Angelo Gennari , responsabile del centro studi CISL, risponde a Vincenzo Galasso (“Se il sindacato è vecchio”).  E’ vero che il sindacato invecchia.  Cosa fare per impedire che diventi una specie in via di estinzione come i gorilla di montagna?  La replica di  Galasso secondo cui esiste un problema di rappresentanza dei non iscritti al sindacato, precari e senza lavoro in primo luogo.

La lettera di Angelo Gennari

Cara redazione,

Non condivido il taglio e le argomentazioni della nota di Vincenzo Galasso del 23 ottobre (“Se il sindacato è vecchio”),
ma è un fatto certo che il sindacato in Italia, e nel mondo, stia invecchiando. E’ la sindrome del gorilla di montagna, con un’importante variante: il gorilla di montagna è una specie in via di estinzione perché gli sta scomparendo intorno il suo habitat, la foresta pluviale; il sindacato è in calo – non direi in estinzione, no? – perché gli sta scomparendo il suo, di habitat, intorno: la grande fabbrica.
Qui, per fortuna, finisce anche l’analogia con il destino del gorilla di montagna. Se, infatti, la foresta pluviale non ricresce in tempi storici utili (ci vuole qualche millennio per ricostituire quell’habitat), non esistono invece settori dell’economia che restino per sempre impermeabili al sindacato.

La differenza è che, al contrario del gorilla beringei, l’homo sapiens – e anche gli aderenti ai sindacati tutto sommato in questa specie vanno annoverati – sa adattarsi, anche e perfino cambiare il suo ambiente.  
E, anzi, proprio là dove cresce il disagio e cresce l’insicurezza a fronte delle maggiori difficoltà che incontrano i lavoratori resi più precari e i senza lavoro, lì è destinata a crescere anche la domanda di sindacato: che resterà sempre forte nell’industria o nell’impiego dipendente di massa che comunque rimane; ma che non è affatto, di per sé, non-organizzabile anche nel lavoro informale, nel lavoro nero, nel lavoro precario che avanza.

Vero, invece, è che non sappiamo ancora come organizzarla bene la domanda di questo lavoro fluido e sparpagliato che ormai è qui con noi. Ma non dobbiamo scordare che, negli anni ‘20 di questo secolo, l’hic sunt leones del sindacato erano proprio le grandi fabbriche. E che, quando abbiamo imparato a far sindacato anche lì, sono diventate loro il nostro terreno di coltura più fertile. Nulla, insomma, se non forse la nostra pigrizia e, qualche volta, una malriposta qual nostalgia, ci condanna a fare la fine del gorilla di montagna. Però, per rifiorire, è vero, dobbiamo anche cambiare.


Sindacato è termine che alle lingue moderne di matrice latina (spagnolo, francese, portoghese, rumeno, italiano…) arriva dritto dal greco antico: syn + diké = insieme + giustizia: fare insieme giustizia. Questo, in fondo, è il nostro “mestiere”. Ma il syndikos, nell’aurea era di Pericle, era colui che, come istituzione, insieme appunto, garantiva di cambiare e di conservare: di conservare, per quanto possibile, le cose buone conquistate in passato e di cambiare quelle che, a noi, ed ai nostri affiliati – ma ai tanti che, pure non affiliati, comunque a noi fanno riferimento e che, quindi, caro Galasso, “rappresenta veramente il sindacato” – sembra necessario cambiare.

Seconda osservazione o, se vuoi, informazione. Secondo me non irrilevante sul tema.
I dati tutto sommato più attendibili, e anche i più aggiornati pure se ormai un po’ datati, sui tassi di sindacalizzazione (rapporto tra iscritti e forza lavoro dipendente) sono quelli pubblicati nel 1998 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (nel World Labour Report 1997-98) e si riferiscono al 1995.

In Italia, allora, tasso di adesione dei lavoratori attivi (“esclusi i lavoratori autonomi, pensionati e disoccupati iscritti al sindacato”) al 44% della forza lavoro (la union density ancora più elevata in Europa, dopo i paesi nordici e il Belgio: che godono, però, non a caso, di un monopolio o di un duopolio – con le imprese – di competenze su collocamento e previdenza sociale; in Germania, per dirne una importante, il tasso di sindacalizzazione era al 28,9%). Scrive il rapporto dell’OIL che in Italia “il numero dei lavoratori sindacalizzati è rimasto stabile, ma la percentuale dalla metà degli anni ‘80 è scesa del 7% al 44,1% attuale”.

