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Troppi equivoci sul decentramento

C’è molta disinformazione riguardo al decentramento della contrattazione in Italia. Tre le domande più frequenti, cui cerchiamo di dare risposta: 1. Decentrare la contrattazione significa ripristinare le cosiddette “gabbie salariali”? 2. Quanto rilevanti sono i divari di produttività fra Nord e Sud nel nostro paese? 3. Posto che sia desiderabile, può il Governo fare qualcosa per incoraggiare il decentramento della contrattazione?

La disinformazione

Il problema numero uno del nostro mercato del lavoro è il divario fra un Nord in cui mancano i lavoratori e un Mezzogiorno in cui mancano i lavori. Per questo motivo, mentre si celebrava il decennale del protocollo Ciampi, diverse voci si sono levate per un maggiore decentramento della contrattazione nel nostro paese. Il decentramento dovrebbe tenere conto dei profondi differenziali di produttività fra imprese e aree geografiche. Fra queste voci anche quella del Fondo Monetario che, al termine della sua missione in Italia, ha incoraggiato “le parti sociali ad assicurare che i salari riflettano in modo più adeguato i differenziali di produttività fra regioni e gruppi di lavoratori”. Messaggio passato in secondo piano dal TG1 che ha riportato spassionati elogi del Fondo Monetario alle riforme del mercato del lavoro varate da questo Governo, che avrebbero creato molti posti di lavoro. Nessuna traccia di questo passo nel documento lasciato al Governo italiano dalla delegazione. Non a caso; la cosiddetta “riforma Biagi”, più precisamente il decreto n.30, non è ancora entrata in vigore e, quindi, non può aver creato posti di lavoro.

Quesiti ricorrenti

Ma torniamo alla proposta di decentrare la contrattazione e poniamoci due domande volte a chiarire alcuni equivoci ricorrenti e a porre in termini corretti il confronto:

1. Decentrare la contrattazione significa ripristinare le cosiddette “gabbie salariali”?
2. Quanto rilevanti sono i divari di produttività fra Nord e Sud nel nostro paese?
3. Posto che sia desiderabile, può il Governo fare qualcosa per incoraggiare il decentramento della contrattazione?

L’incubo delle gabbie

Contrariamente a quanto riportato da diversi giornali, né il documento del Fondo Monetario, né le tesi favorevoli al decentramento della contrattazione di settori del Sindacato e studiosi di relazioni industriali fanno riferimento alle cosiddette “gabbie salariali”, i rigidi differenziali retributivi per macro aree geografiche contemplati dagli accordi interconfederali dei primi decenni del Dopoguerra.
Decentrare la contrattazione non significa neanche necessariamente smantellare la struttura della contrattazione a due livelli uscita dall’accordo del luglio 1993. Un allargamento dei ventagli retributivi fra regioni può essere ottenuto anche solo allargando la portata del secondo livello di contrattazione, il livello aziendale — che attualmente incide in media per poco più del 3-4 per cento della retribuzione per gli operai — e ampliando ulteriormente le esperienze di contrattazione territoriale avviate nell’ambito della programmazione negoziata. Molti paesi della UE hanno, del resto, avviato in questi anni processi di “decentramento controllato” della contrattazione in cui si mantiene in vita la contrattazione nazionale, ma si contemplano “clausole d’uscita”, deroghe ai minimi contrattuali capaci di tenere conto della minore produttività del lavoro in specifiche imprese o regioni, come ad esempio ampiamente avvenuto nel caso della Germania Est. Il problema, tuttavia, è che col doppio livello i datori hanno pochi incentivi a condurre la contrattazione decentrata (perché ha solo un “effetto sommatoria”: aggiunge incrementi salariali a quelli nazionali). E’ non è forse un caso che nella relazione di Antonio D’Amato all’ultima assemblea di Confindustria il termine “decentramento della contrattazione” non trovi cittadinanza alcuna. Il sindacato, dal canto suo, non sempre ha la forza per imporre contratti decentrati. Infatti oggi solo circa il 10% delle imprese (il 25% tra quelle con più di 10 addetti) attua un secondo livello di contrattazione. Pochissime le imprese coinvolte nel Mezzogiorno.

