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I want my country back*

Gli Stati Uniti sono diventati un modello da imitare. Negli anni Novanta, grazie a riduzioni nei livelli di regolamentazione e nel sistema del welfare, sono riusciti a crescere fortemente coniugando forte creazione di posti di lavoro con aumenti della produttività del lavoro. Ma l’altra faccia della medaglia è la spaventosa crescita della disuguaglianza nei redditi, risalita ai livelli d’ante guerra. L’Europa deve riflettere su questo. E sul tipo di equilibri politici che potrebbero scaturire in una società fortemente diseguale.

Gli Stati Uniti sono stati un’economia di successo, almeno in anni recenti. L’economia Usa ha creato molti posti di lavoro. Un tempo si pensava che alla creazione di lavoro si accompagnasse una bassa crescita della produttività. Ma negli anni Novanta anche questo è cambiato. Così gli Stati Uniti sono diventati un modello da seguire.
Non voglio dire che non sia giusto farlo, anche se non intendo sposare fino in fondo il trionfalismo americano. Direi comunque che la lezione americana insegna che ci possono essere casi in cui il welfare è troppo generoso, le regolamentazioni eccessive e che ci possano essere vantaggi economici nel riformare questi aspetti. Come in molti altri campi, anche in questo caso la Gran Bretagna sembra trovarsi proprio nel mezzo dell’oceano Atlantico. Ha più disuguaglianza e maggiore crescita dei divari di reddito che il resto d’Europa, ma molto meno degli Stati Uniti. Inoltre, alcune delle riforme thatcheriane che ricordavano le politiche Usa hanno portato notevoli vantaggi sul piano economico.

La lezione americana

Tuttavia, non è più possibile trattare la distribuzione del reddito come se fosse un problema minore.
Negli Stati Uniti le disuguaglianze sono diventate così macroscopiche da essere tema ineludibile in ogni riflessione. Ha lo stesso ordine di grandezza della crescita complessiva o forse ancor più nel determinare lo standard di vita delle famiglie normali. Perciò è necessario riflettere sulla distribuzione del reddito. Se ne siamo capaci, dovremmo prevedere anche gli effetti delle nostre politiche attuali, attraverso la distribuzione del reddito, ma anche attraverso altri canali, sull’economia delle scelte politiche negli anni a venire. In altre parole, se voi europei state pensando a un programma di riforma globale dell’economia (e credo sia chiaro che non mi piace molto quello che sta accadendo negli Stati Uniti), dovreste chiedervi se correte il rischio di creare una dinamica simile a quella americana con l’esplosione delle disuguaglianze e un sempre più accentuato smantellamento del sistema di sicurezza sociale. Si tratta di guardare avanti e chiedersi se, anche al di là delle vostre intenzioni, i cambiamenti di policy che state attuando, possano portare a questo, magari fra un decennio o due.

Per quel che vale, la Destra americana la pensa esattamente in questo modo. Non so quanti di voi abbiano sentito parlare dell’ignobile dibattito sui “lucky duckies” (i fortunati cocchini belli).
Qualche mese fa, il Wall Street Journal in un editoriale lamentava il fatto che i poveri che lavorano pagano poche tasse. L’articolo faceva l’esempio ipotetico di una persona che guadagna 12mila dollari l’anno e che sarebbe, come si diceva, un lucky ducky (termine loro, non mio) perché non paga alcuna tassa sul reddito.
Per la verità paga le imposte sul monte salari (payroll tax), ma chi ha scritto quell’editoriale ha convenientemente omesso questo aspetto. Perché alla Destra americana questo non piace? Perché se una persona non paga nessuna imposta sul reddito, cito letteralmente, non “le ribolle il sangue di rabbia” contro la medesima imposta. Devi perciò creare un sistema che faccia in modo che anche le persone con bassi redditi odino il governo e le imposte, cosicché una futura agenda politica basata sulla riduzione delle imposte possa trovare consensi. Bene, questo è guardare avanti. Certo, chi ha deciso di usare il termine “lucky duckies” non è stato lungimirante. Tuttavia, va riconosciuto che la Destra ha davvero un programma.

Guardare avanti

Se non ci piace quel tipo di società, se non ci piace la strada intrapresa dagli Usa, se non ci piace quel che potrebbe accadere, anche noi dovremmo essere lungimiranti nel formulare programmi.
Intellettualmente, penso che si tratti di una sfida estremamente interessante: potrei passare un paio d’anni cercando di capire tutte le conseguenze politiche della distribuzione del reddito e poi fallire come chiunque altro ci abbia provato. La verità è che sono davvero turbato e preoccupato per quello che sta accadendo nel mio paese. È realmente orribile. Pensavamo di aver fatto molti progressi in campo sociale, diventando una società migliore, più egualitaria. Non significa essere come Cuba, naturalmente, ma solo un paese dove l’offesa della disuguaglianza estrema è drasticamente ridotta. I numeri ci dicono, invece, che siamo già tornati alla società estremamente diseguale dei nostri nonni.
È difficile pensare che la nuova situazione di disuguaglianza non cambierà anche il sentimento politico e sociale del paese e non sono sicuro che sarà un paese dove mi piacerà ancora vivere.
Per usare uno slogan famoso: rivoglio indietro il mio paese.

