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Se il sindacato è “vecchio”

Gli iscritti alle organizzazioni sindacali in Italia hanno l’età più alta in Europa. Anzi, molti sono già in pensione. Questa composizione demografica influenza la posizione dei sindacati sulla riforma previdenziale. Nessuna opposizione alla legge Dini, che non toccava gli interessi di gran parte degli iscritti, chiusura oggi a nuove riforme per difendere i benefici di una particolare fascia di lavoratori, già forti politicamente perché sono la maggioranza degli elettori. Ma chi rappresenta i giovani?

In democrazia, il sindacato rappresenta i propri iscritti e ne difende diritti e interessi attraverso la contrattazione con le imprese e con il Governo e, in casi estremi, attraverso lo sciopero.

Ma chi rappresenta veramente il sindacato?

L’età degli iscritti

Due informazioni aiutano a tracciare un identikit dei suoi iscritti. Secondo i dati forniti dall’Eurobarometro (si veda il grafico), l’età dei lavoratori italiani iscritti al sindacato è la più alta in Europa. In Italia, il lavoratore mediano iscritto al sindacato ha quarantaquattro anni, ben quattro in più della media europea. Inoltre, da uno studio di Tito Boeri, Agar Brugiavini e Lars Calmfors risulta che quasi il 50 per cento degli iscritti non è un lavoratore, in Francia e Germania, la percentuale è del 20 per cento. Molti membri del sindacato sono in realtà già in pensione. Questi due fenomeni fanno del sindacato italiano il più vecchio in Europa.

La composizione demografica del sindacato italiano ha effetti sulla sua politica salariale e occupazionale, ma anche sulla sua politica in materia previdenziale. Nel 1995 il sindacato mostrò notevole lungimiranza non opponendosi alla proposta del governo Dini, tuttavia i membri più anziani del sindacato (gran parte dei suoi iscritti) (vedi Galasso) furono esclusi dall’onere della riforma.

La chiusura manifestata dal sindacato di fronte a misure alternative di modifica del regime pensionistico discusse sui giornali sembra fortemente motivata dalla difesa delle organizzazioni sindacali dei diritti dei loro iscritti “anziani”. La proposta Tremonti è criticabile sotto molti punti di vista (vedi Boeri-Brugiavini), come il sindacato osserva viene snaturato il principio della riforma Dini e messo in discussione il patto tra le parti sociali allora sottoscritto, ma sulle specifiche regole l’opposizione del sindacato sembra motivata dalla difesa dei benefici pensionistici di quella coorte di lavoratori con più di quarantaquattro anni, ma con meno di cinquantadue, che ne sarebbe danneggiata. Paradossalmente, il sindacato rafforza il peso di cui i lavoratori (con più di quarantaquattro anni) e i pensionati già dispongono nell’ambito politico, in quanto rappresentano la maggioranza degli elettori.

A quando un’organizzazione che difenda i diritti e gli interessi dei giovani lavoratori (e magari dei disoccupati)?

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sommario 21 ottobre 2003

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  1. Roberto Giovannini

    Perdono, ma non capisco. Se il sindacato, come dice Galasso, “rappresenta i propri iscritti e ne difende diritti e interessi”, e se gli iscritti al sindacato hanno 44 anni, non è “razionale” che il sindacato difenda i 44enni?

    Posso chiedere, anche, per quale ragione secondo l’autore la scelta del sindacato di osteggiare la riforma progettata dal governo dovrebbe rappresentare una penalizzazione per i giovani e i disoccupati?

    • La redazione

      Dal punto di vista del sindacato è razionale, ed anche legittimo, proteggere gli interessi dei propri iscritti. Ma bisogna comprendere che dal punto di vista sociale ciò provoca un “eccesso di rappresentanza” nel processo
      decisionale di alcune generazioni — gli ultra 44enni — a scapito di altre — i giovani — che non sono invece rappresentate.

      La scelta del sindacato di procrastinare un intervento di riforma del sistema previdenziale, oppure l’utilizzo di lunghissimi periodi di transizione (come nella riforma Dini), consente di trasferire l’onere delle riforme sulle generazioni future. Oggi i lavoratori possono andare in pensione a 58 anni e ricevere dei benefici pensionistici generosi (in relazione al numero di anni durante i quali li godranno e i contributi versati). I giovani invece dovranno pagare elevate aliquote contributive, riceveranno benefici più modesti e dovranno andare in pensione più tardi. Inoltre, a causa della disoccupazione giovanile presente nel mercato del lavoro italiano, i giovani iniziano a contribuire molto tardi ed hanno spesso storie contributive discontinue: per raggiungere 40 anni di contributi molti dovranno andare in pensione a 70 anni!
      Per concludere, sarebbe più equo aumentare l’età di pensionamente gradualmente e da subito, ma ciò non è nell’interesse (razionale, certo) degli attori in campo.
      Cordiali saluti
      Vincenzo Galasso

