Lavoce.info

Una seria dimenticanza

Negli Stati Uniti torna l’associazione tra investimenti in tecnologie dell’informazione e crescita della produttività. In Italia, nonostante gli annunci sul sostegno alla digitalizzazione dell’economia, dalla tecno-Tremonti scompaiono gli incentivi alle imprese per l’installazione di nuove attrezzature informatiche. Aumenta così il divario che separa il nostro da altri paesi europei, più consapevoli che queste tecnologie sono strumenti di riorganizzazione industriale indispensabili per non perdere competitività.

Per una singolare coincidenza, nei giorni scorsi, le agenzie di stampa hanno diffuso contemporaneamente due notizie apparentemente non collegate tra di loro, una dall’America e un’altra dall’Italia.

Investimenti in It e crescita in America

La prima notizia riguarda il boom dell’economia americana. Stime preliminari del Department of Commerce indicano che, nel terzo trimestre 2003, il Pil degli Stati Uniti è aumentato a tassi che non si vedevano da venti anni: +7.2 per cento su base annua, con un aumento della produttività di circa il 6 per cento. È vero, la maggior parte degli analisti ha subito sottolineato l’eccezionalità, e quindi la difficile ripetibilità, dell’entità del boom. Ma le previsioni del Blue Chip Consensus concordano nell’indicare una crescita stabile del Pil intorno al 4 per centoper il resto di quest’anno e per il prossimo. Il fatto più importante è il ritorno degli investimenti, soprattutto degli investimenti in tecnologie dell’informazione (hardware, software e Tlc). Proprio l’andamento di questa voce della domanda aggregata aveva influito in modo molto negativo negli ultimi due anni, nei quali la crescita del Pil americano era stata sostenuta dalla sostanziale tenuta dei consumi privati e dall’aumento delle spese belliche e per la difesa. Ora, però, gli investimenti in It sono tornati a crescere a tassi confrontabili con quelli degli anni Novanta.

Negli Stati Uniti, dunque, ritorna l’associazione tra investimento in tecnologie dell’informazione (It) e crescita della produttività, che è stato considerato da molti il vero motore della crescita americana negli anni Novanta.

La scomparsa dell’It dalla “tecno-Tremonti”

Negli stessi giorni, i giornali italiani riprendevano un’altra notizia, per lo più nelle pagine interne: dalla “tecno-Tremonti” (l’insieme di provvedimenti legislativi volti a sostenere l’innovazione tecnologica e la ricerca contenuti nel maxi-decreto collegato alla Finanziaria 2004) sono scomparsi gli incentivi per gli investimenti digitali. Anche se l’articolo 1 del Capo I del maxi-decreto del Governo riguarda la “detassazione degli investimenti in ricerca e sviluppo, tecnologia digitale, export, quotazione in borsa, stage aziendali per studenti”, un altrettanto maxi emendamento da parte del Governo (leggi: del ministero dell’Economia) ha in pratica cancellato gli incentivi per gli investimenti in nuove tecnologie dal decreto.
In virtù dell’emendamento, nel 2004, le imprese potranno, ad esempio, escludere dall’imposizione del reddito d’impresa un importo pari al 10 per cento delle spese sostenute per ricerca e sviluppo (R&S) dell’innovazione e al 30 per cento dell’eccedenza rispetto alla media degli stessi costi sostenuti nel triennio precedente. Ma le spese per installare nuova attrezzatura informatica (computer, reti locali, altri apparecchi per telecomunicazioni) e software non daranno generalmente luogo a questo tipo di sgravio fiscale. Con una possibile, poco trasparente, eccezione: l’emendamento ammette, infatti, a godere dello sgravio le piccole e medie imprese che “nell’ambito di distretti industriali o filiere produttive, si aggreghino in numero non inferiore a dieci, utilizzando nuove strutture consortili o altri strumenti contrattuali per realizzare sinergie nelle innovazioni informatiche”, anche se l’efficacia di tali disposizioni è subordinata alla preventiva approvazione da parte della Commissione europea e include solamente le spese relative alla ristrutturazione produttiva e non quelle relative a hardware e software. Insomma, alla Commissione piacendo, alcune Pmi, capaci di realizzare sinergie informatiche (un’espressione dalla dubbia efficacia giuridica), potranno ripagarsi le spese per i cosiddetti “intangibles” (ma non per il software, forse l’intangible più importante).

