Iniziamo con questo intervento una serie di visite ai luoghi comuni del mercato del lavoro italiano. Si parla spesso di fuga dal lavoro dipendente, ma i dati non confermano il fenomeno né in Italia né in Europa. La quota di lavoro indipendente è sostanzialmente stabile da anni. A cambiare sono le sue caratteristiche: coinvolge mansioni sempre più qualificate e lavoratori più istruiti. Donne e giovani ne restano sostanzialmente fuori, oggi come ieri. La novità è semmai che alla indipendenza formale non corrisponde una reale autonomia nell’organizzazione dell’attività lavorativa.

Nella discussione sulle tendenze dell’occupazione si dà generalmente per scontata la crescente diffusione del lavoro indipendente. Non pochi giuslavoristi sono tormentati dalla “fuga dal diritto del lavoro” (inteso ovviamente come dipendente). Ma i dati non confermano questo luogo comune né in Europa, né in Italia.

Un fenomeno temporaneo

Negli anni Ottanta clamorosa è stata la rinascita del lavoro indipendente nei Paesi dove sembrava in via di estinzione: in Gran Bretagna la percentuale sull’occupazione extragricola, scesa a fine anni Settanta sotto il 7 per cento, aumenta fino a sfiorare il 12 per cento dieci anni dopo. E in Svezia da poco più del 4 per cento nel 1986 risale al 7 per cento nel 1990.
Un simile andamento “a U” caratterizza sia Spagna e Portogallo, ove il lavoro indipendente era rimasto importante, sia Paesi in posizione media come Belgio e Irlanda, nei quali il lavoro indipendente, dopo aver raggiunto un minimo del 10-11 per cento, risale sino al 13cento.

Gli anni Novanta, però, non sono stati altrettanto favorevoli: quasi ovunque, dopo un leggerissimo aumento all’inizio del decennio, la quota di occupazione indipendente si stabilizza o addirittura diminuisce, sicché nell’Unione europea nel 1999 è allo stesso livello del 1991.
Dunque, l’inversione della tendenza secolare alla salarizzazione è stata limitata e di breve durata. Ciò non contrasta con la recente crescita delle piccole imprese che ha interessato tutti i Paesi europei tranne la Germania, poiché l’occupazione indipendente è costituita più da lavoratori in proprio e professionisti che da imprenditori.

Anche in Italia si è arrestata da venti anni

L’Italia è il Paese sviluppato che presenta la quota di occupazione indipendente di gran lunga più alta e infrange così la regola secondo cui tale quota è minore dove è più elevato il reddito pro capite. Le varie ragioni di tale anomalia stanno nella struttura economica e sociale del Paese. Invece, l’andamento del fenomeno nel corso del tempo è simile a quello degli altri Paesi europei.
La quota di lavoro indipendente extragricolo, che sfiorava ancora il 30 per cento alla fine degli anni Cinquanta, scende sino a raggiungere un minimo del 22 per cento nel 1977, quindi risale sino a superare il 25 per cento nel 1984 e si assesta poi intorno all’attuale 26 per cento.
Anzi, come mostra la tabella ricostruita sui dati dell’indagine Istat sulle forze di lavoro, nell’ultimo decennio il peso del lavoro indipendente sull’occupazione totale è in leggero declino, sia includendo sia escludendo l’agricoltura, un settore ad alta intensità di lavoro in proprio e in continua contrazione.
La grossolana distinzione per settori della quota di lavoro indipendente presentata nella tabella consente, però, di spiegare l’illusione cui sono soggetti molti osservatori.

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L’occupazione indipendente cambia profondamente

Il declino o la sostanziale stabilità della quota di lavoro indipendente (a seconda che si consideri o no l’agricoltura) è frutto di una netta contrazione dei settori più tradizionali (i coltivatori diretti e i piccoli commercianti) cui si contrappone una crescente diffusione del lavoro indipendente nell’industria, nell’edilizia e in tutti i rami del terziario non commerciale. Nel complesso la tendenza a rischiare l’avvio di un’attività imprenditoriale o professionale oppure, in altri termini, a fuggire dai vincoli giuridici e contrattuali del lavoro dipendente non cresce affatto da almeno venti anni.

Alla diversa composizione settoriale corrispondono differenti caratteristiche delle mansioni svolte. Tra i lavoratori indipendenti aumentano quelli che svolgono compiti non manuali qualificati, mentre diminuiscono gli addetti alle vendite e i lavoratori manuali specializzati (gli artigiani). Parallelamente, aumentano laureati e diplomati, mentre si riducono i poco istruiti. Sono mutamenti più accentuati rispetto a quanto accade nell’occupazione dipendente, sicché il lavoro indipendente perde il tradizionale carattere di bassa qualificazione e scarsa istruzione per raggiungere quasi i livelli di quello dipendente.

Non cambiano, anzi si accentuano due altri tratti del lavoro indipendente: la prevalenza dei maschi e l’esclusione dei giovani. Negli ultimi dieci anni, la quota di donne tra gli indipendenti addirittura diminuisce, sia pur di poco. Quanto all’età, se si riduce la quota dei cinquantenni e dei sessantenni per l’esodo dei coltivatori diretti e dei commercianti, altrettanto diminuisce quella dei ventenni, mentre aumenta ancora la già rilevante quota dei trentenni e dei quarantenni. Anche nel nuovo lavoro indipendente non è possibile vedere il rifugio dei giovani outsider che non riescono a entrare nel sistema delle garanzie del lavoro dipendente. A “mettersi in proprio” sono soprattutto lavoratori dipendenti con una solida esperienza professionale e adeguate risorse sociali (1). D’altronde, per molti questa è la sola possibilità di mobilità occupazionale ascendente per le scarse opportunità di far carriera all’interno di imprese troppo piccole.

Indipendente, ma meno autonomo

La scarsa presenza di giovani tra i nuovi lavoratori indipendenti contrasta con la diffusa opinione che molti di loro lavorino con rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, poiché si può supporre che costoro si autoclassifichino per lo più tra gli indipendenti. Ma anche il gran numero di collaboratori è un luogo comune, non suffragato dai dati disponibili.

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Piuttosto, il fatto che non pochi lavoratori formalmente indipendenti siano legati da contratti di collaborazione con un solo committente, che ne coordina e organizza l’attività in modo più o meno cogente, fa nascere il sospetto che una parte crescente dell’occupazione indipendente sia in realtà poco autonoma nello svolgere il proprio lavoro. Questo fenomeno può interessare persino gli imprenditori se operano in franchising Né va dimenticato il crescente rilievo di una forma tutta italiana: le cooperative di lavoro, i cui soci sono considerati lavoratori indipendenti, anche se spesso partecipano ben poco ai processi decisionali e sono soggetti a precise regole organizzative.

(1) P. Barbieri, “Liberi di rischiare. Vecchi e nuovi lavoratori autonomi”, in Stato e mercato, n. 56, agosto 1999.

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