L’abusivismo edilizio è un fenomeno costante nel nostro paese. E non potrebbe raggiungere dimensioni così importanti senza una connessione con l’edilizia legale. Quando questa è in crisi, le opportunità di lavoro si trovano nell’attività illegale, soprattutto nel Mezzogiorno. In calo negli ultimi anni, riprende ora in vista di quel prezioso incentivo che è il condono. L’abusivismo è dunque parte integrante dell’economia sommersa.

Meno male che c’è l’abusivismo, si potrebbe dire per paradosso, che ancora una volta consente di salvare la finanza pubblica e i governi.
L’abusivismo edilizio è per il nostro Paese un fenomeno contraddittorio, ma costante, del paesaggio urbano, costiero e rurale. Fenomeno dalla lunga storia, specchio di momenti e di fasi congiunturali particolari, comunque ineludibile.
La sua dimensione resta consistente: nel 2002 ha riguardato oltre 30mila abitazioni, senza considerare l’abusivismo commerciale e industriale, anch’esso sempre attivo.
In dieci anni, però, il peso dell’edilizia abusiva sulla produzione totale di case si è quasi dimezzato: era il 22 per cento, ora riguarda l’11 per cento. E dal 1995 sino al 2001 abbiamo assistito a un lungo ciclo espansivo delle costruzioni. Il fenomeno cala anche in termini assoluti: nel 1994 il Cresme aveva stimato in 83mila le abitazioni abusive, una cifra due volte e mezzo quella attuale.
Tuttavia, proprio nel 2002 si è registrata un’inversione di tendenza: l’abusivismo ha ripreso a crescere, con un incremento del 9 per cento sul 2001.
È l’effetto condono? Si, ma non solo.

Un paese diviso in due anche nell’abusivismo

L’abusivismo è un fenomeno sociale, culturale ed economico insieme. Su di esso incidono una pluralità di fattori, alcuni “di lunga durata”, altri congiunturali, legati ad esempio all’andamento dell’industria delle costruzioni.
La diversa dimensione dell’abusivismo edilizio nelle singole aree geografiche costituisce un elemento importante. Il peso dell’edilizia abusiva risulta del 5 per cento al Nord, per alzarsi al 7 per cento al Centro e raggiungere circa il 22 per cento al Sud e nelle Isole. Una differenza costante nel tempo.
Nel 1996, in un’indagine sulle città e il territorio del Mediterraneo, i ricercatori del Cresme scrivevano che più si scende verso il mare, più l’abusivismo edilizio si espande e diventa il modo prevalente di edificare. Quella ricerca mostrava come nel 1992 in Francia il fenomeno restasse al di sotto del 5 per cento con caratteristiche prevalentemente urbane. In Italia la percentuale saliva al 22 per cento (con punte dell’80 per cento al Sud). In Spagna si avevano livelli leggermente superiori e in Grecia si superava il 50 per cento. Questo per restare in Europa. I paesi Nordafricani raggiungevano percentuali tra il 70 e l’80 per cento.
L’abusivismo è dunque la cartina di tornasole del nostro paese diviso in due. Un Sud inserito nell’ampia area del Mediterraneo di cui è cerniera verso l’Europa del nord, nella quale rientrano anche le nostre aree centro settentrionali.

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Oltre l’abusivismo di necessità

Ma quali sono allora i fattori che alimentano l’abusivismo?
L’indagine del Cresme del 1996 evidenziava l’importanza delle spinte demografiche e migratorie dalle campagne alle città come fattori decisivi nei paesi del Nord Africa. Si tratta di fattori che anche nel nostro Paese hanno contato nella nascita delle borgate romane abusive e nella crescita del fenomeno tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Il cosiddetto abusivismo per necessità ha aperto un processo pluriennale sul quale si sono inseriti interessi e operazioni speculative di dimensioni ben più rilevanti rispetto alla singola casetta. È stata la prima grande stagione dell’abusivismo come industria. La seconda è arrivata negli anni Ottanta e ha riguardato soprattutto le nostre coste. Anche qui, dalla necessità si è passati all’attività economico–speculativa.

Per questo l’abusivismo non può essere considerato solo come il risultato di fattori culturali. Non potrebbe raggiungere queste dimensioni senza una connessione con la stessa attività edilizia legale.
Se, infatti, confrontiamo l’andamento della produzione edilizia e la curva dell’abusivismo appare evidente la stretta correlazione tra i due trend: quando sale uno cala l’altro e viceversa.

Questa correlazione suggerisce anche una possibile spiegazione del fenomeno, soprattutto per il Mezzogiorno, dove proprio l’edilizia costituisce il settore industriale e produttivo più rilevante.
La crisi degli anni Ottanta e quella dei primi anni Novanta spinge a cercare nuove opportunità. Migliaia di edili convertono la propria attività dall’industria legale a quella abusiva. Negli anni Ottanta il boom delle vacanze fa da volano. Negli anni Novanta, resta uno sfogo consistente e coinvolge anche l’abusivismo industriale e commerciale.
Poi riparte l’edilizia legale, la crisi si attenua, i Governi del Centrosinistra si fanno più attenti alle esigenze del territorio, partono le iniziative di demolizione. Insomma, il contesto cambia e anche l’attività illegale diminuisce. Oggi il ciclo espansivo rallenta, ritornano segnali di difficoltà e contemporaneamente si riparla di condono: riparte l’abusivismo.Una lettura forse troppo meccanicistica, dietro la quale però operano una pluralità di attori e di interessi che fanno dell’abusivismo qualcosa di diverso rispetto a un’esigenza individuale di costruire una casa o di ampliarla.

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Il ruolo dei condoni

In questo scenario il condono gioca un ruolo di prezioso incentivo. Si allargano le case, se ne costruiscono di nuove, si crea nuova crescita economica.
Ne sono dimostrazione lampante l’aumento dell’abusivismo nel 1994, anno dell’ultimo condono, quando la produzione illegale raggiunge un picco, così come il calo successivo e la ripresa di oggi, nel 2002, quando all’orizzonte si fa concreta la possibilità di una nuova sanatoria.
Per questo l’abusivismo va considerato come un altro elemento, non marginale, di quell’economia sommersa che è caratteristica strutturale del nostro Paese e che spesso invece di essere combattuta, viene sostenuta proprio da scelte politiche ed economiche pubbliche e legali.

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