  2. antonio gasperi

    D’accordo, il sindacato come gruppo di pressione è “conservatore”: consapevole di ciò non ho scioperato volentieri venerdì 24 (ho 44 anni e poco più di 20 di contributi quindi sono già nel contributivo dalla riforma Dini). Mi son detto che era uno sciopero politico, e la “coincidenza” con la notizia dell’arresto dei presunti killer del prof. D’Antona mi ha confermato in ciò: alla fine sono contento di aver protestato contro questo metodo di fare una riforma delle pensioni che è – come i sindacati ben sanno – nelle cose.
    Quindi la ragione sta con i “riformatori” ma il cuore è da un altra parte…
    Mi permetto però un’osservazione nel merito: perchè ostinarci a paragonare il nostro paese con la Francia o la Germania dimenticando che la storia economica ci ha relegato nel ruolo di paese economicamente arretrato fino al cosiddetto miracolo economico? In quest’ottica si capirebbe meglio il ruolo profondamente innovatore svolto dal nostro sindacato fin dentro gli anni ’80. In altre parole è proprio necessario per essere progressisti oggi allearsi con una classse imprenditoriale che non sempre ha il merito della correttezza e della lungimiranza?
    grazie dell’ospitalità

    • La redazione

      Nessuna ostinazione: il confronto con gli altri paesi ci aiuta a capire le problematiche e le virtù dei diversi sistemi di welfare e dunque ad individuare gli strumenti più idonei al raggiungimento di obiettivi che — evidentemente — possono differire a seconda della visione politica.
      VG

  3. COLECCHIA Giulio

    Prendiamo pure atto che non c’è, ad oggi, una politica di attenzione per giovani e disoccupati nel Paese.
    Detto questo guardiamo ai soggetti che ne sono responsabili.
    Il Governo, per le sue responsabilità e competenze di politica generale, ha, con la proposta di neoriforma delle pensioni, “saltato” la verifica prevista dalla legge Dini per il 2005 e, quindi, eluso la possibilità di individuare
    correttivi per quei lavoratori (i più giovani) che furono inquadrati nel sistema contributivo…..

    Il sistema delle imprese, solerte sostenitore di una riforma radicale che riduca il deficit previdenziale, continua, imperterrito e anzi con maggiore lena, a risolvere i propri problemi produttivi e di mercato con l’espulsione
    dei lavoratori “più maturi”, scegliendo, quindi, di gravare il sistema previdenziale pubblico di oneri impropri anziché investire in formazione e in innovazione.

    Il sindacato ­ oggi, senza dubbio, inadeguato nell’offrire risposte organizzative nuove a giovani e disoccupati – deve fronteggiare la sfida “ideologica” di un governo del Paese che vuole “farne a meno” anziché favorirne, attraverso un sistema di relazioni (anche nuovo), la crescita e
    l’evoluzione verso la tutela di quegli interessi….. Per poter offrire ai giovani ed ai precari, risposte concrete e compatibili con quelle a cui aspirano i lavoratori più anziani, quindi, bisogna partire dal creare condizioni di stabilità vera al sistema previdenziale: attraverso una crescita del gettito contributivo (lavoro sommerso e graduale crescita
    della contribuzione per le categorie del lavoro autonomo) ed una esclusione dei costi per l’assistenza di cui deve farsene carico la fiscalità generale.
    In conclusione, non credo sia utile al Paese ed al sistema sociale di rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro che si accentui la frammentazione delle categorie e delle rispettive convenienze. Sindacati di giovani e/o di disoccupati, facendo crescere le esigenze di tutele specifiche e contrapposte (neocorporative), farebbero perdere, al nostro Paese quella capacità (che non è patrimonio di altri Stati europei) di governo dei processi sociali, legati a fattori economici e produttivi, che il sindacalismo confederale ha garantito negli ultimi venti anni. Processi che, pur nel
    rispetto delle regole del mercato, non posso che essere graduali nel tempo.

    Giulio Colecchia

    • La redazione

      Pur riconoscendo gli importanti successi conseguiti dal sindacato nel governo dei processi sociali in taluni momenti della nostra storia economica, non mi sento di sottoscrivere la sua visione così positiva. In molte altre occasioni,
      sindacati, imprese e governi si sono trovati d’accordo nel risolvere i problemi economici che si presentavano rimandandoli al futuro. Basta pensare al massiccio utilizzo delle pensioni di anzianità e all’enorme crescita del nostro debito pubblico negli anni 80, dovuta più a spese correnti e trasferimenti che a investimenti in infrastrutture. Debito pubblico e pensioni sono un pesante fardello che lasciamo ai giovani, insieme ad elevati tassi di disoccupazione giovanile. Già molti anni fa alcune — isolate — voci si erano levate a favore di un sindacato dei disoccupati. Evidentemente già 20 anni fa qualcuno ne avvertiva l’esigenza; da allora la situazione non è certo migliorata

      VG

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