Continuiamo la visita ai luoghi comuni del mercato del lavoro italiano. Si parla spesso di esplosione del lavoro temporaneo in Italia. Ma la crescita di queste nuove tipologie contrattuali è stato più contenuta di quanto spesso suggerito e si deve in larga misura alla diffusione dei contratti a fini formativi (soprattutto apprendistato) tra i giovani.

La resistibile ascesa dell’occupazione temporanea

Il fatto che negli ultimi anni in Italia vi sia stato un forte aumento del lavoro temporaneo è dato per scontato sia da chi considera positivamente questo fenomeno (un indice di maggiore flessibilità), sia da chi lo biasima (un segnale di crescente precarizzazione). Ma la tendenza alla crescita dell’occupazione dipendente a tempo determinato è stata tutt’altro che esplosiva e si deve principalmente alla maggiore diffusione dei contratti a fini formativi (soprattutto apprendistato) tra i giovani.

Quando è cresciuta

Come mostra la tabella 1, la percentuale di lavoratori temporanei sull’occupazione dipendente è cresciuta da poco più del 6 per cento nel 1993 sino a superare di poco il 10 per cento nel 2000 e poi si è assestata su valori inferiori. Congiuntura economica e misure di politica del lavoro concorrono a spiegare questo andamento.

Nel corso del 1993 le posizioni lavorative a tempo determinato hanno assorbito quasi per intero la caduta dell’occupazione (1): quando la crisi è esplosa, le imprese hanno reagito non rinnovando i contratti in scadenza. Nel 1994 e nel 1995, con l’aggravarsi della crisi, viene duramente colpita l’occupazione permanente, che in soli due anni si riduce di quasi il 5 per cento.
Invece, le occupazioni temporanee crescono in misura consistente: quando le aspettative sono incerte, le poche imprese che assumono preferiscono ricorrere a rapporti a tempo determinato. L'”effetto incertezza” prosegue sino al 1998, anche se l’occupazione permanente riprende.
Di un vero e proprio processo di precarizzazione, cioè di sostituzione di posti stabili con lavoro temporaneo, si può parlare solo per due anni:dal 1993 al 1995.

Nel 1999, con la ripresa economica, le imprese cominciano ad assumere in massa, ma l’occupazione temporanea aumenta perché una crescente quota di assunzioni, soprattutto di giovani, passa attraverso un lungo periodo di rapporti a tempo determinato, anche non a fini formativi. Trascorso qualche anno, è probabile che molti rapporti temporanei si trasformino in permanenti. È avvenuto dal 2001, quando un forte aumento del lavoro dipendente permanente, favorito anche dagli incentivi della Finanziaria 2000, ha comportato persino una riduzione di quello temporaneo. Nel 2002 l’occupazione permanente continua a crescere più di quella temporanea, che scende al 9 per cento.
Certamente alla fine del decennio il peso del lavoro a tempo determinato è molto maggiore, ma la crescita si è arrestata.

La tabella 1 mostra anche come il luogo comune dell’esplosione del lavoro dipendente precario sia dovuto in buona parte all’andamento degli avviamenti al lavoro: nel corso degli anni Novanta la quota di quelli a tempo determinato cresce da meno del 25 per cento a oltre il 50 per cento (2).
A parte la confusione tra dati di flusso e dati di stock, un forte aumento degli avviamenti a tempo determinato è pienamente compatibile con un ben più moderato aumento delle occupazioni temporanee se “a termine” sono per lo più le assunzioni di giovani, in seguito destinate a trasformarsi in larga misura in occupazioni permanenti.

I lavori temporanei che aumentano

Ciò è confermato dal fatto che la percentuale di lavori a termine cresce in misura molto maggiore tra i giovani, mentre tra i rapporti di lavoro temporanei quelli che più aumentano sono i rapporti a fini formativi (3), come mostra la tabella 2.

Tra i rapporti a tempo determinato, la quota dei contratti di formazione lavoro e di apprendistato cresce dal 23,5 per cento del 1993 a più del 32 per cento nel 2002. Parallelamente, diminuisce quella dell’occupazione temporanea involontaria: da quasi il 52 per cento a poco più del 42 per cento.

La crescita dei rapporti a fini formativi ha una forte accelerazione nel 1998, quando entra in vigore la riforma dell’apprendistato prevista dal “pacchetto Treu”. Anche la quota dei periodi di prova aumenta, mentre la riduzione di quella dei lavori a termine svolti volontariamente è compensata dalla crescita della quota di chi dichiara di aver un rapporto a termine per altri motivi.

