Per conoscere l’andamento dei salari reali gli italiani possono fare affidamento solo sui risultati di un’indagine realizzata dal Corriere della Sera. Che per ovvi motivi non può essere sottoposta a verifiche di attendibilità e replicabilità. Ma un approccio scientifico a questo tema, come ad altri, è problematico perché per applicare i metodi di ricerca riconosciuti internazionalmente mancano i dati necessari, che in Italia non sono raccolti o sono protetti dalla legge sulla privacy.

Banche dati solo sui giornali

È certo possibile che il potere d’acquisto delle retribuzioni degli italiani si sia ridotto nella misura allarmante denunciata recentemente sulle pagine del Corriere della Sera.

Non è però ammissibile che, in Italia, per conoscere l’andamento dei salari reali ci si debba basare su banche dati non rappresentative della popolazione di riferimento, raccolte a scopo di lucro senza criteri scientifici, e comunque inaccessibili a chi fa ricerca, precludendo così quelle verifiche di attendibilità e replicabilità che la comunità scientifica internazionale considera normalmente necessarie in questi casi.

Com’è costruito il Rapporto

Per quanto è possibile capire da www.corriere.it/rapporto, il quarto Rapporto sulle retribuzioni in Italia è basato su profili retributivi forniti da lavoratori italiani che si connettono con il sito http://www.quantomipagano.com/main.htm per controllare se la loro retribuzione è in linea con il mercato o per mettere in rete il proprio curriculum vitae.

È ragionevole ipotizzare che i lavoratori soddisfatti della loro retribuzione siano quelli meno interessati a questo servizio in rete. Oppure, che i lavoratori con maggiori responsabilità e impegni nel loro lavoro e quindi con salari maggiori, ma anche minor tempo per navigare in rete, non entrino nella banca dati. La banca dati potrebbe quindi sovra-rappresentare, rispetto alla popolazione italiana, le retribuzioni inferiori.

Questo è solo un esempio dei problemi di rappresentatività di questa banca dati. Gli stessi curatori del Rapporto affermano che “nel 2003 i dati sono diventati ancora più rappresentativi della realtà italiana perché è diminuito il numero di quadri e dirigenti a favore dei profili impiegatizi e operai (…). Rispetto agli anni precedenti, poi, l’indagine è un po’ meno milanocentrica perché il peso relativo dei lavoratori milanesi è sceso a favore di Sud e Centro (…). Anche i lavoratori della piccola impresa hanno aumentato la loro presenza nell’indagine (…)” (Corriere Lavoro di venerdì 7 novembre, p. 13). Dunque, nonostante i miglioramenti del 2003, non vi è alcuna garanzia che la rappresentatività abbia raggiunto livelli accettabili. Ancora più preoccupante è il fatto che fosse scarsa negli anni precedenti visto che il dato che più allarma il Corriere è la diminuzione del potere d’acquisto nel tempo.

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Se questa diminuzione dipendesse solo dal fatto che nel campione del 2003 ci sono più lavoratori con bassa retribuzione perché lavorano al Sud o in una piccola impresa, il “grande salasso” sarebbe solo un problema di differente composizione del campione in anni diversi.

Mancano le banche dati

Ma di questo non si può fare una colpa al Corriere, anche se forse da un giornale di quel livello ci si potrebbe attendere uno stile diverso e un controllo maggiore sulla qualità delle informazioni date ai lettori.

E nemmeno a chi gestisce http://www.quantomipagano.com/main.htm , un’ottima iniziativa che rende un servizio molto utile alla forza lavoro italiana. Anzi, agli estensori del rapporto va riconosciuto il merito di aver segnalato all’opinione pubblica quanto inutili siano le statistiche dell’Istat sulle retribuzioni minime contrattuali dal momento che ciò che un lavoratore porta a casa è generalmente molto diverso da quanto il contratto stabilisce.
Il vero problema è che in Italia non esiste una banca dati rappresentativa in grado di fornire informazioni attendibili sulle retribuzioni con frequenza annuale o meglio mensile.

Più in generale, chi volesse applicare alla situazione italiana metodi di ricerca riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale (e i cui risultati sono tipicamente tenuti in conto dai policy makers di altri paesi), non potrebbe farlo perché non ha accesso ai dati necessari, che non sono raccolti o non sono disponibili per la legge sulla privacy ( vedi Ichino-Rossi)
All’opinione pubblica italiana per sapere qualcosa su una variabile così importante quale il potere d’acquisto dei salari, non resta dunque altro che basarsi su reportage giornalistici invece che su ricerche effettuate con metodi e dati sottoposti al vaglio della comunità scientifica.
Sarebbe come se, in campo medico, per valutare l’efficacia di una terapia ci si basasse su un questionario riempito su base volontaria da chi entra o esce da un ospedale.
Spiace puntare ancora una volta l’indice contro l’Istat, ma in molti paesi dell’Ocse l’Indagine trimestrale sulle forze di lavoro fornisce vari indicatori relativi alle retribuzioni individuali. Perché in Italia questo non accade? E non è questo l’unico problema della nostra Indagine trimestrale come si può vedere dalla scheda che compara la situazione italiana a quella americana.

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È la prima di una serie di schede che lavoce.info pubblicherà per illustrare la drammatica situazione di indisponibilità di dati per la ricerca che caratterizza il nostro paese.

 

Scheda comparativa: la situazione americana e quella italiana.

 

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