Il progetto Iit nasce zoppo. Troppo esigue le risorse assegnate per incidere sul divario degli investimenti in ricerca e sviluppo che separa l’Italia dagli altri paesi. Troppa la distanza dal sistema di ricerca preesistente per costruire soluzioni alternative ai mali cronici che affliggono la ricerca nazionale, come l’assenza di meritocrazia, ma anche per costituire un reale effetto di incentivo in grado di attivare maggior concorrenza. Difficile che riesca ad attivare un intreccio virtuoso tra formazione avanzata e ricerca.

La recente istituzione dell’Istituto italiano di tecnologia ha sollevato numerose reazioni, per lo più negative, all’interno del mondo universitario, preoccupato della potenziale sottrazione di fondi a un sistema già logorato da una unilaterale interpretazione del concetto di autonomia finanziaria da parte del Governo centrale, che ha visto arrivare la Conferenza dei rettori alle dimissioni generalizzate come forma di protesta. Si vogliono qui fornire ulteriori elementi per valutare la portata di tale progetto.

La spesa in ricerca e sviluppo

Cominceremo con l’affermare che il progetto dell’Iit non colma il divario con la media degli altri paesi avanzati in termini di spesa in ricerca e sviluppo. Anche limitando il confronto alla spesa in ricerca e sviluppo che avviene in ambito universitario, i dati di fonte Ocse indicano che nel 2000 (ultimo anno disponibile) l’Italia destinava un ammontare di risorse equivalente allo 0,04 per cento del prodotto interno lordo, contro una media del 0,33 per cento. Nello stesso anno gli Stati Uniti dedicavano alla ricerca e sviluppo all’interno del sistema universitario lo 0,29 per cento, la Gran Bretagna e la Germania lo 0,40 per cento, e infine la Francia lo 0,23 per cento (Oecd 2003, “Education at a glance”, sezione B6). Se si volesse colmare il divario con la media degli altri paesi sviluppati, occorrerebbe destinare alla ricerca in ambito universitario 3.300 milioni di euro aggiuntivi, contro i 100 milioni di euro annui che vengono riservati al progetto Iit a regime dopo il primo anno.

In realtà un confronto più realistico dovrebbe tenere conto che il processo di produzione della ricerca deve includere anche la produzione di nuovi ricercatori. Sul fronte della formazione dottorale post-universitaria, l’Italia accumula ulteriore ritardo. In Italia nel 2001 solo lo 0,5 per cento della popolazione di riferimento all’età di laurea corrispondente risulta inserita in formazione postuniversitaria, contro una media dello 1,1 per cento (i valori di Francia e Germania sono rispettivamente 1,4 per cento e 2,0 per cento). Questo implica che se volessimo colmare il divario con la media degli altri paesi Ocse, occorrerebbero in Italia almeno tremila dottorandi in più per anno (ottenuta come prodotto di 0,6 per cento (divario del numero di studenti) per 500mila (dimensione di una corte teorica di un anno della popolazione italiana). Tradurre questa popolazione in risorse equivalenti è impossibile perché non disponiamo purtroppo di dati sulla spesa universitaria disaggregati per livello di formazione. Se tuttavia prendiamo a titolo indicativo la spesa per borse di studio erogate (che esclude i costi delle attrezzature e della docenza, tipicamente su base volontaria nel nostro paese), otterremmo una ulteriore spesa di 108 milioni di euro.

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Per riportare l’Italia in linea con gli altri paesi sviluppati in termini di spesa per ricerca e sviluppo, e limitando il confronto al settore universitario, occorrerebbero almeno 3.400 milioni di euro annui. Lo stanziamento accantonato per l’Iit rappresenta meno del 3 per cento di questa cifra. Non è quindi oggettivamente in grado di incidere sulla performance del paese sul terreno della ricerca, e potrebbe essere piuttosto pensato come un fiore all’occhiello per nascondere l’incapacità o l’impossibilità di adottare riforme più strutturali.

I sostenitori del progetto avrebbero tuttavia buon gioco nel sostenere che in presenza di risorse utilizzate in modo inefficiente, un confronto tra livelli di risorse investite non è rappresentativo della effettiva produttività delle risorse investite, e che quindi il 3 per cento delle risorse carenti può arrivare a incidere per un peso maggiore. Inoltre è altresì vero che il peso esercitabile sul mondo della ricerca non è sempre strettamente proporzionale all’ammontare delle risorse investite. È quindi possibile immaginare che l’Iit possa rappresentare col tempo una sorta di benchmark di riferimento, fornendo esempi di best practices all’intero sistema universitario nazionale

L’Iit nella realtà italiana

L’Iit rappresenta quindi una sfida non tanto per le risorse che gli vengono assegnate, ma per la possibilità di costruire soluzioni alternative ai mali cronici che affliggono il sistema della ricerca nazionale (assenza di meritocrazia, trasparenza dei processi di selezione del personale). Tuttavia anche su questo versante l’impressione di chi scrive è che le chances di successo siano scarse.