Leggi anche:  Paradossi: la Superlega si appella alle norme antitrust

Una seria dimenticanza

L’esclusione dell’It dagli sgravi è una seria dimenticanza. Per quanto certamente suggerita da esigenze di gettito, rappresenta una grave omissione per due ragioni principali. Concentrare le risorse disponibili per favorire l’innovazione privata solo sulla ricerca e sviluppo non va nella direzione indicata dalle esperienze internazionali di successo.
Come documentato nel “Science, Technology and Industry Scoreboard” dell’Ocse (vedi figura), è l’investimento complessivo in conoscenza, cioè in R&S, nel software e nell’istruzione terziaria, a essere associato a una più rapida crescita economica. Nei paesi nordici e negli Usa(i paesi più dinamici e innovativi e quelli in cui la produttività è cresciuta più rapidamente negli ultimi anni) l’investimento in conoscenza è più elevato che altrove ma in modo equilibrato nelle sue varie componenti. Perché allora privilegiare solo una (l’R&S) delle forme di creazione dell’innovazione?

Se è vero che, da sole, le tecnologie dell’informazione non fanno crescere più velocemente un’economia ( Daveri-Tabellini febbraio 2003), è altrettanto vero che il nostro paese continua a presentare un forte divario nella spesa in It rispetto agli altri paesi europei (non solo Finlandia e Svezia, ma anche Germania, Francia e Regno Unito). Tale divario dovrebbe essere colmato, non aumentato.
Il divario è particolarmente evidente proprio nella spesa per investimenti, che viene dimenticata nel decreto legge del Governo. Le famiglie italiane sono piene di cellulari e si scambiano agevolmente le foto digitali di bambini, cani ed eventi conviviali. Le nostre imprese, invece, comprano pochi nuovi computer, spesso non usano Internet e dedicano ancor meno risorse a capire, ad esempio, se l’open source può essere un’alternativa praticabile a Windows. In poche parole, mettono pochi soldi nell’It. Forse perché sono piccole e specializzate nella produzione di beni tradizionali. Ma il problema esiste ed è serio, perché le tecnologie dell’informazione sono strumenti di riorganizzazione aziendale sempre più indispensabili se non si vuole perdere competitività.

Solo annunci

L’economia americana continua a stupirci con la sua performance di produttività. Invece, l’Europa e l’Italia arrancano. La Finanziaria 2004 sembrava aver fatto propria l’esigenza di aiutare l’economia a crescere. Ma, spesso, “the devil is in the details”: dopo gli annunci da prima pagina sul sostegno alla crescita (che includono la recente nascita di Innovazione spa, “un’agenzia per lo sviluppo digitale del paese e del Mezzogiorno”), ecco subito una piccola, ma significativa, ritirata, proprio sul fronte della digitalizzazione dell’economia. Più che di annunci, un’efficace politica per la crescita è fatta della persistenza nell’attuazione di un disegno. Ci si chiede: che disegno è quello che vincola impropriamente o cancella del tutto proprio gli incentivi fiscali all’It da un decreto di sostegno all’innovazione?

Leggi anche:  La spiaggia libera? Un miraggio*

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Salva-calcio: una bocciatura annunciata

Successivo

Finanziaria avara con gli enti locali

  1. Massimo Coletti

    Ho trovato molto stimolante il riferimento presente nell’articolo alle tecnologie Open Source.
    Seguo da tempo l’argomento, cercando di andare oltre gli aspetti piu’ “folcloristici”, e cercando di capire i modelli economici che stanno dietro a questa nuova “filosofia”.
    Non e’ questo il luogo per entrare nei dettagli, ma ritengo che l’Open Source costituisca un’opportunita’ per un sistema-paese come il nostro, fortemente dipendente dall’import di tecnologia “su licenza” dagli USA, di dare impulso al settore dei servizi IT domestico.
    L’impulso a cui penso e’ sia in meri termini di fatturato, sia come spinta alla crescita del know-how e come opportunita’ di “invenzione”.
    Immagino che una corretta politica economica “lungimirante” potrebbe aprire un capitolo su questo tema, cercando di integrare il sistema formativo (sia come erogatore di conoscenza che come attore di sviluppo di un nuovo tessuto imprenditoriale), il sistema fiscale (incentivi), il mercato della Pubblica Amministrazione (know-how, standard), il mercato del lavoro e le imprese (consapevolezza, tutorship, modelli economici).

    • La redazione

      Grazie del commento. L’open source è certamente un argomento importante e affascinante di cui si discute troppo poco e in modo poco lungimirante. Il mio articolo aveva solo il modesto obiettivo di segnalare una dimenticanza nella finanziaria che, a mio avviso, non è certo in sintonia con le parole d’ordine altisonanti del Governo in materia di società dell’informazione.

      Ora che ci penso, sarà istruttivo vedere cosa il Ministro Stanca scriverà nel consueto documento di fine anno, che si intitolerà qualcosa come: “La Società dell’informazione nella Legge Finanziaria 2004” (tieni d’occhio il sito:
      http://www.innovazione.gov.it/ita/soc_info/politiche_governo/indice.shtml).

      Francesco Daveri

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén