Diminuiscono scambi internazionali, flussi di capitale e investimenti esteri. Perché aumenta l’avversione al rischio di imprese e investitori. E perché sono deboli le risposte di politica economica alle crescenti tensioni internazionali. Ne è una dimostrazione la richiesta di nuove barriere protezionistiche, buone solo per ritardare lo sviluppo dei paesi emergenti e bloccare i processi di riconversione verso produzioni tecnologicamente più avanzate in quelli industrializzati. L’accento sugli ipotetici danni della globalizzazione rischia di portare al fallimento il negoziato di Doha. Ma questo significherebbe perdere un’occasione di rilancio dell’economia mondiale.

Il processo di integrazione delle economie nazionali è stato trainato, soprattutto durante gli anni Novanta, dalla rapida crescita degli scambi internazionali di beni e servizi, degli investimenti diretti all’estero e dei flussi di capitale, in particolare verso i paesi emergenti.
Negli ultimi due anni però tutte e tre queste componenti hanno subito una battuta d’arresto.
Cominciamo dagli Ide. Dal rapporto annuale dell’Unctad, diffuso pochi giorni fa, apprendiamo che la caduta degli Ide, pari al 41 per cento nel 2001, è proseguita anche nel 2002 con un’ulteriore contrazione di più del 20 per cento. Le prospettive per il 2003 non sono rassicuranti, quelle per il 2004 rimangono legate alla tanto sospirata ripresa dell’economia mondiale.
Al dato negativo sugli investimenti esteri si aggiunge quello sui flussi di capitale verso i paesi in via di sviluppo, diminuiti di quasi il 30 per centorispetto ai valori del 2000. Anche la crescita del volume di scambi con l’estero, sempre positiva durante tutto il dopoguerra, si è azzerata nel 2001 per attestarsi su valori molto modesti nel 2002.

PROBLEMA CONGIUNTURALE O STRUTTURALE?

Vi è motivo di preoccuparsi? Non necessariamente.
Il crollo degli Ide, il calo dei flussi di capitale e la stagnazione del commercio internazionale potrebbero semplicemente riflettere la difficile congiuntura dell’economia mondiale.
È una spiegazione indubbiamente valida, ma che non convince pienamente. Il dato di fatto è che la caduta di investimenti, flussi di capitale e scambi è molto più pronunciata rispetto ad altri episodi di rallentamento economico. Consideriamo ad esempio il periodo tra il 1991 e il 1993 in cui l’economia mondiale cresce appena del 2,4 per cento. Durante quelli stessi anni, però, il commercio mondiale aumenta a un tasso medio del 4,2 per cento, il rallentamento degli Ide è assai contenuto e i flussi di capitale continuano a aumentare.
Tra il 2001 e il 2002, invece, l’economia mondiale cresce in media del 2,7 per cento, di più quindi che tra il 1991 e il 1993. Ma il commercio mondiale aumenta solo dell’1,5 per cento, gli Ide e i flussi di capitale si contraggono.
Chiaramente, il rallentamento dell’economia mondiale non spiega da solo il processo di deglobalizzazione del 2001-2002.
Se la spiegazione congiunturalista non soddisfa pienamente, un approccio strutturalista secondo cui il passo indietro del processo di globalizzazione altro non riflette che gli eccessi – la sbornia – accumulati verso la fine degli anni Novanta, non potrebbe avere fortune migliori? Ma anche qui la risposta è in buona misura negativa.
È difficile affermare infatti che vi erano eccessi nella crescita del commercio mondiale. I flussi di capitale verso i paesi in via di sviluppo avevano in ogni caso subito una forte correzione già a partire dal 1998; la caduta degli Ide è troppo pronunciata per essere interpretata in questi termini.

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BARRIERE E AVVERSIONE AL RISCHIO

Vi è spazio dunque per una terza interpretazione del ripiegamento del processo di integrazione economica. Pone l’accento sull’aumento dell’avversione al rischio da parte di imprese e investitori, legata non solo all’11 settembre, ma anche alla crescita delle tensioni internazionali, e mette in luce la debolezza della risposta di politica economica.
In sede politica, purtroppo, ci si preoccupa sempre di più degli ipotetici danni indotti dalla globalizzazione, trascurando invece il fatto che i processi di integrazione economica che pur tanto hanno contribuito alla diffusione del benessere economico stanno segnando il passo. Si paventano le ricadute sull’occupazione dei processi di liberalizzazione, ma si dimenticano i benefici in termini di reddito, occupazione e competitività indotti da un’espansione dei flussi di commercio e di investimento. Infine, si discute sempre più animatamente della necessità di proteggere le produzioni europee e italiane dalla concorrenza "sleale" dei paesi emergenti, scordando che proprio nei confronti di tali paesi e in settori chiave per il loro sviluppo (il tessile abbigliamento, l’agricoltura), i paesi industrializzati hanno eretto barriere che contravvengono allo spirito e alla lettera del Wto.
Barriere che non solo ritardano la crescita dei paesi in via di sviluppo e rischiano di mettere a repentaglio i negoziati di Doha, ma che paradossalmente rallentano il processo di ristrutturazione e riconversione industrialeverso produzioni tecnologicamente più avanzate proprio in paesi come l’Italia.
In questo quadro in cui il processo di globalizzazione arretra e riaffiorano le tentazioni protezionistiche, alimentate anche dall’instabilità sui mercati dei cambi, i negoziati di Doha possono oggi svolgere una funzione essenziale nel rilanciare il commercio mondiale e di riflesso fornire nuovi stimoli all’economia internazionale.
Una conferma del ruolo decisivo del Wto nel promuovere lo sviluppo del commercio mondiale viene da un lavoro di Subramanian and Wei (1) che dimostrano come tale effetto sia non a caso particolarmente pronunciato per i paesi industrializzati, che attraverso il Gatt-Wto hanno radicalmente liberalizzato i propri scambi con l’estero, rispetto ai paesi in via di sviluppo, che sono invece rimasti ai margini di tale processo.

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IL DOHA ROUND PUO’ RILANCIARE GLI SCAMBI

Il rilancio del processo di liberalizzazione degli scambi internazionali è anche condizione per fornire un nuovo stimolo agli Ide. È vero che in linea teorica la relazione fra barriere agli scambi e Ide non è univoca: una riduzione delle barriere agli scambi può indurre le imprese multinazionali a esportare invece che investire e produrre in loco. Ma l’evidenza empirica, sintetizzata nell’ultimo Economic Outlook dell’Ocse, mette in luce che il motivo di tariff jumping non è prevalente, e che Ide e commercio vanno di pari passo, nel gergo degli economisti sono complementari.
Dal successo dei negoziati di Doha dipendono quindi sia il rilancio degli scambi di beni e servizi sia la ripresa degli Ide. È forse il caso di ricordare che alla conclusione favorevole del negoziato dell’Uruguay Round fece seguito una fase di crescita sostenuta e prolungata dell’economia mondiale.
Siamo disposti a lasciarci sfuggire questa occasione di rilancio delle nostre economie?

(1) Arvin Subramanian e Shang-Jin Wei, The WTO promotes trade: strongly but unevenly, IMF Working paper, luglio 2003.

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