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Calamità naturali “assicurate”

E’ iniziato alla Camera l’iter del decretone di collegamento alla Legge Finanziaria. Si discute anche dell’introduzione dell’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali. Riproponiamo ai lettori un‘intervista a Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, che ne spiega i dettagli.

Calamità naturali “assicurate”

lavoce.info. Lei si è fatto promotore di un’assicurazione obbligatoria contro i rischi di calamità naturale. Ce ne può spiegare i dettagli?

Guido Bertolaso. È un problema che da almeno vent’anni tutti i Governi si sono proposti di affrontare, ma non si è mai trovata la soluzione giusta. Il nostro è ancora uno dei pochi Paesi industrializzati dove lo Stato si assume l’onere di rifondere per intero i danni prodotti dalle calamità naturali.
Le mutate condizioni climatiche rendono, peraltro, sempre più possibili fenomeni meteorologici improvvisi, imprevedibili e molto violenti, anche se limitati territorialmente, che provocano danni ingenti e vittime e dove è sempre lo Stato che interviene per il ristoro dei danni e il ritorno alla normali condizioni di vita.
In tale situazione, appare sempre più urgente trovare un sistema che consenta di ridurre la pressione sul bilancio dello Stato e di allineare l’Italia a molti altri Paesi industrializzati nei quali già da diverso tempo l’onere di rifondere i danni prodotti dalle calamità è assunto dalle compagnie assicuratrici.
La normativa in corso di perfezionamento prevede appunto la sostituzione graduale dell’intervento statale mediante l’obbligo di estensione delle nuove polizze antincendio al rischio per calamità naturali.
Certo, il percorso non è agevole soprattutto perché si tratta di rimuovere una mentalità oramai profondamente radicata, ma anche perché si prospettano problemi di natura tecnica non semplici.
Mi auguro che il tentativo che stiamo facendo possa andare questa volta a buon fine e faremo di tutto perché ciò si realizzi.

Quali ne sarebbero i vantaggi rispetto alla situazione vigente?

G. B. I vantaggi sono numerosi e di diversa natura. Un sistema assicurativo consente di ottenere risultati certi per quel che riguarda la verifica dei danni prodotti dalle calamità naturali, in tal modo riducendo la debolezza obiettiva delle attività che oggi vengono svolte a tal fine.
Consente inoltre di stabilire dei criteri uniformi per la determinazione dei danni su tutte le aree del territorio nazionale.
Un ulteriore vantaggio riguarda i cittadini colpiti dalle calamità che avranno la certezza di rimborsi totali e soprattutto in tempi rapidi.
Da tutto ciò alla fine trarrà vantaggio anche lo Stato sia perché riuscirà ad assicurare una tutela equa e pronta degli interessi dei propri cittadini, sia perché verrà a ridursi l’impatto che le calamità naturali determinano per i bilanci pubblici.

Qual è stata la reazione delle compagnie di assicurazione alle sue proposte?

G. B. La complessità tecnica di questa materia ci ha spinto a ricercare fin dall’inizio il supporto da parte del settore assicurativo, che attraverso i propri organismi di rappresentanza ha fornito un importante e utilissimo contributo al fine di verificare la fattibilità dell’iniziativa e definirne le migliori condizioni e modalità di attuazione.
Con il mondo assicurativo siamo riusciti quindi a stabilire un ottimo rapporto, di reciproco interesse che, quando la norma in corso di approvazione vedrà la luce, costituirà un sicuro elemento per la predisposizione della disciplina di puntuale dettaglio che dovremo fare.
Altrettanto importante è stata la collaborazione che abbiamo ricevuto sia dal ministro delle Attività produttive, con il quale abbiamo condiviso fin dall’inizio l’iniziativa, sia con l’Isvap che costituisce l’autorità pubblica di vigilanza nel settore assicurativo.

 

Costruire sulla sabbia.

9 ottobre 2003

Lavoce.info. Si ha l’impressione che in Italia la diffusione dell’abusivismo sia maggiore che negli altri paesi sviluppati. Se è così, vi sono motivi istituzionali (legislazione, regime dei suoli, ecc.) per cui questo avviene?

