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  1. Graziella Bertocchi Rispondi
    Modena, 26 agosto 2003 Condivido con Gianfranco Perasso l' interesse per la questione del diritto di voto per chi non e' cittadino. Con la mia collega Chiara Strozzi, sto infatti scrivendo un lavoro proprio sulle leggi che regolano l'attribuzione della cittadinanza. L’ articolo di Perasso contiene pero’ alcune inesattezze, cruciali per comprendere la questione. Prima di tutto, non e' vero che in generale il diritto di cittadinanza, e quindi di voto, viene attribuito in base al luogo di nascita. Esistono infatti due distinte tradizioni. Soltanto secondo lo jus soli, applicato per esempio nel Regno Unito e negli altri paesi di common law, la cittadinanza dipende dal luogo di nascita. Ma secondo lo jus sanguinis, in vigore in Italia e negli altri paesi di civil law, la cittadinanza viene ereditata dai genitori indipendentemente dal luogo di nascita. Quindi, se Perasso fosse nato in Italia da genitori inglesi, sarebbe inglese, e non italiano. Cosi come se i figli di Perasso fossero nati a Londra, resterebbero comunque cittadini italiani (a meno che la madre non sia inglese). C'e' poi da aggiungere che i problemi legati al diritto di voto e cittadinanza per stranieri sono stati gia’ largamente affrontati, anche se sicuramente non risolti. Dalla fine dell'800 ad oggi la legislazione dei vari paesi ha apportato continui correttivi ai due principi basilari sopra descritti, in risposta principalmente proprio alla pressione dei flussi migratori. Per esempio negli anni '80 l' Inghilterrra ha posto limiti al fiscalmente troppo inclusivo jus soli, mentre l' Italia ha da poco facilitato la naturalizzazione per i residenti nati da stranieri. Recentissima e’ poi la radicale riforma della legislazione in Germania, i cui confini geopolitici solo dopo l’ abbattimento del muro hanno raggiunto una stabilita’ tale da consentire l’ abbandono dell’esclusivo principio dello jus sanguinis. In generale, laddove esistano rilevanti flussi migratori e una sufficiente stabilita’ geopolitica, si e’ assistito di fatto a una graduale convergenza delle diverse legislazioni verso un mix dei due principi basilari. Anche la questione della doppia cittadinanza, lungi dall’ essere lasciata al mercato, e’ pure regolata dagli stessi corpi legislativi, che hanno infatti gradualmente introdotto una crescente tolleranza nei confronti di questa specifica condizione che appare sempre piu’ diffusa. Non si puo’ nemmeno sostenere che i politici non abbiano dedicato attenzione a questa questione. In Italia da poco e’ stato agevolato l’esercizio del diritto di voto ai cittadini residenti all’ estero, pur senza tenere conto del fatto che nel nostro paese il quadro legislativo e’ ancora essenzialmente regolato dallo jus sanguinis: di fatto il diritto di voto e’ stato quindi esteso anche a cittadini italiani che sono tali solo in quanto discendenti, anche indiretti, di cittadini italiani. In questa luce, sarebbe probabilmente necessario un correttivo alla recente legge che introducesse dei precisi requisiti in termini di residenza almeno per alcuni anni precedenti all’emigrazione. Per finire, nell' affrontare questo argomento occorre distinguere tra elezioni politiche ed elezioni locali. Per queste ultime, ci sono paesi (e stati degli USA) in cui i residenti non-cittadini possono votare. E spesso sono queste elezioni a determinare tasse e trasferimenti nel settore scolastico, sanitario e dei trasporti. Quindi, nel rivendicare - come giusto - un ulteriore adeguamento del quadro legislativo, occorre tenere ben presente questa distinzione.
    • La redazione Rispondi
      Ringrazio la professoressa Bertocchi per i suoi commenti perche' mi permette di (spero) chiarire il senso del mio articolo. Mi sembra che la professoressa Bertocchi associ il diritto di voto alla cittadinanza. Al contrario, il mio articolo (senza alcuna pretesa scientifica) evidenzia il seguente quesito: chi ha gli incentivi maggiori per votare in modo informato: A) una persona che vive, lavora, paga le tasse in un certo paese (INDIPENDENTEMENTE dalla sua nazionalita') oppure B) una persona che e' cittadino di quel paese (per "jus soli" o "jus sanguinis" e' irrilevante) ma che ormai da anni o da generazioni (se vale lo "jus sanguinis") vive all'estero e non ha contatti con il suo paese? La mia risposta e' che la persona A) ha gli incentivi maggiori per votare in modo informato e che quindi l'attuale quadro normativo non e' adeguato alla situazione europea di fatto, caratterizzata da totale liberta' di movimento. Ben vengano quindi, studi accademici sull'argomento, sperando che alimentino il dibattito sulla questione.
  2. Carlo Danzi Rispondi
    Condivido quanto esposto, ma non limiterei la questione ai paesi, e alle persone, facenti parte della comunità europea.
    • La redazione Rispondi
      Ho paura che si debba iniziare dall'Unione Europea per questioni politico/sociali, ma sono pienamente d'accordo con Lei che non ci dovrebbe essere discriminazione tra comunitari ed extra-comunitari. Giancarlo Perasso