logo


Rispondi a La redazione Annulla risposta

1500

  1. giorgio pellegatti Rispondi

    Si è sentito parlare di questo proposito: ridurre l'Irpef a 2 aliquote e, per recuperare il minor gettito fiscale, aumentare l'Iva sui beni di lusso: vorrei proprio vedere certi miei vicini di casa acquistare "regolarmente" beni di lusso, come gioielli, pellicce, vacanze e ristoranti, etc. pagando un'aliquota Iva più alta, loro che sono abituati a pagare in nero anche la parcella dello specialista nonostante sia esente da Iva e perfino deducibile! Ma li conoscete i contribuenti italiani? O vi illudete che il Fisco riesca in un esercizio di controllo capillare? E' vero che nel 2009, così dicono, sono stati recuperati 9 miliardi di tasse evase, ma quando e in che percentuali saranno incassati? Tra 10 anni? E nella misura del 7%?!

  2. Gaetano Proto Rispondi
    · Jappelli e Pistaferri sostengono che in Italia la domanda di consumo è caduta rispetto alla seconda metà dello scorso anno. I dati ufficiali forniscono invece un quadro diverso. Rispetto all'anno precedente, i consumi reali delle famiglie residenti aumentano: la bassa crescita del PIL dipende piuttosto dal calo degli investimenti fissi (i tassi di variazione tendenziali del 2° trimestre di quest'anno sono pari rispettivamente a +2,0%, +0,3% e -0,8%, cfr. http://www.istat.it/Comunicati/In-calenda/Allegati/Economia/Conti-econ/022003def.pdf). Anche rispetto al trimestre precedente i consumi delle famiglie crescono, seppure di poco, a fronte di una contrazione del PIL (rispettivamente +0,4% e -0,1%). · Non è ovviamente affatto scontato che questa relativa tenuta dipenda dalla riduzione dell'Irpef prevista dalla Finanziaria dell'anno scorso. Come è noto, l'effetto netto di una variabile su un'altra va valutato con metodi quantitativi in grado di "scremarlo" dagli effetti di altre variabili, simulando la condizione tipica degli esperimenti scientifici, che si svolgono "a parità di altre condizioni". Se si vuole restare alle considerazioni di tipo qualitativo, la prima cosa da chiedersi è fino a che punto la riduzione delle imposte di quest'anno sia effettiva. Credo che ci siano almeno quattro ragioni per pensare che non lo è. · Primo, un numero non trascurabile di percettori sta pagando qualcosa in più rispetto all'anno scorso, e potrà recuperare la maggiore imposta versata solo l'anno prossimo, applicando la clausola di salvaguardia in sede di dichiarazione dei redditi. Secondo, il prelievo complessivo va oltre la sola Irpef, come ben sa chi vive in uno di quei comuni che ha aumentato o introdotto per la prima volta un'addizionale comunale (è il caso di Roma, dove vivo insieme a qualche milione di concittadini). Terzo, ormai da due anni il governo "si dimentica" di applicare il recupero del cosiddetto "drenaggio fiscale", e quindi un percettore di reddito che si limita a mantenere il proprio potere di acquisto (cosa che non a tutti riesce!) vede comunque aumentare la sua aliquota media effettiva. Infine, raccogliendo l'invito di Spaventa a non trascurare il fattore inflazione, è bene sottolineare che il maggior reddito nominale dei beneficiari della riduzione dell'Irpef può diventare un minor reddito reale, se viene mangiato dalla crescita dei prezzi del loro paniere abituale di consumi, come sembra stia accadendo diffusamente. · Da questo quadro, seppure parziale, la relativa tenuta dei consumi può sembrare un paradosso. Invece la spiegazione è probabilmente semplice, ed è stata avanzata il 15 settembre in un "Focus" del CER su "la Repubblica". E' la riduzione della propensione al risparmio delle famiglie a sostenere i consumi. Quindi per una volta Tremonti potrebbe avere ragione a sostenere che, in caso di un'ulteriore riduzione delle tasse, le famiglie destinerebbero ai risparmi il maggior reddito disponibile. Però non per aumentarli, ma semplicemente per ricostituirli - se per caso dovesse avanzare ancora qualcosa, dopo essersi pagate da sole i servizi pubblici che andrebbero simultaneamente tagliati per mantenere il bilancio in (precario) equilibrio. Lo slogan "il governo non metterà le mani nelle tasche dei cittadini", ripetuto ogni autunno all'avvicinarsi della legge finanziaria, andrebbe perciò completato: "…bensì li costringerà a mettercele da soli"!