 

Testo tratto dalla Queen’s Prize Lecture “The Next Big Problem” tenuta dal professor Paul Krugman per il Centre for Economic Performance alla London School of Economics il 17 giugno 2003.

 

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sommario 11 Novembre 2003

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Dal concordato al condono preventivo

  1. Domenico

    Totalmente d’accordo con il Prof. Krugman.
    E’ anche confortante vedere che ci sia Qualcuno, e non a caso non uno qualsiasi, anche negli USA, che non sia così quasi accecato da sentimenti nazionalistici e patriottici da non (voler) vedere ciò che di marcio c’è nella società americana.
    Apprezzo anche la preoccupazione, e ne condivido il rischio, di una eccessiva “americanizzazione” in tale senso dell’Europa, su di un piano (e non sono molti) in cui forse la cultura europea è superiore a quella USA.
    La logica dell’imitazione degli USA, già troppo presente nelle politiche nostrane, rischia di produrre dei veri “mostri” politico-economici, se applicata anche al sistema del welfare, considerando anche che il substrato sociale europeo proviene da una logica di stato sociale profondamente diversa da quella americana, ed un suo radicale mutamento potrebbe realmente avere effetti di estrema gravità nella società europea.

  2. Sandro

    Il modello americano potrà non piacere a Krugman – e anche a me non piace – ma va anche detto che questo è l’unico modello attualmente presente sul mercato con una sua forza competitiva. I risultati di crescita economica ottenuti negli ultimi 20 anni, dalla presidenza Reagan in poi, lo stanno a dimostrare.
    In Europa avevamo un modello alternativo – sintetizzabile nella parola “socialdemocrazia” – ma dopo il boom degli anni ’60 e ’70 è andato progressivamente in crisi. E attualmente non siamo in grado di offrire alcuna alternativa al modello liberista di impronta americana: i difficoltosi tentativi di riforma dello stato sociale da parte della Germania lo stanno a dimostrare. Per non parlare delle continue richieste di deregolamentazione, riforma e privatizzazione provenienti dall’Unione Europea o dalle varie associazioni di industriali.
    Fino che non emergerà nessun modello economico e sociale in grado di sfidare il modello americano sul piano dei risultati e dell’immagine (anche le “filosofie di vita” devono essere vendute; ad esempio, il marxismo lo fu il modo molto efficace, al di là delle proprie performance!) non abbiamo altra scelta che adeguarci alle scelte del più forte.
    Anche se – a mio parere – nutro grossi dubbi sulla sostenibilità nel lungo periodo del modello liberista americano: i due deficit di bilancio e commerciale e il livello di indebitamento medio delle famiglie dovrebbero per lo meno sollecitare qualche riflessione.

  3. gianni

    Umilmente cerco di portare il mio contributo a questa interessante discussione.
    Quello che il prof. Krugman sostiene in sintesi è che vivendo in un’epoca di trasformazione permanente delle strutture economiche determinate da un cambiamento addotto dalla rivoluzione tecnologica, si è determinata una frattura insanabile tra crescita aggregata e redistribuzione della ricchezza e aumento dei redditi, generando spaventose sacche di iniquità.
    E’ ora di affrontare seriamente questo nodo, ed è ora che forze come la sinistra italiana ripensino al cambiamento della nozione stessa di lavoro e, magari qualcuno inorridirà, al concetto di alienazione.

  4. maurizio mantovani

    Per favore basta pensare gli USA come ricettacolo di tutti i mali con un reddito inferiore all’Uganda. La questione è che se l’Europa non imparerà qualcosa dagli USA e dalla Gran Bretagna sarà costratta a cedere proprio sul Welfare. O pensiamo che cinesi, coreani, turchi ecc vogliano continuare a lustrare le scarpe per permettere a noi di andare in pensione a 50 anni (o molto prima in Sicilia), a stare in CIGS 5 – 10 anni a un 1.700.000 al mese, di avere il 30% dei dipendenti pubblici che non lavorano, di non innovare le nostre tecnologie ecc.?

  5. antonio

    Attendiamo ora che Qualcuno consideri il marcio esistente nella società europea, che potrebbe essere rimosso da alcune interpretazioni americane.In modo da poter evitare i radicali mutamenti, mantenendo quel che c’è di buono in Europa e sommandolo a quel che di buono possono fornire gli USA.

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