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Quando Tremonti ha ragione

Diminuire le imposte è inutile perché un eventuale taglio non servirebbe a stimolare consumi e produzione, ma solo ad aumentare il risparmio. Lo dichiara il ministro dell’Economia citando a riprova delle sue affermazioni i risultati della Finanziaria, che pure ha ridotto alcune aliquote Irpef. È perfettamente vero. Le famiglie cercano di mantenere un livello di consumo stabile e reagiscono in modo diverso a variazioni di reddito percepite come temporanee o permanenti. Se gli italiani hanno continuato a risparmiare è perché hanno giudicato la riforma fiscale dello scorso anno poco credibile e certo non destinata a durare nel tempo.

Discutendo delle prospettive dell’economia in un dibattito con Mario Monti a Cernobbio, il ministro Giulio Tremonti ha affermato che in questo momento non vale la pena ridurre le imposte, perché le famiglie utilizzerebbero il maggior reddito disponibile per aumentare i loro risparmi, invece che stimolare la produzione aumentando il consumo.

La prova? Quest’anno la Legge finanziaria ha ridotto l’Irpef. Eppure, di aumento del consumo neanche l’ombra. Anzi, i dati diffusi recentemente dall’Istat mostrano che la domanda di consumo è sostanzialmente stagnante se confrontata a quella della seconda metà dello scorso anno e che per il secondo trimestre consecutivo il prodotto interno lordo del paese è diminuito.
Dunque, gli italiani sappiano che in futuro le imposte non verranno ridotte, non perché non ci sono risorse, ma perché è inutile. Tanto, gli italiani non spendono.

Le promesse e i fatti

A prima vista, la dichiarazione è sorprendente, perché viene proprio da parte di chi lo scorso anno aveva presentato la Legge finanziaria come un provvedimento di “rigore e di sviluppo”. Dove l’elemento principale dello “sviluppo” era lo stimolo fiscale dovuto all’abbattimento delle aliquote Irpef per i redditi fino a 15mila euro (vedi Giannini-Guerra).
 E poi, non è lo stesso programma elettorale di Berlusconi che prometteva “meno tasse per tutti”?
A pensarci bene, tuttavia, per una volta Tremonti ha ragione. Siamo di fronte a una situazione che gli economisti conoscono bene. Le famiglie reagiscono in modo diverso a variazioni permanenti o temporanee dei redditi.

Uno sgravio fiscale permanente (destinato a durare nel tempo) viene in larga misura destinato al consumo, mentre uno sgravio temporaneo (destinato a durare poco o addirittura a essere annullato da provvedimenti futuri di segno contrario) viene per la maggior parte risparmiato (vedi Boeri). Il motivo è che le famiglie cercano di mantenere un livello di consumo stabile nel corso del tempo, e che il risparmio attutisce le variazioni del reddito da un mese all’altro o da un anno all’altro (1).

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Chi programma i propri acquisti cerca di mantenere uno standard di vita stabile, piuttosto che alternare un mese di consumi elevati con un periodo di bassi consumi. Un aumento permanente del reddito consente un aumento del consumo in tutti i mesi dell’anno. Invece, un aumento temporaneo del reddito (ad esempio, a vincita al lotto) viene distribuito più o meno ugualmente in tutti i mesi dell’anno. Il che significa che se ne spende un poco ogni mese e che se ne risparmia la maggior parte nel momento in cui il reddito viene percepito.

Riforme fiscali temporanee e permanenti

L’esperienza storica delle riforme fiscali americane è il modo migliore per studiare come le famiglie rispondono a una variazione di reddito. Nel 1968, l’amministrazione Nixon decise di introdurre una sovrattassa sul reddito nella speranza di rallentare i consumi e contrastare l’aumento dei prezzi.

