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  1. Guido Pietropaoli (gpietropaoli@blu.it) Rispondi
    Gent.mo sig. Scarpa, volevo fare qualche considerazione in più sull'argomento. Come ben descritto da Marco Vitale sul Corriere del 29/9 u.s., il blackout è stato causato dal fatto che l'80% delle nostre centrali ERA SPENTO! E' quindi evidente che sull'energia nazionale si sono fatte troppe valutazioni "economiche" ma poche riflessioni sulle disastrose conseguenze di un blackout... Il problema è quindi nell'organizzazione della rete, che è carente, nella mancanza di un'authority che governi veramente il processo, nella necessità di revisione di meccanismi distorti (es. la direttiva cip6 che costringe il Gestore ad acquistare energia dai privati a costi elevatissimi). Cordialmente GPi
    • La redazione Rispondi
      caro lettore, sono d'accordo, e qualifico. La gestione di un sistema elettrico (come tante altre cose, d'altronde) richiede un delicato bilanciamento tra sicurezza ed economicità. Potremmo tenere accese tutte le centrali sempre? forse il rischio di black-out sarebbe quasi zero, ma il costo sarebbe evidentemente strabiliante. Il problema è che forse si è ecceduto nella direzione di affidarsi all'energia importata; il mio rilievo sul fatto che l'altra notte stavamo importando troppo, rispetto a quanto era ritenuto sicuro pochi anni fa, andava esattamente in questa direzione. E fino a qui siamo pienamente d'accordo. Il fatto che poi manchi una mente che governa l'intero processo, solleva una seconda questione ancora più delicata. Avevamo questa mente, ed era l'Enel, che aveva in mano quasi tutta la generazione, la rete e quasi tutta la distribuzione. La abbiamo smembrata perchè inefficiente (costi troppo elevati) e ora scopriamo che manca un coordinatore. In realtà, così non è. Il coordinatore si chiamerebbe mercato, ma il problema è che bisogna farlo funzionare con regole precise e adeguate (se no, invocare il mercato resta una risposta puramente "ideologica"). Ha probabilmente ragione Alberto Clò che qualche giorno fa sul Resto del Carlino scriveva che ha sbagliato l'Autorità a premiare poco chi tenesse accese le centrali in certe parti della giornata (notte) o dell'anno (estate), quando c'è poca domanda; se il prezzo è troppo basso, conviene spegnere le centrali, e forse il prezzo in questi periodi è stato fissato a livelli troppo bassi. Non a caso, una parte del Disegno di legge Marzano attualmente dibattuto alla Camera prevede degli espliciti capacity payments, ovvero pagamenti extra ai generatori affinchè costruiscano e mantengano in esercizio una capacità di generazione adeguata. Basta che a quel punto non ci si lamenti perchè l'elettricità costa troppo...ricordiamoci che anche il CIP6, che come lei ricorda stiamo adesso pagando con moneta sonante, doveva servire a incoraggiare a costruire impianti, senza i quali (andiamo indietro al 1991) si diceva che si sarebbe corso il rischio di black-out... Cordiali saluti Carlo scarpa
  2. fabio ricci Rispondi
    Salve, ho spesso letto e sentito dire che i minori costi dell'energia elettrica che importiamo dall'estero sono dovuti in massima parte al fatti che tale elettricita' e' prodotta dalle centrali nucleari, che avrennero costi unitari per kw molto piu' bassi che dalle centrali a gas od olio combustibile. E' vero oppure no ?
    • La redazione Rispondi
      Caro lettore, è del tutto vero. Anche se si deve ricordare come il costo più basso del nucleare francese è dovuto al fatto che il Governo francese prevede di coprire i costi dello smantellamento con spesa pubblica. Questo consente di dire che il costo del nucleare è inferiore - ma solo perchè parte del costo non viene contabilizzato e viene coperto da aiuti di stato (che probabilmente saranno ammessi, nonstante i dubbi della Commissione Europea, ma restano modi di nascondere il vero costo di queste attività). Carlo Scarpa
  3. marco taradash Rispondi
    1. Ha ancora senso, nell'UE per non dire nel sistema globale, parlare di energia estera? Se costa di meno e ce n'è in abbondanza perché non importarla? L'autarchia che vantaggi ambientali e energetici comporta? Boh. 2. Se l'incidente si fosse verificato in Piemonte invece che in Svizzera, cosa sarebbe cambiato? A me pare nulla. 3. Potete fare nomi e cognomi di chi campa di rendita sui latifondi energetici che abbiamo costruito sotto il nome di privatizzazione? Grazie
    • La redazione Rispondi
      caro Taradash, sui punti 1 e 2, sono pienamente d'accordo, con una riserva. L'energia estera è diversa solo per una ragione: arriva su una strada stretta, ovvero tipicamente su una sola linea (un insieme di tralicci e dei cavi che corrono sui tralicci stessi). Quindi: basta un albero a creare un problema. All'interno dell'Italia, la rete è invece più "magliata" (come dicono i tecnici) ovvero per andare da un punto all'altro esistono tipicamente (ma non sempre...) più strade, e quindi usare quell'energia è meno rischioso (un albero non ha effetti ugualmente tangibili). Giustificazione per il protezionismo? per me, no: solo una buona ragione per migliorare anche le interconnessioni internazionali. In quanto tale, il fatto di dipendere energeticamente dalla Francia non mi turba per nullla i sonni. Per inciso, ben diversa è la situazione nel settore del gas, ove dipendiamo da Algeria e Russia... ma questa è un'altra storia, anche perchè se il gas lo hanno loro, non c'è poi troppo da fare. Sul punto 3, devo