Il processo di formazione della ricerca non si colloca nel vacuum di una astratta comunità scientifica internazionale, ma trae i propri input dalla formazione postuniversitaria. Da questo punto di vista il progetto Iit viene calato dall’alto, senza reali connessioni con la (purtroppo poca) formazione avanzata già esistente, e ha come unica possibilità di incidere sulle realtà locali solo l’effetto di attrazione. Un ricercatore può sentirsi indotto a migliorare la propria produzione scientifica se ha qualche possibilità che questa gli venga riconosciuta non tanto dall’ateneo dove lavora (o dove magari ancora aspetta di prendere servizio), ma da un istituto che recluti sul mercato sulla base dei meriti scientifici. Tuttavia, affinché tale effetto abbia possibilità di incidere deve associarsi a una probabilità positiva di essere preso in considerazione. Con le risorse fornite in dotazione all’Iit questa probabilità associata è molto bassa.

Ipotizzando che l’Iit paghi una retribuzione competitiva sul mercato accademico internazionale, dobbiamo immaginare un costo del lavoro medio di almeno 150.000 mila euro annui; includendo i costi di funzionamento appare plausibile immaginare che a regime l’Iit sia in grado di reclutare 600 ricercatori. Il potenziale di ricerca della sola università italiana (includendo ordinari, associati e ricercatori) delle aree disciplinari potenzialmente interessate dal progetto (matematici, fisici, chimici, biologi, ingegneri e informatici) è pari a 18.255 (al 31/12/2001), a cui andrebbe sommato il personale che fa ricerca all’interno degli altri istituti di ricerca (Cnr, Enea, ecc.). Immaginando ragionevolmente che almeno la metà dei posti dell’Iit sia riservato a reclutamenti sul mercato intellettuale internazionale, ogni ricercatore appartenente alle scienze esatte ha una probabilità pari all’1.6 per cento di accedere al riconoscimento meritocratico del proprio lavoro. Troppo bassa per costituire un reale effetto di incentivo in grado di attivare maggior concorrenza all’interno di questi settori di ricerca.

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L’esempio dell’Istituto universitario europeo

Un esempio indiretto di come un’entità estranea calata in un tessuto sociale possa non riuscire ad attivare un circolo virtuoso della ricerca ci viene fornito dall’esperienza dell’Istituto universitario europeo di Firenze, che presenta alcune analogie con il progetto Iit: assenza dall’attività didattica universitaria di base (undergraduate); capacità di attrazione di docenti prestigiosi grazie alla possibilità di più elevate remunerazioni; retribuzioni differenziate sulla base del prestigio e della produttività scientifica individuale; maggior dotazione di fondi di ricerca. Sembrerebbero quindi darsi molte delle condizioni che permettono a un pool selezionato di ricercatori di dedicarsi alla produzione scientifica, generando un intreccio virtuoso tra formazione avanzata e ricerca. Ma neppure in questo caso l’affermazione dell’eccellenza è così automatica. In riferimento all’area degli studi economici, una ricerca recente (M. Lubrano, L. Bauwens, A. Kirman, C. Protopopescu, “Ranking economics departments in Europe: a statistical approach”, Core Discussion paper n.50/2003) costruisce una graduatoria dei dipartimenti di economia nelle diverse sedi europee basata sulla quantità e qualità della ricerca ivi condotta e pubblicata. Tale studio assegna il primo dipartimento italiano al cinquantatreesimo posto e il dipartimento di economia dell’Istituto universitario europeo alla cinquantaquattresima posizione.

Possiamo quindi concludere che il progetto dell’Iit nasce zoppo. Troppe poche le risorse inizialmente assegnate per incidere fattivamente, troppa la distanza dal sistema di ricerca preesistente, da cui si dovrebbe comunque trarre almeno una parte dei ricercatori da inserire nei progetti di ricerca. Una strategia più graduale di attivazione di meccanismi concorrenziali avrebbe forse avuto maggiori probabilità di successo.

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