Nel 1975, invece, il Governo concesse un assegno una tantum a tutte le famiglie nella speranza di stimolare i consumi. Risultato? Nel 1968 il tasso di risparmio passò dal 7,5 per cento (nel trimestre prima della sovrattassa) al 6,6 per cento (nel trimestre successivo). I consumatori continuarono a spendere nonostante l’aumento delle imposte. Nel 1975, il tasso di risparmio passò invece dal 6,4 per cento al 9,7 per cento: solo una piccola parte dell’assegno fu quindi destinata al consumo. La riforma fiscale di Reagan del 1986 prevedeva invece una riduzione permanente delle imposte, e fu infatti seguita da una forte riduzione del tasso di risparmio delle famiglie.
Anche l’esperienza più recente insegna che quando si cerca di stimolare l’economia con uno sgravio fiscale, occorre tenere conto degli effetti dei provvedimenti sulle aspettative dei consumatori.

Nell’estate del 2001 le famiglie americane ricevettero un assegno compreso tra i 300 e i 600 dollari, come anticipo di una riduzione permanente dell’imposta sul reddito da realizzarsi dopo il 2002. Secondo uno studio di Shapiro e Slemrod, solo il 22 per cento delle famiglie ha deciso di destinare il maggior reddito al consumo; la grande maggioranza ha scelto invece di utilizzare l’assegno per aumentare il risparmio o ridurre i debiti (2). Anche in questo caso i consumatori hanno ritenuto che in futuro vi sarebbero stati provvedimenti fiscali di segno contrario, oppure non hanno creduto che si sia trattato di una variazione permanente delle imposte (3).

 

La credibilità della politica fiscale

Morale? Il modo con cui gli italiani hanno risposto alla riforma dell’Irpef del 2002 è una dimostrazione eloquente della scarsa credibilità delle promesse fiscali del Governo.

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Gli italiani hanno risparmiato, invece che consumare, perché si sono resi conto che la riforma fiscale di Tremonti non è parte di un programma duraturo di riduzione del carico fiscale. Piuttosto, si tratta di un episodio destinato a durare poco, se non addirittura a essere annullato da un aumento futuro di imposte, dati i nostri vincoli di bilancio e l’andamento dei conti pubblici. Oppure, hanno ritenuto che la riforma dell’Irpef abbia effettivamente natura permanente, ma si sono accorti che è stata accompagnata da altri provvedimenti o annunci di segno contrario che ne annullano gli effetti (aumento delle imposte locali, taglio dei servizi sociali o aspettativa di riforme della previdenza).

L’obiettivo della riforma fiscale di Tremonti era quello di stimolare i consumi e la crescita subito, nel breve periodo. Tutti gli economisti sanno che quando si vuole utilizzare la leva fiscale per stimolare i consumi occorre proporre riforme credibili e durature. Dunque il ministro ha ragione: la riforma fiscale non ha aumentato il consumo. Aggiungiamo noi: perché la riforma non era credibile. Peccato che Tremonti lo abbia scoperto solo ora.

 

 

(1) “È da attendersi che tentativi di frenare (o stimolare) la domanda attraverso inasprimenti (o riduzioni) transitorie del carico fiscale sul reddito abbiano scarsi effetti sul consumo, e che invece deprimano (o incrementino) il risparmio perché il consumo dipende dalle risorse complessive disponibili durante la vita, le quali sono scarsamente intaccate da una variazione temporanea del carico fiscale (affermazione questa suffragata dall’evidenza empirica)”. Franco Modigliani, Reddito, interesse , inflazione, pag. 212. Einaudi (1987).

(2) Si veda: http://www.econ.lsa.umich.edu/~shapiro/TaxRebates09Oct02.pdf

(3) Mentre la riforma fiscale del 1986 ebbe connotati bipartisan, quella di Bush è stata criticata dai democratici, da una parte dei repubblicani e da molti economisti, tra i quali Franco Modigliani e altri nove premi Nobel . In futuro un Governo democratico potrebbe quindi ridurre sostanzialmente la portata della riforma.

