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Informare nel riformare

Manca informazione sugli effetti che la riforma previdenziale avrà sui redditi futuri degli italiani. E l’incertezza non fa bene nè al dialogo, nè ai consumi. La tabella qui proposta calcola la pensione attesa per alcune tipologie rappresentative di lavoratori. Se ne ricava che la riforma Tremonti colpisce in particolare le classi dal 1951 al 1956, che vincola molto le fasce di età successive, ma con riduzioni relativamente modeste delle prestazioni e dunque con una riduzione contenuta della spesa pensionistica dal 2013.

Riforme, piani di risparmio e democrazia

Un Governo in procinto di varare una riforma delle pensioni ha il dovere di informare prima possibile i cittadini sugli effetti di questo intervento sui loro redditi futuri. Se diminuiscono le prestazioni pensionistiche, occorrerà per tempo rimediare, modificando piani di risparmio che normalmente si adattano molto lentamente. C’è molta inerzia in queste decisioni.
Ed è anche una questione di democrazia: occorre conoscere per decidere. Legittimo chiedersi quanti parlamentari sappiano come cambieranno le pensioni degli italiani con la riforma Maroni-Tremonti.

Ci saremmo perciò aspettati, subito dopo l’approvazione da parte del Governo dell’emendamento alla delega previdenziale, la pubblicazione di tabelle che informassero i potenziali interessati su quanto potranno attendersi di ricevere in futuro dall’Inps con o senza la riforma. Sul sito del ministero del Welfare troviamo, invece, solo una sintesi dell’emendamento che, oltre a termini comprensibili solo agli addetti ai lavori, contiene affermazioni quanto meno fuorvianti. Ad esempio, si afferma che in virtù della certificazione dei diritti si potrà “andare in pensione in qualsiasi momento, anche se nel frattempo la legge cambierà”!  Una ragione in più per ritenere che molti parlamentari non siano informati: si sancisce l’inutilità del loro mestiere. 

Perché non informare allora?

Il Governo dispone di tutte le informazioni necessarie per fornire stime accurate delle pensioni future degli italiani. È su questa base, peraltro, che si generano le proiezioni della spesa previdenziale della Ragioneria dello Stato, riportate da tempo su questo sito (Boeri-Brugiavini) (e sulle quali siamo ancora in attesa di chiarimenti).

Perché allora non dare conto agli italiani di cosa accadrà con la riforma? Forse si teme di scatenare l’ira della piazza? Oppure si ha paura di bloccare sul nascere la ripresa dei consumi, alimentando forti risparmi precauzionali? Ma è proprio l’incertezza la peggior nemica dei consumi. E quanto alla piazza, questa si nutre di disinformazione. Ad esempio alcuni volantini distribuiti in occasione dello sciopero del 24 ottobre sostenevano che la riforma “applica dal Primo gennaio 2008 a tutti il calcolo contributivo, tagliando fino al 50 per cento la pensione prevista”. Non c’è che dire: tre inesattezze (in corsivo) in una sola riga!

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Lavoce.info vorrebbe contribuire a colmare queste gravi lacune informative. Sandro Gronchi ha fornito calcoli sui vantaggi e svantaggi del cosiddetto superbonus (la riforma Maroni) e li discute con i lettori.  Ci concentriamo qui sugli effetti delle misure che interverranno dal 2008 in poi (la riforma Tremonti). Utilizzando le informazioni disponibili ai comuni mortali (il casellario dell’Inps è accessibile solo dal ministro Maroni in persona, si veda la circolare del Commissario Straordinario Sassi), abbiamo ricostruito all’indietro le carriere lavorative di alcune tipologie rappresentative di lavoratori e abbiamo stimato in avanti le loro probabili prestazioni pensionistiche con e senza la riforma. I risultati di questo esercizio sono riportati nella tabella qui sotto.

Nota: Per la classe 1958 si ipotizza che i disincentivi introdotti sperimentalmente saranno decaduti nel 2015.


La tabella riporta le pensioni lorde, a prezzi 2003, che si possono legittimamente attendere lavoratori e lavoratrici dipendenti nel settore privato, con redditi mediani, a seconda dell’età in cui andranno in pensione con e senza la riforma.
Ad esempio, una lavoratrice con redditi mediani, nata nel 1953 e con 36 anni di contributi nel 2010, con le regole attuali potrebbe, a quella data, percepire una pensione di 10.618 euro all’anno. Se, invece, andasse in pensione l’anno dopo, sempre con le regole attuali, riceverebbe una prestazione annuale di 10.731 euro. Le caselle barrate corrispondono ad anzianità anagrafiche e contributive in cui non è possibile ricevere alcuna prestazione previdenziale.
Il calcolo è riportato per due generazioni investite dalla riforma Tremonti: la classe 1953 e la classe 1958. Nel primo caso, gli individui rappresentativi sono oggi interamente sotto il regime retributivo. Nel caso della classe 1958, invece hanno una pensione definita in base alle regole del regime “misto” (retributivo fino al 31-12-1995 e contributivo di lì in poi).

