreferenzialità che spesso deriva dal non porsi in competizione con altri soggetti per fondi esterni (siano essi di aziende, dell’Unione europea, della National Science Foundation americana, etc.)

2) interagirà positivamente con i (pochi) centri di eccellenza esistenti, in modo da offrire una opportunità di crescita a chi già oggi è presente nel quadro internazionale, senza però essere parte di un sistema (quale quello universitario italiano) che è poco flessibile e pochissimo sensibile alla qualità della ricerca (basti pensare che i fondi alle università sono quasi interamente assegnati sulla base della didattica svolta)

3) avrà sede in un luogo in cui esistono competenze scientifiche rilevanti e il sistema imprese è sufficientemente recettivo da finanziare prima e introdurre nel processo produttivo poi le innovazioni generate. Per la ricerca di base è infatti utile poter operare vicino a sedi universitarie di alta qualità, sia per le interazioni con gli scienziati già presenti, sia per poter attrarre più facilmente bravi laureati e dottori di ricerca da inserire nei gruppi di ricerca che formeranno. Per la ricerca applicata è invece indispensabile raccogliere gli stimoli che provengono dalle imprese, e soprattutto da quelle piccole e medie che non sono in grado di fare ricerca in proprio, ma che hanno spesso interessi comuni e interazioni importanti fra loro (si pensi ai distretti industriali, tipici del Nord-Est ma anche di altre Regioni italiane, fra cui Toscana e Marche).

In questo quadro, ci sembra molto importante sia la scelta della sede, sia il carattere organizzativo scelto.

È difficile capire perché sia stata proposta inizialmente Genova (che offre spazi fisici importanti e interazioni potenziali con ricercatori informatici di alto livello, ma poco altro), piuttosto che Pisa (come indicato da Francesco Giavazzi sul Corriere). Ma si potrebbe pensare anche a Bologna o Padova, che sono due università importanti del Nord-Est, con rilevanti competenze scientifiche in diverse aree.
È difficile capire perché non si parli ancora della struttura organizzativa, che dovrebbe a nostro giudizio essere snella, e in grado di offrire stipendi attraenti a livello internazionale, ma non garantiti a vita (si potrebbe pensare a uno stipendio solo in parte coperto dall’istituzione, e in parte invece pagato con i fondi di ricerca trovati esternamente).

Ma, almeno per noi, è particolarmente difficile capire perché si debba fin d’ora schierarsi a favore o contro questa iniziativa, di cui ancora non si conoscono i contenuti scientifici, il comitato promotore e il modo di operare.

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