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Un gioco da Nobel

Lavorare con modelli econometrici serve a formulare previsioni e a valutare le conseguenze di scelte alternative di politica economica. E il premio Nobel per l’economia a Robert Engle e Clive Granger, econometrici e tra i fondatori della scuola di San Diego, è una conferma della sua importanza. Eppure in Italia questa disciplina non trova spazio e dati adeguati mentre le statistiche ufficiali vengono costantemente sfiduciate. Così non si riescono a motivare i giovani ricercatori, mentre creare laboratori di economia applicata appare difficilissimo.

Nessuno di noi econometrici o economisti applicati ha mai pensato di avere la sfera di cristallo, ma ciascuno di noi è sempre stato convinto che munirsi di strumenti che controllano la coerenza logica di certe affermazioni aiuti a trattare i problemi in maniera più circostanziata. Altrimenti, non faremmo questo mestiere e non insegneremmo ai nostri studenti la sensibilità alle informazioni quantitative, ai modelli teorici, alla verifica empirica di ipotesi di lavoro, all’interpretazione dei risultati che otteniamo.
È stata quindi una grande soddisfazione apprendere che il premio Nobel per l’economia 2003 è stato assegnato a Clive Granger e Robert Engle che alla ricerca econometrica per trent’anni hanno dato una valenza di sintesi di curiosità intellettuale, di creatività e rigore accademico e di attenzione ai problemi pratici, rendendo la University of California a San Diego “La Mecca” della nostra disciplina. Clive Granger e Robert Engle sono stati tra i principali innovatori dell’econometria delle serie storiche, vale a dire dello studio dei dati economici le cui osservazioni sono ripetute nel tempo. Si tratta della gran parte dei dati di tipo economico, comprendendo per esempio il prodotto nazionale di un paese, l’andamento dell’indice dei prezzi o le quotazioni dei titoli borsistici.

Il premio alla scuola di San Diego

Per chi ha conosciuto Engle e Granger la soddisfazione si somma alla riconoscenza per gli stimoli che dalle loro pubblicazioni ci sono venuti, per la loro disponibilità, per l’essere stati generosi del loro tempo con colleghi e studenti, per aver condiviso idee e suggerito possibili vie di soluzione a problemi altrui. È dunque anche un premio a un’istituzione non ricca, ma da sempre dedicata alla qualità della ricerca, dove si è riusciti a creare un ambiente piacevole e creativo, aperto ad accademici noti e meno noti, ma soprattutto capace di motivare i giovani ricercatori. Un dipartimento nel quale agli studenti del secondo anno di dottorato si chiede di scrivere un lavoro con un docente (o è il viceversa?), e nel quale gli strumenti per sviluppare nuovi metodi dalla grande valenza sia teorica che pratica sono disponibili anche quando, per motivi di bilancio statale, i fondi devono essere tagliati.

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L’econometria in Italia

Tutto questo racconto serve per piangersi addosso sulla situazione della ricerca economica applicata in Italia?
Chi nel nostro paese cerca di imitare i migliori esempi stranieri è a volte ricompensato dall’ironia dei colleghi. O dai sospetti di chi sostiene che laurearsi premio Nobel è un po’ come vincere a San Remo, ovvero “chissà cosa c’è sotto”.
Resta tuttavia il dubbio che qualcosa di strutturale ci sia nel modo di concepire la ricerca e di canalizzarla nell’insegnamento ai vari livelli.
Senza voler polemizzare, in Italia non sempre si capisce cosa sia l’econometria e perché ce ne sia bisogno, spesso è confusa con la statistica applicata all’economia (come dimostra il grossolano titolo sul Sole 24Ore del 9 ottobre: “Il Nobel agli statistici).

Là dove l’insegnamento dell’econometria si improvvisa, si finisce per elencare agli studenti una serie di teoremi e dimostrazioni senza abituarli a lavorare su problemi pratici. In altri casi si offrono analisi descrittive con tabelle e grafici senza una sensibilità alla modellistica. Granger invece suggerisce sempre a tutti di mantenere in un dipartimento di economia un equilibrio fra microeconomisti, macroeconomisti ed econometrici (indipendentemente dalle specializzazioni), che devono essere bravi e motivati. Suggerisce anche di evitare le “prime donne” e di lasciar lavorare le persone non subissandole di incarichi amministrativi e mirare sempre al meglio. Quanti di noi si riconoscono in questa ricetta all’uscita di un consiglio di facoltà?

Creare strumenti di analisi e di comprensione, siano settoriali, regionali, con dati individuali (dei cui problemi parlano Ichino e Rossi) o con dati aggregati, ma soprattutto laboratori di economia applicata, sembra difficilissimo.

A peggiorare la situazione contribuisce la non immediata reperibilità dei dati: chi ha navigato su www.economagic.com sa quanto siamo distanti in Italia (forse anche in Europa) dalla diffusione del sapere economico applicato, mentre agli studenti americani l’abbonamento al Wall Street Journal viene offerto a prezzi irrisori e lo si legge e discute in classe.
Se poi le statistiche ufficiali vengono pretestuosamente sfiduciate e la ricerca applicata dei centri studi viene bollata come un “gioco con il computer”, il cerchio è chiuso.

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Più nidi, più figli

  1. Antonio

    Mark Twain allegedly said, "There are liars, damned liars and statisticians." I modelli econometrici descritti nell’articolo, compresi quelli dei vari Premi Nobel, semplicemente non funzionano e sono addirittura inconsistenti rispetto alle stesse ipotesi (quindi discutibile anche dal punto meramente formale). In USA sono il metodo solo "to get tenure" ovv. ottenere un contratto a tempo indeterminato dall’universitá. Questo é PROVATO dall’esperienza del LTCM, un hedge fund fondatto da 2 premi Nobel e molti statistici/matematici di fama mondiale. Sono falliti in meno di 3 anni!! La scienza sperimentale ha dato il suo inesorabile verdetto: MARC TWAIN AVEVA RAGIONE, e sarebbe meglio per la vera scienza che certi professori ne prendessero atto, invece di insegnare teorie giá falsificate.

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