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Il digitale italiano, una rivoluzione a metà

La Legge Gasparri realizza una transizione a metà perché affida il controllo del processo di trasformazione da analogico a digitale ai due duopolisti, Rai e Mediaset, e consente loro di acquisire una posizione dominante nella fase di avvio. Non garantisce la convergenza al piano digitale elaborato dall’Authority, non moltiplica i programmi a disposizione degli utenti, marginalizza i broadcaster analogici nazionali e locali e lascia invariato lo squilibrio nella distribuzione delle frequenze.

Il principale obiettivo della Legge Gasparri per il riassetto del sistema radio-televisivo è rispondere alla fondamentale esigenza di pluralismo e di imparzialità dell’informazione. Come il ministro ricorda in ogni dibattito pubblico, la legge è saldamente fondata su una rivoluzione tecnologica: la transizione dalla tecnologia analogica a quella digitale nelle trasmissioni televisive terrestri.

I fatti

L’attuale uso dell’etere televisivo è caotico e squilibrato a favore dei duopolisti. Delle circa 23 mila frequenze utilizzate per le trasmissioni analogiche, Rai e Mediaset ne utilizzano circa 10 mila, con una media di 1.500 trasmettitori per rete. La 7, che è la più estesa delle altre reti nazionali, ne utilizza meno della metà (647).Tutte le altre reti “nazionali” meno di duecento ciascuna. L’alto numero di frequenze consente ai duopolisti di migliorare la qualità e l’estensione del servizio, di rendere le reti più “robuste” ai guasti e di rendere più difficile per i concorrenti il raggiungimento degli stessi standard di qualità.

Il piano analogico del 1998 garantisce che una rete nazionale può essere costituita da meno di 500 trasmettitori (frequenze) e, di conseguenza, certifica che le frequenze sono utilizzate in modo inefficiente e sono distribuite in modo fortemente asimmetrico e discriminatorio tra gli operatori. Il piano analogico consente la convivenza di diciassette reti a copertura nazionale, ma richiede una razionalizzazione delle reti analogiche e un conseguente ridimensionamento del numero delle frequenze a disposizione di Rai e Mediaset. Nel 1999 il Ministero delle Comunicazioni rilascia undici concessioni nazionali in base alle quali ogni concessionario ha diritto ad operare solo dai siti indicati dal Piano e solo con 476 frequenze per rete.

Nel 2001 si prende atto dell’inevitabilità del passaggio al digitale nonché delle difficoltà e dei costi di realizzare la razionalizzazione analogica e la transizione analogico-digitale. La Legge 66/2001 sostituisce al piano analogico il piano digitale e alla razionalizzazione analogica la transizione analogico-digitale.

Nel 2003 l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni mette a punto il piano digitale televisivo. Prevede la realizzazione di diciotto multiplex in grado di servire più del 90 per cento della popolazione. Ciascuno di questi “multiplex” può trasportare fino a cinque programmi del tipo di quelli attualmente irradiati dalle reti analogiche e può essere realizzato utilizzando meno di trecento trasmettitori. Con meno di 6mila frequenze, si può raggiungere più del 90 per cento della popolazione con novanta programmi (sessanta nazionali e trenta regionali) di qualità paragonabile a quella delle trasmissioni satellitari.

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La Legge Gasparri (articolo 15.1) prevede una convergenza al piano digitale e stabilisce che il limite anti-trust del 20 per cento sia riferito al numero di reti digitali e programmi previsti dal piano. Il ministro, quindi, fa riferimento alla situazione prevista dal piano, quando descrive la moltiplicazione delle risorse che il digitale promette. La transizione analogico-digitale e la convergenza al piano divengono l’indispensabile passaggio per la realizzazione degli obiettivi (pluralismo e innovazione) della Legge Gasparri. Per questo, contro tutti i pareri tecnici, la data del 2006 per il termine forzato delle trasmissioni analogiche indicata dalla Legge 66/2001 non è stata modificata dalla Legge Gasparri.

La rivoluzione a metà

Esiste però uno scenario molto diverso da quello descritto dal ministro Gasparri: la transizione a metà.

Il digitale terrestre non si sostituisce all’analogico nel breve medio periodo, ma si somma e convive con quest’ultimo, fino alla “morte naturale” dell’analogico.

In questo caso, le reti analogiche Rai e Mediaset restano al loro posto, e vengono “aggiunti” pochi “multiplex” digitali, diciamo due Rai e due Mediaset, con aree di servizio limitate alle grandi città, quindi, a bassa copertura territoriale e alta copertura di popolazione.