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L’entità delle differenze nel costo del lavoro per unità di prodotto

L’Indagine sulla struttura delle retribuzioni — condotta dall’Istat secondo gli standard comunitari e finalmente in grado di rilevare i salari effettivi anzichè quelli formalmente stabiliti dal contratto di categoria — mostrano che nel comparto manifatturiero i salari al Sud sono mediamente inferiori di circa il 9 per cento alla media nazionale. Questo a fronte di una produttività del lavoro nel Mezzogiorno di circa un quinto (attorno ai 19 punti percentuali) inferiore alla media, il che significa un aggravio del costo del lavoro per unità di prodotto al Sud di circa il 10 per cento rispetto al resto del paese.
Non è tutto. Il processo di determinazione dei salari in Italia non sembra tenere conto dei divari nelle condizioni del mercato del lavoro. Come documentato da Pellizzari e Hernanz, da noi non c’è una vera e propria “curva dei salari”: la relazione fra disoccupazione e salari è piatta, anziché essere decrescente come negli altri paesi, dove i salari sono più bassi nelle regioni ad alta disoccupazione. Una volta che si tenga conto delle differenze strutturali nei mercati del lavoro nelle diverse regioni, anche quei modesti divari retributivi di cui sopra scompaiono.
Non c’è perciò da stupirsi se il sommerso è concentrato nel Mezzogiorno: un quinto delle posizioni lavorativi al Sud sono irregolari contro meno del 10% (si tratta tra l’altro soprattutto di immigrati) al Centro-Nord.

Può il Governo aiutare il decentramento?

Il Governo, lo ha fatto più volte il Ministro del Welfare Maroni, in genere si astiene da commenti sui livelli e le forme della contrattazione ritenendo che questi devono essere liberamente stabiliti dalle parti. Principio condivisibile. Ma questo non vuol dire che un decentramento della contrattazione non possa essere incentivato. Almeno tre i modi per farlo.

1. Introducendo un salario minimo intercategoriale. Questo offrirebbe un nuovo riferimento alla giurisprudenza, diverso dai minimi contrattuali settoriali, nella determinazione del “salario equo”. Al tempo stesso tutelerebbe molti lavoratori che hanno forme contrattuali flessibili.

2. Favorendo il decentramento della contrattazione nel pubblico impiego o anche solo stabilendo che i salari ai pubblici dipendenti riflettano le differenze nel costo della vita fra diverse aree geografiche (storicamente salari nominali uguali su tutto il territorio nazionale a fronte di differenze nel costo della vita fino al 30% sono state un modo per sussidiare il pubblico impiego nel Mezzogiorno).

3. Mediante la decontribuzione dei salari più bassi; stimolerebbe il decentramento della contrattazione perché ridurrebbe il costo del lavoro al Sud (dove sono in genere pagati i salari più bassi) più di quanto si riducano i salari netti, rendendo in questo modo più conveniente per imprese e lavoratori il decentramento della contrattazione.

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Quel silenzio assordante sulle liberalizzazioni

  1. toniopepe

    L’incapacità di questo governo è a 360°, non per pregiudizio politico ma, i fatti dimostrano che sù un tema così delicato come il lavoro e il welfare questo governo abbia interrotto un prezioso lavoro di ricucitura sociale iniziato dall’ex ministro Damiano (persona seria) dopo i danni prodotti dal "patto per l’Italia" che, hanno bloccato quella stagione di riforme necessarie a far sì che un paese come il nostro (stretto e lungo) potesse essere preparato così come lo è stato nel 23/07/93 ad affrontare unitariamente i problemi che abbiamo di fronte. Pertanto, mi fermerei a queste poche considerazioni sull’eventualità che, anche l’accordo sulla riforma del modello contrattuale possa produrre un risultato negli interessi generali. Concludo aggiungendo a questo la responsabilità (irresponsabilità) di Confindustria su questa partita.

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