L’aumento dei lavori a termine per fini formativi (in valore assoluto più che raddoppiano) è particolarmente elevato tra i giovani da 15 a 29 anni: dal 36 per cento nel 1993 a oltre la metà nel 2002, mentre le situazioni più precarie di chi non è riuscito a trovare un’occupazione permanente diminuiscono dal 44 per cento a meno del 30 per cento.

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L’occupazione giovanile è diventata meno stabile, ma per una forte diffusione dei rapporti a fini formativi, che portano a una successiva stabilizzazione in misura ben maggiore dei normali contratti a termine. Un fenomeno simile caratterizza anche i trentenni, sia pure su livelli molto diversi, grazie all’innalzamento dell’età per accedere ai rapporti temporanei a fini formativi.

Ma gli interinali?

Può stupire che non si sia fatto cenno al lavoro interinale, cui si suole attribuire un gran ruolo nella crescita del lavoro temporaneo. Nonostante un’espansione iniziale fortissima, l’interinale è destinato a restare un mercato di nicchia, anche se al suo interno ruota un gran numero di lavoratori, come dimostra l’esperienza dei paesi ove è presente da tempo.

Secondo il ministero del Lavoro sono stati avviati in missione 52mila lavoratori interinali nel 1998, 191mila nel 1999, quasi 400mila nel 2000 e oltre 550mila nel 2002. Ciò corrisponde a 5mila lavoratori equivalenti a tempo pieno nel 1998, a 31mila nel 1999, a 52mila nel 2000 e a 95mila nel 2002. Da poco più del 2 per cento del 1999 siamo giunti nel 2002 a quasi il 7 per cento dell’occupazione dipendente a tempo determinato. Per di più i segni di rallentamento della crescita dal 2001 fanno prevedere una stabilizzazione.

 

(1) Istat, Rapporto sulla situazione del paese, Roma. 1999.

(2) Anche gli avviamenti al lavoro, peraltro, segnalano un’inversione di tendenza nel 2001, ma si tratta di dati limitati ai primi mesi, poi la rilevazione si è interrotta per il passaggio dei servizi all’impiego alle Regioni.

(3) L’aumento dei rapporti a fini formativi è molto probabilmente ancora maggiore, poiché parecchi giovani in queste condizioni si autoclassificano tra i lavoratori permanenti. D’altro canto, l’aumento dei rapporti a fini formativi comporta una crescente sottostima dell’occupazione temporanea, che quindi negli ultimi anni sarebbe aumentata in maggior misura di quanto risulti dall’indagine Istat sulle forze di lavoro. Ma su scala nazionale il fenomeno non dovrebbe essere importante, come notano B. Anastasia e D. Maurizio, “Misure dell’occupazione temporanea”, I Tartufi, Veneto Lavoro, dicembre 2002.

La leggenda del lavoro sempre più autonomo

25 agosto 2003

Nella discussione sulle tendenze dell’occupazione si dà generalmente per scontata la crescente diffusione del lavoro indipendente. Non pochi giuslavoristi sono tormentati dalla “fuga dal diritto del lavoro” (inteso ovviamente come dipendente). Ma i dati non confermano questo luogo comune né in Europa, né in Italia.

Un fenomeno temporaneo

Negli anni Ottanta clamorosa è stata la rinascita del lavoro indipendente nei Paesi dove sembrava in via di estinzione: in Gran Bretagna la percentuale sull’occupazione extragricola, scesa a fine anni Settanta sotto il 7 per cento, aumenta fino a sfiorare il 12 per cento dieci anni dopo. E in Svezia da poco più del 4 per cento nel 1986 risale al 7 per cento nel 1990.
Un simile andamento “a U” caratterizza sia Spagna e Portogallo, ove il lavoro indipendente era rimasto importante, sia Paesi in posizione media come Belgio e Irlanda, nei quali il lavoro indipendente, dopo aver raggiunto un minimo del 10-11 per cento, risale sino al 13cento.

Gli anni Novanta, però, non sono stati altrettanto favorevoli: quasi ovunque, dopo un leggerissimo aumento all’inizio del decennio, la quota di occupazione indipendente si stabilizza o addirittura diminuisce, sicché nell’Unione Europea nel 1999 è allo stesso livello del 1991.
Dunque, l’inversione della tendenza secolare alla salarizzazione è stata limitata e di breve durata. Ciò non contrasta con la recente crescita delle piccole imprese che ha interessato tutti i Paesi europei tranne la Germania, poiché l’occupazione indipendente è costituita più da lavoratori in proprio e professionisti che da imprenditori.