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sommario 16 settembre 2003

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  1. Jappelli-Pistaferri

    Condivido l’analisi fatta nell’articolo circa la credibilità delle scelte di politica economica. Il problema, secondo me, è più generale perché non ci troviamo di fronte ad un chiaro progetto di riforma. Si ha l’impressione che i tagli fiscali siano decisi di volta in volta per compiacere certi settori dell’elettorato ma senza una chiara visione di cosa si voglia fare realmente anche perché il Governo modifica i suoi piani e progetti (o almeno così annuncia) a seconda dell’interlocutore. Non sarebbe stato meglio, per rispettare il patto di stabilità ed affrontare la montagna di debito pubblico, differire i tagli fiscali (ammesso che servano) in momenti più opportuni. Anche perché mi risulta che oltre ad effetti keynesiani (quelli ipotizzati paradossalmente da sedicenti liberisti con la politica di tagli fiscali) si possono innescare effetti non keynesiani (espansivi) anche in caso di politiche fiscale restrittive purché sia chiara la direzione di marcia e la destinazione.

    Alfonso Piantedosi

  2. Gaetano Proto

    · Jappelli e Pistaferri sostengono che in Italia la domanda di consumo è caduta rispetto alla seconda metà dello scorso anno. I dati ufficiali forniscono invece un quadro diverso. Rispetto all’anno precedente, i consumi reali delle famiglie residenti aumentano: la bassa crescita del PIL dipende piuttosto dal calo degli investimenti fissi (i tassi di variazione tendenziali del 2° trimestre di quest’anno sono pari rispettivamente a +2,0%, +0,3% e -0,8%, cfr. http://www.istat.it/Comunicati/In-calenda/Allegati/Economia/Conti-econ/022003def.pdf). Anche rispetto al trimestre precedente i consumi delle famiglie crescono, seppure di poco, a fronte di una contrazione del PIL (rispettivamente +0,4% e -0,1%).
    · Non è ovviamente affatto scontato che questa relativa tenuta dipenda dalla riduzione dell’Irpef prevista dalla Finanziaria dell’anno scorso. Come è noto, l’effetto netto di una variabile su un’altra va valutato con metodi quantitativi in grado di “scremarlo” dagli effetti di altre variabili, simulando la condizione tipica degli esperimenti scientifici, che si svolgono “a parità di altre condizioni”. Se si vuole restare alle considerazioni di tipo qualitativo, la prima cosa da chiedersi è fino a che punto la riduzione delle imposte di quest’anno sia effettiva. Credo che ci siano almeno quattro ragioni per pensare che non lo è.
    · Primo, un numero non trascurabile di percettori sta pagando qualcosa in più rispetto all’anno scorso, e potrà recuperare la maggiore imposta versata solo l’anno prossimo, applicando la clausola di salvaguardia in sede di dichiarazione dei redditi. Secondo, il prelievo complessivo va oltre la sola Irpef, come ben sa chi vive in uno di quei comuni che ha aumentato o introdotto per la prima volta un’addizionale comunale (è il caso di Roma, dove vivo insieme a qualche milione di concittadini). Terzo, ormai da due anni il governo “si dimentica” di applicare il recupero del cosiddetto “drenaggio fiscale”, e quindi un percettore di reddito che si limita a mantenere il proprio potere di acquisto (cosa che non a tutti riesce!) vede comunque aumentare la sua aliquota media effettiva. Infine, raccogliendo l’invito di Spaventa a non trascurare il fattore inflazione, è bene sottolineare che il maggior reddito nominale dei beneficiari della riduzione dell’Irpef può diventare un minor reddito reale, se viene mangiato dalla crescita dei prezzi del loro paniere abituale di consumi, come sembra stia accadendo diffusamente.
    · Da questo quadro, seppure parziale, la relativa tenuta dei consumi può sembrare un paradosso. Invece la spiegazione è probabilmente semplice, ed è stata avanzata il 15 settembre in un “Focus” del CER su “la Repubblica”. E’ la riduzione della propensione al risparmio delle famiglie a sostenere i consumi. Quindi per una volta Tremonti potrebbe avere ragione a sostenere che, in caso di un’ulteriore riduzione delle tasse, le famiglie destinerebbero ai risparmi il maggior reddito disponibile. Però non per aumentarli, ma semplicemente per ricostituirli – se per caso dovesse avanzare ancora qualcosa, dopo essersi pagate da sole i servizi pubblici che andrebbero simultaneamente tagliati per mantenere il bilancio in (precario) equilibrio. Lo slogan “il governo non metterà le mani nelle tasche dei cittadini”, ripetuto ogni autunno all’avvicinarsi della legge finanziaria, andrebbe perciò completato: “…bensì li costringerà a mettercele da soli”!

