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  1. Francesco Rispondi
    La mia multinazionale nel giro di 12 anni ha chiuso quattro sedi, ha eliminato 2500 posti di lavoro e, ora, si accinge ad una nuova ristrutturazione. Io ero troppo giovane per la pensione, troppo vecchio per le aziende, ma ora sono ricercato come consulente. Sono un chimico, opero in un settore particolare e non ho difficoltà a fornire consulenze. Mi ritengo fortunato poichè posso esportare la mia professionalità anche all'estero sia nei paesi dell'est che emergenti. Il mondo e il modo di lavorare sta cambiando con una velocità impressionante, ma gli imprenditori italiani, per una serie di motivi, viaggiano sempre a vista. Ho proposto ad alcuni imprenditori di piccole/medie aziende, l'analisi dei cicli produttivi per ridurre gli sprechi, per modificare la produzione in chiave iso 9000 E iso 14000, ma la risposta è stata sempre la stessa:ora guadagno, se non reggo la concorrenza, chiudo. Cosa possiamo offrire ai giovani dal punto di vista industriale in Italia,ben poco. L'unica speranza è la valorizzazione del patrimonio culturale e l'aiuto alle poche aziende eccellenti e di nicchia presenti in Italia e talune quotate anche in Borsa
    • La redazione Rispondi
      Il suo caso personale dimostra che competenze professionali di buona qualità e aggiornate costituiscono la risorsa fondamentale per gli individui in un mercato del lavoro con forte dinamismo. Sviluppare queste competenze è certo una responsabilità individuale, ma non solo. Accanto alla scuola e all'università c'è un grosso ruolo che possono giocare le aziende. Come dice lei, quelle italiane non sempre vogliono assumerlo, perché si muovono su un orizzonte temporale troppo breve. Ciò, tra l'altro, ha effetti più negativi sulle persone a più bassa qualificazione, che rischiano di rimanere sempre tagliate fuori dalle opportunità formative e quindi professionali. Le faccio i miei auguri. Saraceno
  2. Avv. Nicola Brotto Rispondi
    Gent.ma professoressa, ho letto con piacere il suo articolo sulla formazione, povertà ed esclusione sociale. Mi faccia capire: perché le aziende non investono in formazione? E' un problema culturale? Di carenza di risorse finanziarie? La povertà conviene qualcuno (forse è più facile condizionare i consumi di colui che "povero" culturalmente...)? Ho fatto anche una riflessione. Credo che le famiglie italiane ci comportino come le aziende quando non investono in cultura per la loro formazione; il che fa nascere altri poveri. Mi farebbe piacere leggere la Sua risposta. Avv. Nicola Brotto
    • La redazione Rispondi
      Io non sono una esperta in questioni di politiche aziendali. Nel mio pezzo riportavo i risultati di una ricerca comparativa europea sulle opportunità di formazione offerte dalle aziende sperimentate dai lavoratori italiani . Credo comunque che ci siano almeno due tipi di spiegazioni. La prima è la ridotta dimensione di gran parte delle aziende italiane (ben al di sotto della soglia dei 15 dipendenti). A parte casi eccezionali, queste micro-aziende, spesso di tipo familiare, fanno fatica non solo a organizzarsi per offrire formazione, ma a pensarla come utile. La seconda ragione sta forse in una cultura imprenditoriale che poco investe nella innovazione e nella ricerca, quindi anche nel capitale umano. Anzi, talvolta sembra che veda l'unica soluzione ai propri problemi nella flessibilità della forza lavoro (quindi in un capitale umano fungibile e in cui non è interessante investire). Quanto al comportamento delle famiglie, non generalizzerei. E' vero che soprattutto nelle aree delle piccole imprese diffuse è forte la tentazione di mettere tutti al lavoro presto (ed anche di andare a lavorare presto). Ma è anche vero che sono solo le famiglie in Italia ad investire nella formazione delle generazioni più giovani, in un mercato dell'offerta formativa non sempre chiaro nei contenuti e negli sbocchi professionali. Ed anche molta della formazione degli adulti (aggiornamento, riqualificazione) è auto-finanziata dal bilancio personale e familiare, specie quella più specialistica. Il che ovviamente, in mancanza di alternative, contribuisce a rafforzare le disuguaglianze sociali. Cordialmente Chiara Saraceno
  3. patrizia Rispondi
    Negli anni '60 si lavorava anche senza la laurea quindi dopo un corso di inglese e tedesco, non parificato, ho iniziato a lavorare ed ho fatto anche una certa carriera. Poi mobbizzata ed estromessa (costavo troppo). Conclusione: sono senza lavoro; cerco quindi di aggiornarmi: impossibile accedere a corsi che diano una certa qualifica, la licenza media inferiore non dà alcun accesso a corsi di qualche interesse. Quindi non si può ora pretendere che ora ci si possa riqualificare ad un certo livello; al massimo posso imparare a fare l'aiuto cuoco, oppure assistenza ad anziani. Ma poi troverò lavoro visto che ho 55 anni? E come ci arrivo alla pensione nel frattempo?
    • La redazione Rispondi
      La lettrice mette il dito su uno dei problemi irrisolti della formazione continua e dell'aggiornamento: il fatto che i corsi sono spesso altrettanto stratificati del sistema scolastico e non sempre tengono conto della esperienza maturata nel lavoro. Perciò, come giustamente segnala la lettrice, chi non ha avuto una formazione scolastica regolare spesso non trova nell'aggiornamento e riqualificazione professionale una possibilità di costruire un curriculum adeguato non solo ai propri titoli di studio, ma alle competenze effettivamente acquisite, specie se non è più giovane. Di solito si sottolinea la difficoltà dei lavoratori maturi e a bassa qualifica a riqualificarsi. Occorrerebbe anche guardare con più attenzione che cosa viene loro offerto. Chiara Saraceno