Anche in Italia si è arrestata da venti anni

L’Italia è il Paese sviluppato che presenta la quota di occupazione indipendente di gran lunga più alta e infrange così la regola secondo cui tale quota è minore dove è più elevato il reddito pro capite. Le varie ragioni di tale anomalia stanno nella struttura economica e sociale del Paese. Invece, l’andamento del fenomeno nel corso del tempo è simile a quello degli altri Paesi europei.
La quota di lavoro indipendente extragricolo, che sfiorava ancora il 30 per cento alla fine degli anni Cinquanta, scende sino a raggiungere un minimo del 22 per cento nel 1977, quindi risale sino a superare il 25 per cento nel 1984 e si assesta poi intorno all’attuale 26 per cento.
Anzi, come mostra la tabella ricostruita sui dati dell’indagine Istat sulle forze di lavoro, nell’ultimo decennio il peso del lavoro indipendente sull’occupazione totale è in leggero declino, sia includendo sia escludendo l’agricoltura, un settore ad alta intensità di lavoro in proprio e in continua contrazione.
La grossolana distinzione per settori della quota di lavoro indipendente presentata nella tabella consente, però, di spiegare l’illusione cui sono soggetti molti osservatori

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L’occupazione indipendente cambia profondamente

Il declino o la sostanziale stabilità della quota di lavoro indipendente (a seconda che si consideri o no l’agricoltura) è frutto di una netta contrazione dei settori più tradizionali (i coltivatori diretti e i piccoli commercianti) cui si contrappone una crescente diffusione del lavoro indipendente nell’industria, nell’edilizia e in tutti i rami del terziario non commerciale. Nel complesso la tendenza a rischiare l’avvio di un’attività imprenditoriale o professionale oppure, in altri termini, a fuggire dai vincoli giuridici e contrattuali del lavoro dipendente non cresce affatto da almeno venti anni.

Alla diversa composizione settoriale corrispondono differenti caratteristiche delle mansioni svolte. Tra i lavoratori indipendenti aumentano quelli che svolgono compiti non manuali qualificati, mentre diminuiscono gli addetti alle vendite e i lavoratori manuali specializzati (gli artigiani). Parallelamente, aumentano laureati e diplomati, mentre si riducono i poco istruiti. Sono mutamenti più accentuati rispetto a quanto accade nell’occupazione dipendente, sicché il lavoro indipendente perde il tradizionale carattere di bassa qualificazione e scarsa istruzione per raggiungere quasi i livelli di quello dipendente.

Non cambiano, anzi si accentuano due altri tratti del lavoro indipendente: la prevalenza dei maschi e l’esclusione dei giovani. Negli ultimi dieci anni, la quota di donne tra gli indipendenti addirittura diminuisce, sia pur di poco. Quanto all’età, se si riduce la quota dei cinquantenni e dei sessantenni per l’esodo dei coltivatori diretti e dei commercianti, altrettanto diminuisce quella dei ventenni, mentre aumenta ancora la già rilevante quota dei trentenni e dei quarantenni. Anche nel nuovo lavoro indipendente non è possibile vedere il rifugio dei giovani outsider che non riescono a entrare nel sistema delle garanzie del lavoro dipendente. A “mettersi in proprio” sono soprattutto lavoratori dipendenti con una solida esperienza professionale e adeguate risorse sociali (1). D’altronde, per molti questa è la sola possibilità di mobilità occupazionale ascendente per le scarse opportunità di far carriera all’interno di imprese troppo piccole.

Indipendente, ma meno autonomo

La scarsa presenza di giovani tra i nuovi lavoratori indipendenti contrasta con la diffusa opinione che molti di loro lavorino con rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, poiché si può supporre che costoro si autoclassifichino per lo più tra gli indipendenti. Ma anche il gran numero di collaboratori è un luogo comune, non suffragato dai dati disponibili.

Piuttosto, il fatto che non pochi lavoratori formalmente indipendenti siano legati da contratti di collaborazione con un solo committente, che ne coordina e organizza l’attività in modo più o meno cogente, fa nascere il sospetto che una parte crescente dell’occupazione indipendente sia in realtà poco autonoma nello svolgere il proprio lavoro. Questo fenomeno può interessare persino gli imprenditori se operano in franchising Né va dimenticato il crescente rilievo di una forma tutta italiana: le cooperative di lavoro, i cui soci sono considerati lavoratori indipendenti, anche se spesso partecipano ben poco ai processi decisionali e sono soggetti a precise regole organizzative.

(1) P. Barbieri, “Liberi di rischiare. Vecchi e nuovi lavoratori autonomi”, in Stato e mercato, n. 56, agosto 1999.

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