La convinzione che sia in atto un riscaldamento terrestre da imputare alle attività umane si basa sui dati dell’Ipcc. Che sono però controversi e criticati da una parte della comunità scientifica. Intanto, l’Italia si appresta a ospitare la massima assise internazionale sui mutamenti del clima. Un’occasione propizia per chiedere un cambiamento nelle politiche ambientali:ai costosi interventi per la riduzione delle emissioni di gas serra si dovrebbe affiancare una maggiore attenzione per il risparmio energetico e il rafforzamento delle energie alternative.

È opinione diffusa che attualmente il più importante problema ambientale sia il riscaldamento causato dalle attività umane. L’evidenza è fornita da un organismo connesso all’Onu: l’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), che adduce prove apparentemente ineccepibili, basate sull’effetto serra. La presenza in atmosfera di alcuni gas (anidride carbonica in particolare) che agiscono appunto come il tetto di una serra, fa sì che la Terra non sia un pianeta senza vita
a –18°C, ma abbia invece una temperatura globale di circa 15°C. Però, l’anidride carbonica è aumentata del 30 per cento rispetto al periodo pre-industriale, soprattutto perché è aumentato l’utilizzo di combustibili fossili (carbone e petrolio, in primis).

Le proiezioni

L’Ipcc stima inoltre che negli ultimi 150 anni la temperatura sia aumentata tra 0,4-0,8°C, e addebita ciò alle accresciute emissioni di “gas serra” dovute allo sviluppo economico. Alimentando con questi dati complessi modelli simulanti il clima su computer, il panel stima un aumento della temperatura media di 1,4-5,8° C nei prossimi cento anni. Con un aumento di circa 5,8°C, le proiezioni sono terrificanti: si scioglierebbero ghiacciai, si distruggerebbero ecosistemi con carestie conseguenti, gli oceani sommergerebbero Venezia, il Bangladesh, le Maldive.

Le critiche all’Ipcc

Ma un’autorevole parte della comunità scientifica critica l’Ipcc. Anzitutto, la serie storica delle temperature medie globali in crescita è smentita da dati più affidabili rilevati in Europa e negli Stati Uniti (negli ultimi 105 anni) che non mostrano aumenti. Di più, negli ultimi trent’anni circa, abbiamo temperature precise rilevate nella troposfera (10 km da terra) da satelliti e radiosonde su aerostati: anche da esse non emerge alcun riscaldamento (vedi i grafici qui sotto). Il panel utilizza dunque dati controversi.

Misurazione con radiosonde. Nessun trend di riscaldamento. L’aumento del 1976-77 è per l’Oscillazione decennale del Pacifico, fenomeno simile a El Niño.
Fonte: Carbon Doixide Analysis Center

Non appare riscaldamento significativo. L’aumento della temperatura nel 1997-98 è dovuto a El Niño
Fonte:NASA

Ma non basta: con questa serie storica traballante, pretende di simulare un sistema di complessità ingente, quale è il clima, caratterizzato da relazioni non lineari che inducono un’evoluzione caotica dei parametri rilevanti. Freeman Dyson (Princeton University), assieme ad altri, ammonisce: “I modelli del clima (…) non sono strumenti adeguati per prevedere il clima (…). Dobbiamo avvertire i politici e il pubblico: non credete nei numeri solo perché derivano da un supercomputer”. Infatti, questi modelli non sono nemmeno in grado di simulare il clima del passato. Quanto alle previsioni del panel, “la critica principale che si fa ai modelli è che essi sono ‘accordati’ per ottenere certi risultati”, osserva Guido Visconti, fisico dell’atmosfera.
Inoltre, due stimati economisti, Ian Castles e David Henderson (ex chief economist all’Ocse), hanno rilevato che in un rapporto utilizzato per la valutazione economica del cambiamento climatico, le proiezioni dei Pil nazionali sono state convertite in una misura comune utilizzando i tassi di cambio di mercato, invece che la parità di poteri di acquisto, in contrasto con i metodi accettati internazionalmente. Così, alla fine del secolo, il reddito medio di paesi quali l’Algeria, la Libia e l’Argentina supererebbe quello degli Stati Uniti.