    • La redazione Rispondi
      Ringraziamo il lettore per la precisazione sulla dinamica del consumo. Nel primo trimestre del 2003 il PIL, valutato ai prezzi del 1995, destagionalizzato e corretto per il diverso numero di giorni lavorativi, è diminuito dello 0,1 per cento rispetto al trimestre precedente. Stessa diminuzione si registra nel I trimestre 2003. Per quanto riguarda la spesa delle famiglie residenti, essa è aumentata dello 0.2% nel I trimestre (relativamente al IV trimestre 2002) e dello 0.4% nel II trimestre 2003 (relativamente al I trimestre 2003). Se si decompongono i consumi interni nelle sue tre componenti (durevoli, non durevoli, e servizi), si registra un crollo dei durevoli (-2.1% e -3.9%) e una sostanziale tenuta delle altre due componenti (+0.5% e +0.6% per i non durevoli, e +0.1% e +0.8% per i servizi). Insomma, il quadro che ne viene fuori è che i consumi delle famiglie sono sostanzialmente in fase stagnante e che il consumo di beni durevoli è caduto nella prima metà del 2003. Sulla base di queste osservazioni, abbiamo dunque rettificato una delle frasi contenute nell’articolo. Condividiamo poi molte delle affermazioni a proposito dell'effetto sul reddito disponibile di altri provvedimenti fiscali e dell'inflazione. Ci sembra però che il lettore individui un legame troppo stretto tra variazioni del reddito disponibile e consumi. Molti studi empirici indicano che aspettative credibili di un aumento del reddito futuro possono influenzare il consumo anche nel breve periodo; cioè che il consumo dipende, oltre che dal reddito corrente, anche dalle aspettative circa i redditi futuri. Era questa la scommessa di Tremonti all'inizio della legislatura: l'annuncio di un percorso credibile e sostenibile di riduzione del carico fiscale che potesse, già da subito, vitalizzare il consumo delle famiglie. In altre parole, non era necessario che la riforma venisse adottata integralmente nel 2002 e che quindi producesse un aumento del reddito disponibile gia`da quell'anno. Non pensiamo quindi che sia inutile tagliare le imposte; solo che quando si annuncia una rivoluzione fiscale bisogna poi essere credibili. Cordiali saluti
  3. Jappelli-Pistaferri Rispondi
    Condivido l'analisi fatta nell'articolo circa la credibilità delle scelte di politica economica. Il problema, secondo me, è più generale perché non ci troviamo di fronte ad un chiaro progetto di riforma. Si ha l'impressione che i tagli fiscali siano decisi di volta in volta per compiacere certi settori dell'elettorato ma senza una chiara visione di cosa si voglia fare realmente anche perché il Governo modifica i suoi piani e progetti (o almeno così annuncia) a seconda dell'interlocutore. Non sarebbe stato meglio, per rispettare il patto di stabilità ed affrontare la montagna di debito pubblico, differire i tagli fiscali (ammesso che servano) in momenti più opportuni. Anche perché mi risulta che oltre ad effetti keynesiani (quelli ipotizzati paradossalmente da sedicenti liberisti con la politica di tagli fiscali) si possono innescare effetti non keynesiani (espansivi) anche in caso di politiche fiscale restrittive purché sia chiara la direzione di marcia e la destinazione. Alfonso Piantedosi