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2008, spartiacque fra generazioni

La riforma previdenziale proposta dal Governo non è né equa né graduale. Il passaggio dai trentacinque ai quaranta anni di contributi in un’unica soluzione e procrastinato al 2008 “salva” i lavoratori che già erano stati risparmiati dalla Legge Dini e apre un divario generazionale. Dubbi anche sull’effettiva realizzazione del provvedimento perché l’esecutivo in carica tra cinque anni potrebbe decidere di rinviare ancora l’innalzamento dell’età di pensionamento.

Le apparizioni televisive degli ultimi giorni hanno evidenziato, se mai ce ne fosse stato bisogno, la natura politica delle scelte in materia previdenziale. Il problema pensioni esiste. L’invecchiamento della popolazione riduce la redditività dei nostri sistemi pensionistici a ripartizione: a parità di aliquote contributive, non sarà più possibile erogare le pensioni promesse. Le riforme pensionistiche vanno dunque fatte. Ma come? Per esempio, aumentando le aliquote contributive, riducendo la generosità delle pensioni oppure restringendo i criteri di quiescenza.

Scelte dolorose e transizione

Nessuna di queste strade è indolore, e la loro scelta è importante, poiché determina vincitori e vinti. Un aumento delle aliquote contributive o un irrigidimento dei criteri di accesso alle pensioni accolla i costi delle riforme ai lavoratori; mentre una riduzione della generosità delle pensioni chiama in causa i pensionati.

In realtà, la distribuzione dei costi delle riforme tra le diverse generazioni dipende soprattutto dalla velocità con cui le misure sono realizzate, e dunque dalla lunghezza della transizione. Evidentemente, il teatro di questo scontro generazionale è la politica.

Non sorprende, dunque, che Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti abbiano enfatizzato l’assoluta necessità di intervenire sul sistema pensionistico per garantire la sua sostenibilità finanziaria, la valenza europea di tale misura e la sua presunta equità, evitando ogni riferimento allo scontro generazionale. Invece, questa manovra presenta diversi punti critici su questo terreno (si veda Boeri-Brugiavini).

La riforma Berlusconi-Tremonti prevede l’aumento degli anni di contribuzione da trentacinque a quaranta. L’incremento, così almeno sembra, avverrà in una soluzione unica. L’effettiva applicazione della misura è però procrastinata al 2008. Nel frattempo, i lavoratori potranno andare in pensione in base alla normativa corrente o posticipare il pensionamento e godere degli incentivi previsti dalla Berlusconi-Tremonti.

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Prima e dopo il 31 dicembre 2007

Non si tratta evidentemente di una misura equa e graduale, giustificata dalla necessità di consentire agli individui di aggiustare le proprie scelte economiche, bensì di una decisione mirata, che apre un divario tra due generazioni di persone: coloro che potranno andare in pensione fino al 31 dicembre del 2007 con 57 anni e trentacinque anni di contributi, e coloro che tali requisiti li avranno “solo” nel 2008 e dunque dovranno aspettare i quaranta anni di contributi, o i 65 anni.

Al primo gruppo, quello dei fortunati, appartengono molti dei lavoratori con 52 anni o più, ovvero gli stessi lavoratori che nel 1995 non sono stati colpiti dalla riforma Dini (si veda Galasso).

La mancanza di equità di questa misura – il “gradino” del 2008 – rappresenta dunque il prezzo politico da pagare agli interessi di una generazione di lavoratori, difesi dai sindacati nel 1995 e dalla Lega oggi.

Anche la Germania si appresta ad affrontare una lunga transizione: la commissione Rürup ha proposto infatti il graduale aumento dell’età di pensionamento da 65 a 67 anni, ma solo a partire dal 2011. Eppure, i costi della transizione potrebbero essere minori che in Italia, poiché il sistema tedesco è più neutro dal punto di vista attuariale e gli incentivi alle pensioni anticipate sono meno generosi.

In Italia, saranno sufficienti i continui appelli alla causa europea e la fase di transizione per ottenere un aumento dell’età effettiva di pensionamento, seppure nel 2008? La scelta di Berlusconi di rivolgersi direttamente agli elettori, tramite gli schermi della televisione di Stato, e l’impianto della riforma, che non coinvolge una parte politicamente rilevante di lavoratori anziani, lascia credere che il Governo abbia imparato dagli errori del 1994.

Ma molti interrogativi restano aperti per il 2008. Il Governo in carica in quell’anno, con un elettorato ancor più anziano, sarà disposto ad aumentare effettivamente l’età di pensionamento? Oppure cederà alla tentazione politica di procrastinare ulteriormente tale misura?  A quanto pare il Governo ha proposto una verifica ai Sindacati per il 2007, vale a dire appena prima dell’introduzione delle misure più impopolari.

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Una prima risposta potremo averla già nel 2005, quando il Parlamento sarà chiamato a modificare il coefficiente nel calcolo dei benefici previsti dalla riforma Dini, che tiene conto della longevità.

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  1. Anonimo

    Ciò che il Governo ha deciso di fare è profondamente ingiusto e non esclusivamente perchè io faccio parte dei “discriminati” per un solo anno, essendo nata nel 1952, ma perchè lo sarebbe anche se io fossi tra i fortunati che potranno andare in pensione con le attuali regole entro il 31 Dicembre 2007….forse il Governo pensa di aver creato un divario così netto fra generazioni, in modo da essersi garantito contro scioperi ad altissima adesione………..Secondo il mio modesto parere, con la sua riforma … il Governo di destra …otterrà una fuga precipitosa da parte di tutti coloro che potranno andarsene, me compresa, utilizzando la mobilità lunga prevista per le Aziende in crisi. Se il riassetto del sistema pensioni fosse stato più graduale, probabilmente tutti lo avrebbero accettato in considerazione del fatto che è, in ogni caso, necessario.

  2. a.mazzoni

    La proposta governativa che istituisce il “fossato del 31/12/07” è talmente strampalata che sono sicuro non verrà mai applicata, anche se nel 2008 dovesse governarci ancora una compagine del centro-destra.
    E’ chiaro che la mancata gradualità è dovuta al veto della Lega che secondo me non ha vita lunga.

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