Dal punto di vista contributivo, consideriamo casi estremi e realistici: persone che a 57 anni hanno 36 anni di contributi (ad esempio hanno iniziato a lavorare a 21 anni senza interruzioni di carriera) oppure persone destinate a maturare i 40 anni di contributi richiesti dalla riforma Tremonti al compimento del sessantacinquesimo anni di età (quando anche i maschi, con la nuova normativa potranno avere una pensione di vecchiaia). Nel caso della classe 1953 abbiamo anche riportato in corsivo le penalizzazioni previste in via sperimentale fino al 2015 dall’emendamento presentato dal Governo al Senato. Si tratta di un’applicazione integrale del metodo contributivo a chi andasse in pensione prima di avere maturato i requisiti anagrafici o contributivi previsti dalla riforma Tremonti.

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Tre i fatti più importanti segnalati dalla tabella. Primo, la riforma Tremonti colpisce fortemente le classi dal 1951 al 1956, quelle ancora interamente sotto il regime retributivo. Questo avviene perché il regime retributivo premia fortemente l’andata in pensione appena possibile. Per i profili salariali del lavoratore mediano scelto nel nostro esempio, la pensione addirittura diminuisce (in linea con la riduzione del reddito da lavoro per queste fasce di età) sopra i 62 anni. Dunque, il costo del pensionamento posticipato è molto forte. Si può stimare una riduzione del valore atteso della prima prestazione previdenziale dell’ordine del 25 per cento per i lavoratori con lunghe anzianità contributive nel 2010 e del 46 per cento per quelli con 40 anni di contributi solo a 65 anni. Secondo, la riforma vincola molto le classi di età successive (dal 1957 in poi), a fronte però di riduzioni della prima prestazione attesa relativamente modeste. Questo avviene perché la pensione progredisce rapidamente all’allungamento della vita lavorativa: un ritardato pensionamento implica pensioni “più pesanti”. L’altra faccia della medaglia è che questi vincoli hanno effetti di riduzione della spesa previdenziale relativamente contenuti dal 2013 (quando iniziano a maturare i requisiti per il pensionamento d’anzianità, sotto le regole oggi vigenti, per i lavoratori sotto il regime misto).  Terzo, la riforma colpisce molto di più i lavoratori che le lavoratrici perchè queste ultime possono sempre accedere alle pensioni di vecchiaia a partire dal sessantesimo anno di età.  E, in virtù della loro maggiore longevità, percepiranno questa pensione più a lungo.  Mentre sono relativamente poche le lavoratrici nelle classi maggiormente colpite dalla riforma che si vedranno privare (per al massimo tre anni) dell’accesso alle pensioni d’anzianità. Per queste poche, tuttavia, le penalizzazioni saranno molto marcate.

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  1. Nicola Manna

    Concordo sulla necessità di informare per riformare.
    Sono però curioso – e mi chiedo come abbiate predisposto i calcoli di cui alla tabella – di conoscere qulai siano le regole del contributivo per tutto il periodo di lavoro (oggi si sanno quelle delle posizioni miste, per le quali il retributivo è salvaguardato sino al 1996).
    Anche Domenico Comegna nell’inserto del Corriere Economia aveva fatto alcuni calcoli (e proposto tabelle) determinate in base a correttivi di aliquote nella media degli ultimi 10 anni ante 2008 rispetto alla stessa media ante 1996 (ho chiesto chiarimenti all’autorevole articolista, ma non ho ancora ricevuto risposta).

    Qualcuno ha la tabella del Pil dal 1973 (2008 – 35), qualcuno conosce le aliquote contributive poste a carico del lavoratore e del datore di lavoro, settore per settore?

    Come si fa a calcolare le medie se sul’estratto conto INPS figura solo quanto versato dal lavoratore?

    Come fa l’inps stesso a fare proiezioni per chi acceda al suo sito on line e chieda l’ipotesi di pensione?

    Grazie per l’attenzione, resto in attesa, fiducioso, di una risposta.

    Grazie.

    • La redazione

      Noi abbiamo dati su retribuzioni e contributi di individui rappresentativi, nonchè serie del prodotto lordo. Tutto quanto serve per calcolare la pensione sotto il contributivo integrale per il contribuente mediano. Sarà molto più difficile per l’Inps fare questi calcoli per ciacun contribuente che decida di utilizzare questa opzione. Una volta di più, il proponente non si è preoccupato di controllare se le sue proposte erano applicabili.

