Togliere gli ostacoli che ancora impediscono una piena liberalizzazione del commercio e degli investimenti mondiali. È l’obiettivo della riunione in terra messicana. Difficile raggiungere il necessario compromesso quando i protezionismi vanno per la maggiore, nessuno sembra disposto a fare il primo passo nell’abolizione delle barriere doganali e ad alcuni Paesi si è fatto credere che otterranno solo benefici, senza contropartite. Eppure all’espansione degli scambi è legata la crescita economica dei Paesi ricchi come di quelli in via di sviluppo.

L’appuntamento di Cancun è indubbiamente importante per l’ulteriore liberalizzazione degli scambi internazionali. Tanto più in una fase di ristagno dell’economia mondiale e con il risorgere del nazionalismo economico in molte aree del mondo, industrializzate e in sviluppo.

È anche un passaggio obbligato: a Doha nel settembre 2001 i membri del Wto hanno infatti deciso di lanciare un altro giro di negoziati per una ulteriore riduzione degli ostacoli che ancora esistono nel commercio internazionale di beni e servizi e nel dispiegarsi degli investimenti esteri, dopo il fiasco della riunione ministeriale di Seattle nel dicembre 1999.
L’analogia in questo campo è quella della bicicletta: smettere di pedalare comporta una probabilità molto alta di cadere. In assenza di progressi, la liberalizzazione degli scambi e dei flussi di investimento rischia di rinculare, con grave danno al benessere di tutti.
Il legame tra espansione degli scambi e politiche commerciali è forte e stabile. Chi ancora ne dubita, farebbe bene a vedersi l’analisi dal 1870 al 2000 che ne ha fatto Douglas Irwin.

I maggiori progressi nella crescita del prodotto mondiale si sono ottenuti quando gli scambi internazionali sono stati liberalizzati e sono cresciuti più rapidamente: ossia negli ultimi cinquant’anni, quando anche la povertà estrema è diminuita nel mondo, sia in assoluto che in proporzione della popolazione, come mostrano Boggio e Seravalli nel loro libro sulla crescita economica (1).

Illusioni e realtà

La riunione ministeriale di Cancun, tuttavia, è uno snodo tutt’altro che semplice in questo lungo cammino della liberalizzazione e dell’integrazione a livello internazionale. Da una parte, ci sono le permanenti illusioni mercantilistiche che in ogni angolo del mondo ben si attagliano al populismo e all’esigenza della politica di cercare scappatoie per i propri insuccessi. Dall’altra, ci sono le realtà di scelte fatte male e mai riviste fino in fondo, come la protezione e i sussidi all’agricoltura elargiti in molti paesi, ricchi e poveri. Europa e Giappone sono i maggiori colpevoli in questo campo: hanno tariffe all’import del 20 per cento o più e sussidi pari al 35-55 per cento del valore delle produzioni agricole nazionali. Ma in questa categoria rientrano anche gli Stati Uniti, con sussidi pari al 20 per cento (e in aumento) del valore della produzione, la Corea del Sud, l’India e molti altri.

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A Doha ci è impegnati rivedere questo sistema di protezione, che costa centinaia di miliardi di dollari l’anno solo in elargizioni di bilancio, con l’obiettivo di “eliminare per fasi” tutti i sussidi al settore.
Ma, allo stato dei fatti, l’Europa non ha alcuna intenzione di arrivare a questo, con Francia e Italia contrarie e la Germania che non esercita più il tradizionale contrappeso liberista in questa materia. Senza dimenticare che l’Unione allargata comprenderà paesi che dalla protezione agricola della UE si aspettano vantaggi.

Neanche gli Stati Uniti prima delle elezioni presidenziali del novembre 2004 (è anche la data di arrivo del Doha Round) vorranno scontentare i loro agricoltori. Tutti i candidati democratici alla presidenza (con l’eccezione di Joseph Lieberman) sono in varia misura ostili al libero scambio. Il presidente Bush, quello ideologicamente più favorevole, ha da poco aumentato i sussidi all’agricoltura.
Altra realtà è il tessile-abbigliamento, settore di particolare importanza per molti paesi in via di sviluppo che lo producono per l’export. Il contingentamento del commercio di questi prodotti, realizzato per decenni attraverso gli Accordi Multifibre, nell’Uruguay Round è stato trasformato in tariffe, che però sono ancora abbastanza alte (in media di circa il 10 per cento negli Usa e nella UE) e vanno ridotte. Inoltre, vanno mantenuti gli impegni dei paesi industrializzati di smantellare la fitta rete di contingenti bilaterali che tanto ha penalizzato quelli in via di sviluppo. D’altra parte, anche molti di questi paesi proteggono l’industria nazionale e dovrebbero fare la loro parte riducendo le barriere di entrata.

A completare il quadro, altri temi come l’accesso ai contratti governativi da parte di società straniere, la semplificazione delle procedure di import ed export (barriere implicite, ma ben reali in molti casi), il coordinamento delle regole anti-trust e infine la formulazione di regole comuni sugli investimenti esteri. Su questo argomento, l’opposizione è guidata dall’India per ragioni non condivise neanche da molti altri paesi in via di sviluppo, come Cina, Brasile, Cile e Sud Africa.

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Difficoltà vere e artificiali

Mettere insieme un pacchetto di accordi che soddisfi tutti non risulterà affatto facile, anche se è nell’interesse generale (gli studi pubblicati nel recente “Global Economic Prospects, 2003” della Banca mondiale confermano quantitativamente l’entità notevole dei possibili benefici). Molti paesi in via di sviluppo chiedono un maggiore accesso ai mercati dei paesi industrializzati per agricoltura e tessile. Nello stesso tempo, è necessaria una riduzione delle alte tariffe praticate da una parte di questi paesi sulle importazioni di beni prodotti nelle aree industrialmente più avanzate del mondo (che sono sempre più quelle dell’Asia oltre all’Europa e al Nord America). Serve anche un migliore accesso e tutela degli investimenti diretti esteri (anch’essi provenienti da aree di vecchia e nuova industrializzazione con un eccesso di risparmio, buon ultima Taiwan). In questi negoziati sono sempre necessari scambi di “concessioni” tra i partecipanti per rendere i risultati politicamente accettabili sul piano domestico.

Ma una difficoltà artificiale nasce anche dall’aver presentato il Doha Round come un negoziato destinato a beneficiare soprattutto i paesi in via di sviluppo. Implica, infatti, un incentivo molto forte al loro “free-riding”(aspettare le concessioni degli altri e non offrirne di proprie) e costituisce un ostacolo chiave alla normale economia politica dei negoziati commerciali. Il populismo si paga sempre, anche quando appare per un momento politicamente astuto. Le confusioni di strumenti sono pericolose e quasi mai si possono raggiungere due obiettivi con un solo strumento.

In questo caso sarebbe stato meglio lasciare il “trade al trade” e “l’aiuto allo sviluppo” ai normali effetti dell’espansione del commercio. Vedremo se questa difficoltà sarà o meno fatale.

 

(1)  Boggio-Seravalli, Sviluppo e crescita crescita economica, McGraw Hill, Milano 1999.

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