Gli svedesi potrebbero dire “no” all’euro nella consultazione del 14 settembre. Non tanto perché il Paese abbia sentimenti anti-europei o sia contrario alla moneta unica, la cui adozione sarebbe solo rinviata. La diffidenza è verso le poco chiare politiche fiscali europee e le troppe richieste di abbandono di ogni regola. In definitiva, verso l’incapacità della Ue di coordinare e disciplinare queste materie e di rispondere adeguatamente al rallentamento dell’economia.

Domenica 14 settembre gli svedesi voteranno a favore o contro la proposta di aderire all’Unione economica e monetaria, ossia di adottare l’euro. Ma il significato politico del referendum è un altro: un giudizio sulle istituzioni di politica fiscale nell’Unione monetaria. Se il risultato del voto dovesse essere negativo, a esserne eventualmente sfiduciate sarebbero proprio queste.

Preoccupante, ma per altri

Il voto degli svedesi potrebbe non essere decisivo: già nel 1980, con un altro referendum, avevano scelto di chiudere entro il 2010 tutte le centrali nucleari, ma è ormai chiaro che ciò non avverrà in tempo. Anche se questo referendum esprimerà una maggioranza contraria, è molto probabile che alla fine l’euro verrà adottato: ma con qualche anno di ritardo, e forse con un effetto a catena anche su altri paesi (la Danimarca, in particolare).
In ogni caso, le conseguenze di un voto negativo sarebbero un segnale grave e preoccupante, non tanto per la Svezia, quanto per gli altri paesi. È proprio questa la prospettiva: l’ultimo poll pubblicato indica che il 44 per cento dei votanti si oppone all’adozione dell’euro, il 36 per cento è a favore, mentre il 20 per cento è ancora indeciso.
A fine novembre 2002, gli indecisi erano meno (14 per cento), e il “sì” e il “no” si fronteggiavano alla pari, con il 43 per cento delle intenzioni di voto per ciascuno. Che cosa è cambiato in questi dieci mesi, e perché una maggioranza di no sarebbe grave soprattutto per i paesi già membri dell’Unione monetaria?

Gli svedesi sono, e si sentono, europei da molto tempo. La Svezia ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione dell’Europa di oggi. Senza le imprese militari e politiche di Gustavo II Adolfo nella guerra dei Trentanni (1618–48), forse alcuni degli attuali stati sovrani d’Europa non sarebbero nati, e forse le idee di tolleranza fra le diverse fedi cristiane avrebbero faticato ancor più ad affermarsi.
Nell’Unione europea, la Svezia aderisce agli Accordi di Schengen, e questo è un segno di grande apertura e disponibilità all’integrazione. Allora, perché il 14 settembre i no prevarranno, forse, sui sì?

Poca trasparenza, troppa confusione

Che cosa è cambiato dunque da novembre? In due parole la risposta è: poca trasparenza o, se preferite, troppa confusione. La moneta unica è un messaggio positivo e ben pochi, in Svezia, la contestano direttamente. L’euro sarebbe comodo e utile, un potente fattore di integrazione dei mercati.

Ma le istituzioni (e le politiche) che l’euro trascina con sé suscitano dubbi e anche paure. Vediamo perché, con un esempio. In Svezia la banca centrale, la Riksbank, ha un mandato simile alla Banca centrale europea: tenere l’inflazione attorno al 2 per cento nel medio periodo.

La politica fiscale, invece, è ancor più stretta che sotto l’onni-vituperato Patto di stabilità: l’indebitamento o accreditamento netto del governo deve mostrare un surplus del 2 per cento del Pil nella media di un ciclo economico. Tuttavia, questa regola è temperata da un criterio di grande buonsenso: “Il Governo e la Riksbank – si legge nel sito del ministero delle Finanze – si aiutano l’un l’altro a rendere la stabilità di lungo periodo (dei prezzi) credibile (…). Fino a che l’economia non diverge troppo dal suo stato normale, la politica fiscale si concentra sul rispetto degli obiettivi di lungo termine. Tuttavia, nel caso di gravi problemi, la politica fiscale può intervenire a sostegno della politica monetaria“.

Saggezza elementare. È la stessa che, con parole diverse, si incontra nell’esame delle relazioni fra politica monetaria e fiscale nel Regno Unito e in Nuova Zelanda.

Cosa hanno in comune questi tre paesi? Una banca centrale di convinta (anche se recente) indipendenza, e che proprio in virtù di tale indipendenza può permettersi di accettare la collaborazione dell’autorità di politica fiscale, senza timori di venirne fagocitata (ovvero distorta dai suoi obiettivi di stabilità dei prezzi).
Una saggezza della quale ci sarebbe ancor più bisogno nell’area dell’euro, poiché in essa la Banca centrale europea si trova ad affrontare non una ma (oggi) dodici diverse politiche fiscali, e (domani) forse quindici o venticinque. E invece troppe voci che si esprimono su questo tema in Europa, non solo fuori, ma anche dentro le istituzioni, sembrano puntare altrove: all’abbandono non solo delle regole (forse un po’ stupide, d’accordo ), ma soprattutto di ogni istanza di policy coordination.

Le paure degli svedesi

Di questo, allora, hanno paura gli svedesi: di aderire a una politica monetaria unica, senza sapere quale politica fiscale potranno fare non solo loro, ma neanche gli altri Stati dell’Unione. E senza ben sapere (perché anche su questo la trasparenza è minima e la confusione grande) quali regole varranno per gli altri paesi che aderiranno all’Unione nel 2004 e, prima o poi, anche alla moneta unica.

Bene fa, allora, il primo ministro Goran Persson a guidare il partito del “sì” al referendum per l’adozione dell’euro e allo stesso tempo – e per la stessa ragione (1) – a criticare Francia, Germania e Italia, perché “incapaci nella preparazione al rallentamento dell’economia”.
Se gli svedesi gli daranno retta, e voteranno sì, allora l’Unione monetaria guadagnerà un paese che non ha paura di dire le cose come stanno, e di sostenere soluzioni istituzionali e politiche per rimediare alle insufficienze del Patto di stabilità.

Se non gli daranno retta, a essere sfiduciato non sarà né Persson né l’euro, ma le politiche fiscali poco responsabili degli altri paesi, e l’incapacità dell’Unione di coordinarle e disciplinarle.

(1) Vedi l’intervista al Financial Times del 2 settembre e l’articolo su Il Sole-24 Ore dello stesso giorno.

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