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Guido Bertolaso. L’impressione è giustificata, almeno nei Paesi dell’Europa occidentale. Ciò in parte dipende dall’intenso fenomeno di inurbamento in città antiche che presentano una struttura urbanistica estremamente rigida. In parte, specie negli ultimi decenni, il fenomeno è legato alla corsa a località turistiche e di svago, laddove cioè la casa non è più necessità ma, prevalentemente, bene accessorio.
Al fenomeno ha concorso, e tutt’oggi concorre, la sostanziale stasi delle politiche di assistenza abitativa che negli anni Sessanta e Settanta trovarono il massimo sviluppo nei programmi di edilizia economica e popolare e in quella sovvenzionata e agevolata.
È ben vero che quelli furono anche gli anni del boom edilizio incontrollato che ha portato al degrado, se non alla distruzione, di ampie fette del territorio nazionale, ma è anche vero che furono adottati strumenti efficaci a fronte dell’intenso sviluppo demografico e dell’ancora più intenso inurbamento.
Al popolamento delle città corrisponde il progressivo spopolamento della montagna e della collina con una “vallizzazione” della popolazione che tende a trovare sistemazione abitativa e produttiva nei siti più agevoli. In assenza di piani regolatori e di strumenti di controllo, questi troppo spesso coincidono con quelli maggiormente esposti a rischio. Ecco allora che a fianco del fenomeno dell’abusivismo “tout court”, socialmente, legalmente ed economicamente nefasto, si assiste con frequenza crescente alla costruzione di strutture che restringono alvei, smuovono terreni già notevolmente instabili, rendono impraticabili tradizionali vie di fuga: in una parola costituiscono fonte di rischio aggiuntivo oltre a essere esse stesse direttamente a rischio perché costruite ignorando elementari criteri di sicurezza edilizia.
Naturalmente, dal punto di vista della protezione civile, quest’ultimo rappresenta il fenomeno più grave, che deve essere contrastato con estrema fermezza in quanto fonte di pericolo per l’incolumità della popolazione.

Molti hanno suggerito che il ritorno di cassa del condono edilizio è solo apparente e differenziato per livelli di governo: il gettito del condono affluirebbe alla casse dello Stato mentre gli oneri per l’urbanizzazione dovrebbero essere sostenuti dai comuni. Lei sostiene tuttavia che questi sono solo parte dei costi; altri proverrebbero dall’accresciuto rischio di calamità naturali, a cui lo Stato dovrebbe far fronte con risorse addizionali. È così?

G.B. Non v’è dubbio che la protezione civile per i propri fini istituzionali non può non avere sensibilità profondamente diversa nei casi dei cosiddetti “piccoli abusi” rispetto agli abusi che vanno a incidere sulla sicurezza strutturale degli edifici o sui vincoli idrogeologici o sismici del territorio. In questi casi infatti viene messa a repentaglio la vita stessa delle persone, comprese le tante che all’abuso non hanno partecipato. Tutto ciò senza contare i danni che una esondazione o una frana possono provocare ad altri beni, ad attività agricole e produttive o a infrastrutture a volte vitali per il Paese.
Parlare in questi casi di calamità naturale sarebbe erroneo. Di “naturale” infatti rimarrebbe solo l’origine del fenomeno, mentre la gravità sarebbe conseguenza sostanziale di attività antropiche svolte fuori da qualunque norma di buon senso, prima che di legge.
Lo Stato naturalmente non può non soccorrere i suoi cittadini esposti al rischio della vita o privati del loro ambiente di vita e di lavoro. Ma si comprende bene come queste attività comportino oneri aggiuntivi ingentissimi che non trovano giustificazioni di sorta, specie nell’attuale situazione economica del paese.

Si ha un’idea di quante siano le case a rischio costruite in zone a rischio?

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G.B. Non è agevole né immediato dare una risposta: da un lato l’intero fenomeno dell’abusivismo sfugge per definizione a rilevazioni puntuali e tempestive. Dall’altro, solo di recente sono state delimitate le aree soggette a rischio idrogeologico e a rischio di esondazione: in tali aree andrà ora analizzata la situazione delle costruzioni abitative e non abitative presenti.
Allo stato attuale si può tuttavia stimare che delle circa trentamila costruzioni abusive che secondo taluni studi sarebbero state realizzate nel solo anno 2000, almeno il trenta per cento insiste su aree esposte ai vari tipi di rischio. Questa stima potrebbe addirittura risultare ottimistica, se si considera che in realtà i tre quarti del territorio nazionale sono soggetti a rischio.

I costi aggiuntivi derivano da interventi preventivi di difesa del territorio resi necessari a fronte del maggior rischio determinato dall’abusivismo o dalla ricostruzione nel caso in cui una calamità si verificasse?

