Il vice-Presidente Gianfranco Fini propone di dare diritto di voto alle elezioni amministrative agli immigrati. Riproponiamo un intervento di Giancarlo Perasso sul principio secondo cui chi paga le tasse deve avere diritto di voto. Si noti che ciò implica che gli italiani all’estero non dovrebbero avere diritto di voto.

I referendum sull’articolo 18 e sugli elettrodotti sono stati la prima occasione per i cittadini italiani all’estero per esercitare il diritto di voto che la nuova legge garantisce. Nello stesso tempo, il dibattito sulla Costituzione europea è finalmente entrato nel vivo. Da italiano all’estero da quasi dieci anni, ho perciò iniziato a riflettere sull’effettiva portata del mio “diritto di voto nell’Unione europea. La mia conclusione è che l’attuale quadro giuridico che regolamenta il voto dei cittadini esteri non è adeguato alla nuova realtà europea.

Brian e me

Facciamo il mio caso (ma è un caso replicabile all’infinito): abito in Inghilterra, lavoro e pago le tasse in Inghilterra, i miei figli frequentano una scuola inglese, mi servo dei mezzi di trasporto inglesi, quando mi ammalo mi rivolgo al sistema sanitario inglese. Insomma, non vedo nessuna differenza tra la vita della mia famiglia e quella di Brian, il mio vicino di casa. Eppure, Brian può votare per l’elezione dell’Mp (onorevole) della nostra circoscrizione (che contribuirà a determinare il livello di tassazione, il curriculum scolastico, gli investimenti nel settore dei trasporti, la riforma del settore sanitario) mentre io no. La differenza tra Brian e il sottoscritto: lui è nato in Inghilterra, io in Italia. Rovesciata, si verificherebbe la stessa situazione, se Brian e io abitassimo in Italia. Però posso votare per le elezioni (e i referendum) italiani, anche se non vivo in Italia.
Ha senso tutto questo? La mia risposta è no. Il diritto di voto basato sul luogo di nascita è anacronistico in un’Europa che ha nella libertà di movimento dei lavoratori uno dei suoi pilastri portanti. Tanto per restare nel “mio” esempio. Chi può dare un voto più informato e cosciente in Inghilterra: io, che quotidianamente vivo in quel Paese, o il nipote di un signore inglese emigrato in Namibia cento anni fa e che dell’Inghilterra magari conosce solo il Manchester United?

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Ci penserà il mercato

Eppure, nessuno solleva questo problema, perché? Molto semplicemente, perché una revisione del sistema di voto secondo le linee “vivi in un Paese, paghi le tasse in quel Paese, voti in quel Paese” comporterebbe la fine degli stati nazionali. Ma non è un bene questo se vogliamo costruire un’Europa unita? A mio parere, sì. Ma allora, perché nessun partito o uomo politico si fa paladino di questa causa? Perché, evidentemente e malgrado tanti pronunciamenti politici sull’Europa unita, nessuno vuole che siamo cittadini europei.
A questo punto, ci penserà il mercato a correggere questa stortura. Quando la migrazione intra-europea avrà fatto sì che tanti cittadini avranno due o tre passaporti e potranno quindi votare in due o tre Paesi, i politici dovranno o cambiare le regole per i voti nazionali o dare più potere al Parlamento europeo. 
Ma invece di legiferare sotto la pressione del mercato, non sarebbe meglio anticiparlo e preparare un quadro legislativo di riferimento per il voto nazionale? Per quanto mi riguarda, la definizione del diritto di voto è molto semplice: ricordate “no taxation without representation”?

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