Un riscontro – autorevolissimo – a questi dati viene dal più recente, documentatissimo e monumentale lavoro sugli ultimi cinquant’anni di storia dei sindacati in Europa elaborato, con un fondo di sano scetticismo per i dati “autoproclamati”, da J.Visser e B. Ebbinghaus, Trade Unions in Western Europe since 1945, MacMillan, 2000. Gli autori, che aggiornano le cifre fino al 1998, concludono che i sindacati italiani – tutti ovviamente – affiliano a tutt’oggi all’incirca il 40% della forza lavoro.

Ancor più dettagliata e aggiornata è l’annotazione che, redatta a cura della Biblioteca centrale, si può trovare nel suo link sul sito della cisl. Fa riferimento a una ricerca dell’Unione europea come fonte e recita:

    “Con un numero di aderenti pari a 10.909.282 unità nel 1999 (11.064.429 se si conteggiassero anche i 155.147 iscritti di seconda affiliazione alla Uil), il sindacato confederale italiano è il più forte (quanto a numero di associati) dell’Europa Occidentale [attenzione, però: questi sono numeri assoluti, non il tasso di sindacalizzazione, o union density (rapporto tra iscritti e forza lavoro), di cui si diceva prima] e tra i più forti del mondo. Superato solo da Brasile, Usa [dove gli iscritti sono sui 13 milioni; ma rappresentano, appunto, si è no il 13% della forza di lavoro dipendente], Cina, Giappone, Russia e Ucraina.

    Se corrispondessero al vero i dati contenuti nella seconda parte del “Rapport sur la représentativité des organisations européennes de partenaires sociaux” (commissionato dall’Unione europea all’Università cattolica di Lovanio e reperibile su quel sito) con 16.836.471 iscritti nel 1996 [le cifre fornite alla ricerca dai sindacati confederali italiani corrispondono, però, ad iscritti che pagano la quota; quelle di molti altri tra i sindacati elencati si riferiscono, invece, ai lavoratori che ciascuno dichiara di rappresentare ma che, qualche volta magari non pagano tessera sindacale; dati, cioè, non controllati né oggettivamente controllabili ma autodichiarati: ed ecco la ragione del “se” precedente, come del sano scetticismo di Visser ed Ebbinghaus per i dati “autoproclamati”…] il sindacato del nostro paese (Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Cisal, Confsal, Unionquadri, Cida, Cuq, Cisas, Confill e Usppi) – senza tener conto dei vari Cobas, Fismic ed altre organizzazioni minori – sarebbe il primo del mondo occidentale, superato solo da quello cinese, russo ed ucraino…”.

Questi dati, ora, lo sappiamo, sono ancora calati, per il fenomeno grande fabbrica-grande aggregato di lavoro che, comunque, continuano a rarefarsi. Resta tutto il problema dei tempi con cui cambiare noi stessi per continuare a fare il nostro mestiere, perciò: ma le proporzioni di rappresentanza effettiva, nel senso di rappresentanza efficace e magari tacitamente ma di fatto accettata,  rimangono largamente favorevoli rispetto agli altri al sindacalismo italiano.

Che è invecchiato, sì. perché da noi ci sono tanti pensionati di più che altrove nel sindacato.

Ma sono un di più: importante, da tantissimi punti di vista, non ultimo quello che – al contrario di analoghe federazioni sindacali estere – i sindacati dei pensionati in Italia, contrattano: per esempio, negoziano, insieme alle Confederazioni, sulle riforme socialmente e politicamente possibili (dunque, per definizione, imperfette) od impossibili (quelle teoricamente – ma solo teoricamente – perfette) delle pensioni…

Con tanta, cordialità.
Angelo Gennari
Capo Ufficio Studi
CISL nazionale

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La risposta di Vincenzo Galasso

Caro Gennari,

la sua lunga e dettagliata difesa del ruolo dei sindacati in Italia, corredata di dati e riferimenti che risulteranno molto utili ai nostri lettori che vogliano farsi un’opinione in materia, non smentisce la mia tesi di fondo che riassumo brevemente: Il sindacato italiano è vecchio; i suoi membri sono in maggioranza lavoratori con più di 44 anni e pensionati; tale composizione demografica condiziona la politica sindacale anche in materia previdenziale.