G.B. Anche in questo caso non è facile fornire una risposta univoca. Non perché non sia possibile fare stime economiche, che anzi sono state fatte da diverse fonti, quanto perché occorre distinguere caso per caso.
Per esempio, nelle aree del Sarnese – Nocerino le opere di regimazione realizzate sin dal diciassettesimo secolo, sono state già in tempi remoti oggetto di manomissioni, modifiche, occlusioni che ne hanno fatto sparire in alcuni casi sinanche la memoria. Orbene è evidente che lo Stato ha dovuto sostenere costi connessi alla realizzazione di nuove opere, con finalità preventiva, e al ripristino delle vecchie, ma anche all’accantonamento delle somme necessarie alla ricostruzione delle abitazioni distrutte.
Qualcosa di analogo si verifica nei casi in cui l’abusivismo, non solo abitativo, abbia innescato fenomeni di erosione costiera che interessano centri abitati. L’azione dello Stato non può che essere duplice: da un lato concorrere alla riparazione del danno prodotto nell’agglomerato urbano e alle infrastrutture, dall’altro attuare le misure più idonee a prevenire ulteriore erosione e, ove possibile, ridurla.

Data la difficoltà che la demolizione degli edifici abusivi incontra, quelle spese non dovrebbero essere sostenute in ogni caso, anche in assenza di condono (ad esempio, dopo un terremoto, si è mai distinto nella ricostruzione fra case abusive e non)?

G.B. Per la verità recentemente si è assistito su tutto il territorio nazionale a vistose demolizioni di strutture abusive; ciò vuol dire che, pur con difficoltà e tra molte resistenze, queste attività sono e devono essere possibili: e a mio avviso, i relativi costi non dovrebbero essere sostenuti dalla collettività.
Occorre ricordare comunque che è norma generale dello Stato che non possano concorrere a finanziamenti, contributi o erogazioni pubbliche, strutture realizzate al di fuori della legalità e, quindi, nemmeno le costruzioni abusive che non abbiano goduto di regolarizzazione.
A tale principio la protezione civile si è sempre attenuta, al punto da rendere obbligatoria la riparazione di quelle strutture abusive che per collocazione o caratteristiche strutturali condizionino la sicurezza di strutture contigue. In questo caso, però, la riparazione consiste nella messa in pristino dell’esistente con oneri completamente a carico del responsabile dell’abuso.

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  1. Massimo Leonardi

    D’accordo con Bertolaso. Inserire in un comma della finanziaria un provvedimento di tale portata per i cittadini è però politicamente e tecnicamente scorretto. Un legge sarebbe decisamente più opportuna. Trovo riduttivo assegnare alle assicurazioni il ruolo di alleggerire il bilancio: dove verranno spese le risorse risparmiate? Si spera in prevenzione, visto che negli ultimi dieci anni si è speso per questa circa sette volte meno che in emergenze. La prevenzione però la si attua attraverso la realizzazione di opere strutturali (muri, argini) ma soprattutto attraverso la corretta pianificazione del territorio. I Comuni, visti i tagli dei trasferimenti statali, cercano risorse dove possono. L’edificazione porta nelle casse gli oneri, oggi spendibili fino al 60% in spesa corrente, ed aumenta la base imponibile ICI. Costruire ove possibile, soprattutto per Comuni che non hanno altre risorse sul territorio, è diventato un sistema per tenere in piedi i bilanci. Se a questo aggiungiamo che la percezione dei cittadini del pericolo idrogeologico è pressoché zero, ecco che limitare l’edificazione in funzione della sicurezza non ha valore politico anche perché poi tanto paga Pantalone. Allora l’assicurazione potrebbe essere anche usata per costruire tale valore, applicando un sistema tipo bonus-malus ai Comuni. Si comincia a pagare un premio massimo per il proprio immobile in funzione del livello di rischio a cui è esposto. Se il Comune attua una corretta politica di uso del territorio, spende risorse in sicurezza, si dota di regolamenti edilizi opportuni, il premio scende nel tempo sensibilmente. Si trasforma così l’aumento di sicurezza da intangibile a tangibile (risparmio di soldi per i cittadini) ed acquista quindi valore politico. Edificare, insediarsi in aree a rischio deve diventare economicamente sconveniente. Allo Stato deve restare l’onere dell’emergenza, l’assicurazione dei beni esistenti non assicurabili e la riassicurazione delle compagnie. Ma ci vuole una legge.

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