Le frequenze necessarie per realizzare i “multiplex” vengono da un “mix” intelligente di frequenze proprie ridondanti e di frequenze acquisite o messe a disposizione da piccole emittenti coinvolte in “joint venture”. Solo Rai e Mediaset, infatti, hanno la possibilità di progettare i nuovi “multiplex” in modo tale che l’acquisizione delle frequenze avvenga in accordo a un ben congegnato programma di ottimizzazione della copertura e di minimizzazione dei costi. Il valore delle frequenze acquisite è, inevitabilmente, determinato dal contributo marginale che esse danno all’estensione dei “multiplex” di Rai e Mediaset. Ovviamente, l’acquisizione delle frequenze viene ampiamente pubblicizzata, mentre l’uso delle proprie frequenze ridondanti viene tenuto in “secondo piano”.

Risultato: le reti analogiche con il loro inefficiente uso delle frequenze restano al loro posto e resta intatto il patrimonio che rappresentano (per i duopolisti) in termini di occupazione dello spettro. Il digitale si avvia a “macchia di leopardo”, in aree di servizio non contigue, quindi, adatte alle trasmissioni di programmi (locali) diversi e alla sperimentazione dell’interattività.

Rai e Mediaset aumentano la loro occupazione dello spettro e avviano la sperimentazione digitale sui grandi mercati. I concessionari nazionali analogici senza frequenze restano tali. I piccoli e medi operatori regionali e locali restano nel limbo analogico in attesa che l’evoluzione della tecnologia e dei ricevitori provochi la progressiva scomparsa del loro pubblico. Nessuna rivoluzione tecnologica e nessun aumento del pluralismo.

Cosa dice la Legge Gasparri

La Rai è tenuta a realizzare due nuovi “multiplex” che coprano almeno il 50 per cento della popolazione per il 1 gennaio 2004 (Articolo 25 comma 1). Mediaset può realizzare due “multiplex” con le stesse caratteristiche (Articolo 23 comma 1). Rai e Mediaset ripetono su uno dei loro “multiplex” i programmi diffusi dalle reti analogiche (consentito dall’articolo 23 comma 1).

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Tutti i programmi diffusi sui nuovi “multiplex” Rai e Mediaset sono considerati nazionali pur raggiungendo solo il 50 per cento della popolazione (Articolo 25 comma 7). I programmi nazionali passano da tredici (numero delle concessioni e autorizzazioni nazionali) ad almeno diciannove (Articolo 25 comma 7). Il 20 per cento di diciannove è maggiore di tre: Rai e Mediaset possono trasmettere tre programmi sulle reti analogiche e/o digitali. In effetti, il numero di programmi nazionali trasmessi da ciascun duopolista è sei (tre analogici e tre repliche sui “multiplex” digitali), ma le repliche non contano ai fini dei limiti antitrust (Articolo 25 comma 7).

Conclusione: dal 1 gennaio 2004, grazie all’aumento del numero di programmi trasmessi dai due duopolisti, il numero di programmi nazionali che ogni operatore può diffondere passa da due a tre e Rai e Mediaset rientrano, “ipso facto”, nei limiti anti-trust.

Si tratterà, forse contro le stesse intenzioni del ministro, del primo esempio di problema di concentrazione monopolistica risolto rafforzando la posizione dei monopolisti.

Ma la sopravvivenza di Rete 4 nell’etere terrestre non è il maggior problema di questo scenario di transizione-non-transizione. Il vero problema, per il pluralismo e per il mercato, è che l’asimmetria nella distribuzione delle frequenze favorirà gli operatori dominanti nella fase di avvio delle trasmissioni digitali e non verrà ridotta, neanche parzialmente, negli anni successivi. Le frequenze analogiche resteranno nella disponibilità dei duopolisti che non avranno alcun interesse a smantellare le proprie reti analogiche per consentire la convergenza al piano digitale. Ci troveremo in presenza del caso da manuale che motiva la gestione diretta delle frequenze da parte di un “broadcaster”: la possibilità di controllare lo sviluppo del mercato.

Così, la data del completo passaggio al digitale verrà decisa dai duopolisti, il piano digitale elaborato dall’Autorità non verrà mai applicato. I piccoli e medi “broadcaster” analogici verranno trattati come i naufraghi di un immenso naufragio e nel tempo “tirati a bordo” dai duopolisti in base all’utilità marginale delle frequenze a loro disposizione. Utilità marginale certamente decrescente al crescere della copertura digitale e certamente nulla nel momento in cui Rai e Mediaset giudicheranno profittevole trasformare una o due delle loro reti analogiche in molti, nuovi, “multiplex” digitali.

 

Per saperne di più

Antonio Sassano, “Pro Memoria Digitale“, 26 agosto 2003

 

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  1. sergio pastorelli

    MI piacerebbe sapere se le frequenze analogiche potranno essere utilizate per aprire delle piccole emittenti di tipo locali o di quartiere.

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