    • La redazione

      Ringraziamo il lettore per la precisazione sulla dinamica del consumo. Nel primo trimestre del 2003 il PIL, valutato ai prezzi del 1995, destagionalizzato e corretto per il diverso numero di giorni lavorativi, è diminuito dello 0,1 per cento rispetto al trimestre precedente. Stessa diminuzione si registra nel I trimestre 2003. Per quanto riguarda la spesa delle famiglie residenti, essa è aumentata dello 0.2% nel I trimestre (relativamente al IV trimestre 2002) e dello 0.4% nel II trimestre 2003 (relativamente al I trimestre 2003). Se si decompongono i consumi interni nelle sue tre componenti (durevoli, non durevoli, e servizi), si registra un crollo dei durevoli (-2.1% e -3.9%) e una sostanziale tenuta delle altre due componenti (+0.5% e +0.6% per i non durevoli, e +0.1% e +0.8% per i servizi). Insomma, il quadro che ne viene fuori è che i consumi delle famiglie sono sostanzialmente in fase stagnante e che il consumo di beni durevoli è caduto nella prima metà del 2003. Sulla base di queste osservazioni, abbiamo dunque rettificato una delle frasi contenute nell’articolo.
      Condividiamo poi molte delle affermazioni a proposito dell’effetto sul reddito disponibile di altri provvedimenti fiscali e dell’inflazione. Ci sembra però che il lettore individui un legame troppo stretto tra variazioni del reddito disponibile e consumi. Molti studi empirici indicano che aspettative
      credibili di un aumento del reddito futuro possono influenzare il consumo anche nel breve periodo; cioè che il consumo dipende, oltre che dal reddito corrente, anche dalle aspettative circa i redditi futuri. Era questa la scommessa di Tremonti all’inizio della legislatura: l’annuncio di un percorso credibile e sostenibile di riduzione del carico fiscale che potesse, già da subito, vitalizzare il consumo delle famiglie. In altre parole, non era necessario che la riforma venisse adottata integralmente nel 2002 e che quindi producesse un aumento del reddito disponibile gia`da quell’anno. Non pensiamo quindi che sia inutile tagliare le imposte;
      solo che quando si annuncia una rivoluzione fiscale bisogna poi essere credibili.

      Cordiali saluti

  3. giorgio pellegatti

    Si è sentito parlare di questo proposito: ridurre l’Irpef a 2 aliquote e, per recuperare il minor gettito fiscale, aumentare l’Iva sui beni di lusso: vorrei proprio vedere certi miei vicini di casa acquistare "regolarmente" beni di lusso, come gioielli, pellicce, vacanze e ristoranti, etc. pagando un’aliquota Iva più alta, loro che sono abituati a pagare in nero anche la parcella dello specialista nonostante sia esente da Iva e perfino deducibile! Ma li conoscete i contribuenti italiani? O vi illudete che il Fisco riesca in un esercizio di controllo capillare? E’ vero che nel 2009, così dicono, sono stati recuperati 9 miliardi di tasse evase, ma quando e in che percentuali saranno incassati? Tra 10 anni? E nella misura del 7%?!

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