Il testo definitivo dell’Accordo si avrà solo a fine giugno 2004. Nel frattempo si approfondiscono alcune questioni come la modalità di trattamento delle perdite attese e inattese e il credito al consumo. Sono temi che stanno particolarmente a cuore alle aziende italiane. Per la quasi totalità si tratta infatti di piccole e medie imprese che temono la rarefazione del credito bancario. E Basilea 2 potrebbe così diventare un’occasione propizia per spingerle ad adottare strutture societarie e ad aprirsi al mercato mobiliare.

La stesura definitiva del nuovo Accordo di Basilea (Basilea 2), prevista per fine ottobre, è stata rinviata a fine giugno 2004; è stata invece confermata la data di avvio del biennio di rodaggio (1° gennaio 2007).

Nella riunione di Madrid del 10 e 11 ottobre scorso, il Comitato si è trovato di fronte ad alcuni problemi che hanno consigliato un nuovo periodo di riflessione, in particolare sulle modifiche nel computo delle perdite attese e inattese; le semplificazioni nella valutazione delle attività cartolarizzate; la revisione delle questioni relative alle carte di credito (e cioè del credito al consumo) e la revisione di alcune tecniche di mitigazione del rischio (vedi  il sito della Banca per i Regolamenti Internazionali
).

La situazione delle Pmi

Le imprese che prevedono una rarefazione del credito bancario sono prevalentemente le Pmi, distinte in Pmi-retail (fatturato fino a 5 milioni ed esposizione fino a 1 milione) e Pmi-corporate (fatturato compreso fra 5 e 50 milioni ed esposizione superiore a 1 milione), cioè la quasi totalità delle imprese italiane.
In Italia, Basilea 2 verrebbe applicato a oltre cinque milioni di imprese. Di queste, solo poco più di 600mila hanno obblighi contabili in quanto costituite nella forma della società di capitali. Ciò significa che un buon 88 per cento delle imprese può fornire ai propri finanziatori scarse informazioni economiche, finanziarie e patrimoniali.
D’altra parte, queste, per poter essere trattate, richiedono comunque una riclassificazione in termini di bilancio da parte delle banche: di fronte a informazioni scarse o scadenti la percezione del rischio è molto incerta e le banche traducono questa percezione in rischio elevato.
Supponendo che il 95 per cento delle imprese italiane abbia un fatturato fino a 5 milioni e che il 90 per cento delle imprese abbia esposizioni fino a 1 milione, il 90 per cento delle imprese italiane rientrerebbe nella categoria Pmi-retail.

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L’ultima bozza dell’Accordo (CP3), che ha costituito la base dei lavori della sessione di Madrid, aveva notevolmente affinato le modalità di trattamento del rischio di credito alle imprese: sia nelle valutazioni con i metodi interni, sia nella valutazione con il metodo standard che può interessare le imprese prive di rating (cioè, attualmente, per la quasi totalità delle imprese italiane). La riconsiderazione degli elementi di attenuazione del rischio di credito ha disegnato una curva di assorbimento di patrimonio bancario maggiormente appiattita rispetto alle precedenti previsioni, sulla base della considerazione che la diversificazione del rischio è implicita quando si lavora con moltissime piccolissime aziende.

Il rinvio di Madrid non può che essere salutato dunque con soddisfazione da parte delle Pmi, non solo perché il loro “peso” sui patrimoni bancari si ridurrà notevolmente rispetto a quello attuale (oggi un prestito pesa per l’8 per cento mentre domani potrà pesare anche per meno del 6 per cento, a seconda delle garanzie prestate), ma anche perché le motivazioni del rinvio di Madrid attengono almeno a due questioni che le riguardano: la valutazione prospettica del deterioramento dei prestiti e la questione del credito al consumo.
Per la prima, il Comitato richiede opinioni sulle modalità di trattamento delle perdite attese e inattese: poiché l’evento “perdita” è sempre inatteso, si tratta di capire come il deterioramento generico dei prestiti (perdita inattesa, migration risk) e il deterioramento definitivo dei prestiti (perdita attesa, default risk) debbano intaccare i patrimoni bancari (se incideranno, cioè, sul patrimonio di base, tier 1, e/o su quello supplementare, tier 2).
La seconda questione è rilevante sia perché si tratta di una categoria di rischio di rilievo non trascurabile, sia perché nel credito al consumo rientreranno moltissime microimprese (ricordiamo che l’elevatissima numerosità delle ditte individuali e delle società di persone).

Più tempo per organizzarsi

È dunque evidente la rilevanza di aumentare le precauzioni, di avere il tempo per di riflettere su tutte le opinioni che verranno acquisite (le obiezioni andranno inviate entro il 31 dicembre prossimo), di affinare gli strumenti che consentono di giungere a informazioni attendibili e di ridurre i margini di incertezza nelle previsioni.
Rimane altamente auspicabile, tuttavia, che i tempi previsti per l’adozione di questi strumenti di regolazione del mercato del credito vengano rispettati (1 gennaio 1997): trattandosi di effetti apparentemente di non breve periodo, i lavori per organizzare l’arena competitiva fra le imprese e fra le banche e per ridurre l’area dell’economia informale richiedono un periodo di adattamento non breve e per il quale vale la pena di spendere energie. Potrebbe essere questa una delle occasioni che favoriscono la convenienza delle imprese ad adottare strutture societarie e ad aprirsi al mercato mobiliare, anche alla luce delle innovazioni italiane in tema di diritto societario e di quelle connesse con la prevista adozione dei principi contabili internazionali.
Un risultato, tutto italiano, è già stato ottenuto: il sistema di garanzie facenti capo ai Confidi non avrebbe avuto alcun valore nell’ambito del Basilea 2 e la consapevolezza di ciò ha fornito lo stimolo per la stesura di una nuova cornice normativa e regolamentare entro la quale dovranno collocarsi i nuovi Confidi (Dl 286/2003, art. 13, 30 settembre 2003).

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