premettere un po' di esegesi. Cosa si intende per "latifondi energetici che abbiamo costruito sotto il nome di privatizzazione"? intendo questo interrogativo come una questione su se "privatizzazione" abbia generato posizioni di rendita protetta, e a favore di chi. In primo luogo, temo che purtroppo di privatizzazione ne abbiamo vista poca. L'Enel è privata solo per 1/3, e chi la ha comprata in borsa ha fatto un pessimo affare. La rete di trasmissione è pubblica. Nella distribuzione (trasmissione a livello locale, in media e bassa tensione) si espandono le (ex) municipalizzate, che sono in massima parte pubbliche pure loro (e di questo processo hanno senza dubbio beneficiato). Il settore privato ha avuto qualche spazio solo nella generazione (la vendita delle "Genco" ovvero di società create scorporando da Enel una serie di impianti) dove hanno pagato molto gli impianti (venduti in asta) e dove per la sicurezza del sistema non riescono neppure a effettuare molti dei cambiamenti necessari (che richiederebbero il fermo impianti). A mio avviso c'è solo una categoria che sta facendo ottimi affari. Si tratta di quei grandi consumatori (leggi: grandi industrie, acciaierie, ecc.) ai quali è stato dato accesso privilegiato all'energia importata. Sono aiuti di stato, meno trasparenti di quelli tradizionali, ma sostanzialmente identici. Questo regalo (di molti milioni di Euro) è l'unica cosa che veramente grida allo scandalo. L'elenco dei nomi credo sia scaricabile dal sito del grtn. Cordiali saluti Carlo Scarpa
  4. Gaetano Rispondi
    Egregio Prof. Scarpa, Nel Suo articolo ha scritto: "Dall’altro, resta poi da capire per quale ragione non siano scattati (in modo efficace) i piani di distacco dei grandi clienti, che possono acquistare energia a costo più basso proprio in cambio di una loro disponibilità a essere distaccati "in tempo reale", ovvero senza preavviso." Mi permetto di segnalarLe un'altra cosa da chiarire: perché le centrali turbogas del meridione non sono partite, come sembra evidente, subito dopo il black-out come avrebbero dovuto? Mi corregga se sbaglio: mi sembra di ricordare che le centrali termoelettriche tradizionali hanno bisogno di una certa potenza disponibile per ripartire dopo essere andate fuori servizio; le centrali idroelettriche e turbogas invece no. Di conseguenza, quando una centrale termoelettrica va fuori servizio perché è collegata ad un carico troppo elevato e i cosiddetti "alleggeritori di carico" non sono intervenuti rapidamente a scollegare alcune utenze al diminuire della frequenza di rete, si fanno partire le centrali idroelettriche e turbogas (che possono partire subito) che forniscono alle centrali termoelettriche la potenza necessaria per riavviarsi. Al nord direi che è successo proprio così: devono essere partite subito le centrali idroelettriche (e magari anche quelle turbogas) perché in meno di tre ore diverse zone del settentrione erano di nuovo alimentate. Al sud direi proprio che le centrali turbogas presenti non sono partite, tant'è vero che queste regioni hanno dovuto attendere che la rete tornasse progressivamente al normale funzionamento da nord verso sud. L'ultima regione ad uscire dal black-out è stata la Sicilia nel tardo pomeriggio. Perché? Forse questa regione non ha centrali turbogas?
    • La redazione Rispondi
      caro lettore, quando si pongono domande così complesse, spero si accetti che la risposta arrivi con qualche ritardo... Al nord, hai ragione. Le centrali idroelettriche hanno risolto il problema più rapidamente che altrove. Al sud non abbiamo una significativa produzione idroelettrica, ma abbiamo comuqnue degli impianti turbogas (ad: es. Porto Emepdocle) Al Sud è stato un problema di tensione sulle linee e non di centrali. Ma è interessante l'audizione del Gestore della rete alla Camera il 7 ottobre è istruttivo. In teoria, 1.000 Mw di potenza potevano essere disattivati a meno di un minuto dall'inizio dell'emergenza. In pratica, il Gestore della rete ha dichiarato che il distacco in tempo reale ha funzionato veramente solo per gli impianti di pompaggio e la cosiddetta regolazione primaria delle stesse centrali di generazione. E su questo sarebbe utile vederci più chiaro. Così come risulta che circa il 50% degli impianti di generazione che erano andati in blocco a seguito del black-out non siano riusciti a rimanere "in rotazione", ovvvero - detto male - in stand by. Così come risulta che le operazioni di riaccensione siano state lente e soprattutto con una percentuale sconcertante di operazioni gestite in modo manuale. Siamo nel 21 secolo, ma pare che il nostro sistema elettrico si regga su operazioni non troppo dissimili da quelle che compiamo quando accendiamo o spegnamo la luce in salotto. Quanto al Sud, in particolare il Gestore nota come vi siano stati problemi di sincronizzazione con il resto della rete nazionale, come con il passare del tempo si sia degradata la qualità delle telecomunicazioni. Il caso della Sicilia è peggiore, perchè pare che a seguito del black-out si sia verificato un numoero particolarmente elevato di guasti negli impianti (lascio al lettore indovinare se la Sicilia sia sfortunata o se sia dotata di impianti di qualità minore). La ricetta è tecnicamente complessa (maggiori verifiche, rafforzamento degli impianti, ecc.), ma purtroppo semplice: investire di più nella rete di trasmissione. E ovviamente dovremo pagare di più, per gli investimenti non effettuati nel passato. carlo scarpa