      Cordiali saluti

  2. patrizia

    Mi sembra pleonastico domandarsi perché non viene data informazione in merito ai danni pensionistici che subiranno certe generazioni…per lo stesso motivo per cui sia Prodi che Dini non lo hanno fatto a suo tempo, ed ora noi delle classi del 1940-48 abbiamo problemi di lavoro e pensioni.
    Non vi pare?

    • La redazione

      Già. Ma non informare facilita anche il compito di chi drammattizza le conseguenze di queste riforme. Basterebbe comunque mandare a tutti a casa un estratto conto previdenziale con proiezioni sulle pensioni cui si avrà diritto a seconda dell’età di pensionamento, come avviene in Svezia, paese che ha adottato un regime pensionistico molto simile a quello dai noi introdotto con la riforma Dini del 1995.

      Cordiali saluti

  3. marco esposito

    Mi hanno un po’ deluso i vostri conteggi sugli effetti della riforma. Non capisco perché ci sia uno zero (o una linea tratteggiata) laddove scatta la pensione tagliata. Inoltre non comprendo la scelta di utilizzare i valori mediani, che cambiano di anno in anno. A chi è nato nel 1953, per esempio, interessa capire cosa gli accade se va in pensione in una certa data o in una successiva, con le regole attuali oppure con la tremonti. Dalla vostra tabella sembra quasi che più si ritarda meno pensione si prende. oppure che se si è donna si prende una pensione più bassa, mentre tutto dipende dai contributi versati e dagli anni di lavoro e non dal sesso. Insomma: capisco che fare i conti è difficile e che lorsignori nascondono i dati, ma questo non è una buona ragione per pubblicare tabelle approssimative.

    • La redazione

      Lo scopo delle tabelle è quello di mostrare cosa succede a un individuo tipico nei tre regimi, non di analizzare tutti i casi possibili, davvero tantissimi. Le tabelle non sono approssimative, si riferiscono a un individuo mediano, cioè a un individuo tipico, che non assomiglia a lei, nè probabilmente al suo collega di lavoro oppure a noi perchè sintetizza tutti gli individui maschi o femmine di quella generazione.
      Per questo individuo ipotetico i salari reali (cioè al netto dell’inflazione) crescono fino a una certa età(approssimativamente 55 anni) e poi si stabilizzano per decrescere leggermente se questo signore continua a lavorare fino a 64 anni.
      Le linee tratteggiate nella tabella appaiono quando l’individuo non può accedere alla pensione secondo le nuove regole. Non può ricevere la pensione quell’anno, chiaramente non per tutta la sua vita. La tabella, in altre parole, mostra la “prima prestazione” cui si ha diritto. In effetti, con la riforma ci saranno delle prestazioni in meno da riscuotere.
      Quello che rileva è il confronto, per il medesimo individuo, tra i risultati nei diversi regimi. Un pregio delle tabelle è proprio mostrare che, con il metodo di calcolo retributivo, la pensione può addirittura diminuire se si decide di continuare a lavorare. Questo avviene quando i salari scendono negli ultimi anni e si sono completati 40 anni di contributi. In questo caso scende la media dei salari sugli ultimi 10 anni e, dunque, anche la prima pensione. Se lei prevede che i suoi salari crescano fino a 64 anni o se non ha completato i 40 anni di contributi, questa caduta non si verifica. Il caso descritto nella tabella aiuta perciò a capire perchè tanti lavoratori non solo vengano incentivati ad uscire presto, ma abbiano spesso una convenienza economica ad uscire appena possibile.

      Cordiali saluti

  4. Andrea Mariaini

    Concordando con l’impostazione e le finalità dell’articolo, volevo chiedere soltanto un chiarimento circa la parte finale della tabella (nati nel 1958 con 31 anni di contribuzione all’età di 57 anni): per questi lavoratori non esiste la possibilità di andare in pensione prima con l’opzione per il calcolo interamente contributivo? Oppure avete considerato questa possibilità, ma il risultato è inferiore a 1,2 volte l’assegno sociale così che non si matura il diritto alla prestazione?
    Grazie per l’attenzione.

    • La redazione

      Come riportato nell’articolo, abbiamo ipotizzato che quella misura, introdotta sperimentalmente dal 2008 al 2015 secondo l’emendamento governativo, non venga successivamente riproposta. Le penalizzazioni sono talmente forti dal renderla probabilmente del tutto inefficace.

      Cordiali saluti

  5. Daniele

    Tra scaloni e scalini , somma tra età angrafica e contributi versati (95), ci dimentichiamo di chi come il sottoscritto per ragioni oggettive ha dovuto iniziare a lavorare a soli 15 anni facendo il benzinaio , il lavauto ecc.. quindi la mia gioventu haime mentre gli altri giocavano all’oratorio a calcio io facevo benzina ed oggi mi trovo a dover correrre , bastone e carota , dietro la pensione. La raggiungerò?

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