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Le risposte arrivano dal sole

Ma concediamo all’Ipcc che un riscaldamento globale sia in atto.
Non è detto però che sia causato dall’uomo. Come spieghiamo il clima temperato prevalente tra il 1000 e il 1300, quando in Inghilterra maturava l’uva e i vichinghi colonizzavano la Groenlandia? All’epoca, l’uomo non produceva gas serra in misura da giustificare l’aumento di temperatura.
Sono gli astronomi a risolvere il problema. L’attività del sole è variabile: la presenza di macchie solari corrispose a un limitato flusso di raggi cosmici, e perciò a una minore nuvolosità.

Ciò è accaduto anche in altre epoche, e si ripeterebbe oggi. Il fisico Ferdinando Amman (con altri, fra cui cinquantatré studiosi legati al Cern, European Laboratory for Particle Physics) osserva che la temperatura media risulta molto ben correlata coi cicli di attività solare nei centoventi anni dal 1870 al 1990. Quando il ciclo è più corto, e l’attività solare è più forte, la temperatura media aumenta.

Alcuni scienziati dell’Ipcc lamentano inoltre che, nel comunicare i propri risultati ai politici, il panel enfatizza i pericoli previsti. Uno studioso di scienza politica, Sonja Boehmer, definisce il panel “un misto di credenti autoselezionati e di esperti scelti ufficialmente, per la maggior parte pagati direttamente dai Governi, che non danno, né in realtà sono in grado di dare, un parere onesto”.

Cosa fa l’Italia

La massima assise ufficiale internazionale sul cambiamento climatico, la “9th Conference of the Parties” del Protocollo di Kyoto stipulato nel 1997, si riunirà a Milano dall’1 al 12 dicembre prossimo. Sarà padrone di casa il patrio Governo che, a prescindere dal colore politico, si è sempre acriticamente adagiato sulle posizioni dell’Ipcc, salvo consentire, anche con ministri dell’Ambiente ecologisti, che le emissioni di gas serra aumentassero indisturbate, come peraltro è accaduto nella quasi totalità degli altri paesi. L’adesione al Protocollo è stata data sorvolando sul fatto che l’accordo, anche se fosse completamente ratificato e realizzato, determinerebbe una riduzione della temperatura soltanto dell’ordine di 0,15°C al 2100.

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Per ottenere questo risultato trascurabile i costi possono essere ingenti. Per dare un’idea, una somma pari a cinque volte il costo necessario a garantire la disponibilità di acqua e dei relativi servizi di depurazione in tutto il mondo, se non si realizzassero consistenti risparmi grazie al mercato dei diritti trasferibili all’inquinamento. Tuttavia gli economisti, con scarso spirito critico, mantengono un “benign neglect” sulla verità del fenomeno.

Non sarebbe doveroso, invece, domandare al paese ospite, investito anche della presidenza dell’Ue, il coraggio di esigere almeno dall’Ipcc risposte chiare alle critiche? Anche nel caso improbabile in cui l’Ipcc riconoscesse le debolezze delle sue analisi, non dubitiamo che il riscaldamento globale rimarrà sulla scena delle politiche ambientali, sulla base del principio di precauzione.

Tuttavia, si potrebbero privilegiare le politiche win-win, ossia quelle che ottengono non soltanto una mitigazione del riscaldamento globale, ma simultaneamente raggiungono anche altri obiettivi: risparmio energetico, rafforzamento delle energie alternative (eolico, solare, idrico, biomasse), tecnologie pulite, e così via.

Le forzature dell’Ipcc potrebbero forse trasformarsi così in quella che Sant’Agostino definiva una “felix culpa”.

Per saperne di più

Emilio Gerelli, Mito e realtà dei cambiamenti climatici globali, “Economia Pubblica”, n. 5, 2002, anche su www.unipv.it/websiep/wp/130.pdf .

La questione della parità dei poteri di acquisto e Ipcc è nei numeri 2&3, e 4 di “Energy & Environment”.

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