Il tasso di sindacalizzazione

Vediamo perché. Secondo i dati da lei citati, l’adesione al sindacato tra i lavoratori dipendenti – il tasso di sindacalizzazione – è elevata, e fa del sindacato italiano “il più forte dell’Europa occidentale”. Sono convinto che il sindacato giochi un ruolo importante tra i lavoratori dipendenti – anche se sarei curioso di conoscere il tasso di sindacalizzazione per età – ma ciò non esclude, come anche lei sottolinea, che nel sindacato italiano ci siano più pensionati che altrove. Abbiamo dunque un sindacato forte, ma vecchio. Lei sostiene inoltre che le proporzioni di rappresentanza effettiva, ovvero efficace e di fatto accettata, siano maggiori che in altri paesi europei. Anche questo dato è inconfutabile, se lei si riferisce alla “excess coverage”, ovvero alla differenza tra la proporzione di lavoratori coperti dagli accordi sindacali e la proporzione di iscritti al sindacato. Ma se è vero che gli accordi valgono per tutti, iscritti e non, non è necessariamente vero che gli obiettivi perseguiti dal sindacato nello stipulare tali accordi siano quelli di tutti i lavoratori coperti. Nelle organizzazioni sindacali, i rappresentanti rispondono ai membri del sindacato, non a tutti i lavoratori, ed hanno dunque un incentivo a dar maggiore peso agli interessi dei lavoratori (o pensionati) membri.

La sindrome del gorilla di montagna

L’ultima osservazione riguarda la “sindrome del gorilla di montagna”. Come lei non auspico l’estinzione del sindacato, ma non condivido le sue argomentazioni. A mio avviso, il valore della rappresentanza sindacale è nel ruolo che storicamente ha svolto nel rivendicare la necessità di affrontare e risolvere i problemi che si sono presentati nel mondo del lavoro attraverso il processo di contrattazione. Oggi i problemi, come anche lei sottolineava, non sono solo nelle fabbriche, ma anche – forse soprattutto – altrove: tra i giovani, nel sud, dove i tassi di disoccupazione giovanile sono tra i più alti d’Europa. Il sindacato – qualche sindacato – è interessato a rappresentare anche questi problemi del mercato del lavoro? Lei sostiene che la “domanda di sindacato” è destinata a crescere proprio tra i precari e i senza-lavoro, ma che è difficile organizzarla. Non è invece possibile che la rappresentanza dei precari e dei senza-lavoro finisca per ledere gli interessi della maggioranza dei lavoratori iscritti ai sindacati, creando un contrasto tra le due anime del sindacato “cambiare” e “conservare”? In tal caso temo di sapere come andrebbe a finire.

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Se il sindacato è “vecchio”

23 Ottobre 2003
Vincenzo Galasso

In democrazia, il sindacato rappresenta i propri iscritti e ne difende diritti e interessi attraverso la contrattazione con le imprese e con il Governo e, in casi estremi, attraverso lo sciopero.

Ma chi rappresenta veramente il sindacato?

L’età degli iscritti

Due informazioni aiutano a tracciare un identikit dei suoi iscritti. Secondo i dati forniti dall’Eurobarometro (si veda il grafico), l’età dei lavoratori italiani iscritti al sindacato è la più alta in Europa. In Italia, il lavoratore mediano iscritto al sindacato ha quarantaquattro anni, ben quattro in più della media europea. Inoltre, da uno studio di Tito Boeri, Agar Brugiavini e Lars Calmfors risulta che quasi il 50 per cento degli iscritti non è un lavoratore, in Francia e Germania, la percentuale è del 20 per cento. Molti membri del sindacato sono in realtà già in pensione. Questi due fenomeni fanno del sindacato italiano il più vecchio in Europa.

La composizione demografica del sindacato italiano ha effetti sulla sua politica salariale e occupazionale, ma anche sulla sua politica in materia previdenziale. Nel 1995 il sindacato mostrò notevole lungimiranza non opponendosi alla proposta del governo Dini, tuttavia i membri più anziani del sindacato (gran parte dei suoi iscritti) (vedi Galasso) furono esclusi dall’onere della riforma.

La chiusura manifestata dal sindacato di fronte a misure alternative di modifica del regime pensionistico discusse sui giornali sembra fortemente motivata dalla difesa delle organizzazioni sindacali dei diritti dei loro iscritti “anziani”. La proposta Tremonti è criticabile sotto molti punti di vista (vedi Boeri-Brugiavini), come il sindacato osserva viene snaturato il principio della riforma Dini e messo in discussione il patto tra le parti sociali allora sottoscritto, ma sulle specifiche regole l’opposizione del sindacato sembra motivata dalla difesa dei benefici pensionistici di quella coorte di lavoratori con più di quarantaquattro anni, ma con meno di cinquantadue, che ne sarebbe danneggiata. Paradossalmente, il sindacato rafforza il peso di cui i lavoratori (con più di quarantaquattro anni) e i pensionati già dispongono nell’ambito politico, in quanto rappresentano la maggioranza degli elettori.

A quando un’organizzazione che difenda i diritti e gli interessi dei giovani lavoratori (e magari dei disoccupati)?

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