Tentando un bilancio dell’esperienza del Patto, si può dire che la riorganizzazione del sistema industriale ha avuto successo. Ora però si deve riformare il sistema di contrattazione a due livelli, nazionale e locale, rivedendone gli equilibri e sfruttandone meglio le potenzialità positive

Il patto triangolare del luglio 2003

Nella storia recente delle relazioni di lavoro nel nostro paese, la ripresa della concertazione negli anni novanta, e in particolare il patto triangolare del 23 luglio 1993, sono stati visti come l’inizio di una nuova stagione in cui venivano superati molti dei tratti caratteristici della tradizione precedente: i) basso grado di regolazione e formalizzazione (o l’elevata informalità) delle procedure e delle relazioni tra una pluralità di attori, peraltro molto organizzati; ii) scarsa stabilità e prevedibilità quindi delle prassi e frequente ricorso al conflitto come modo per ridefinire l’equilibrio dei rapporti di forza e insieme per rafforzare il seguito delle organizzazioni di rappresentanza; iii) oscillazione frequente e disordinata tra centralizzazione e decentramento delle relazioni tra le parti e della contrattazione collettiva, senza chiara distinzione delle competenze dei diversi livelli; iv) difficoltà infine di attuare intenzionalmente strategie di razionalizzazione e riforma: processi di riorganizzazione in realtà avvenivano, e spesso in modo concordato, ma secondo modalità informali, pragmatiche, poco visibili e socialmente riconoscibili.
Come effetto dei patti, e in particolare dell’accordo triangolare di 10 anni fa, le relazioni di lavoro sono infatti andate in una direzione di i) maggior formalizzazione ed esplicita definizione di criteri di riferimento condivisi, di regole e procedure per la rappresentanza e per la composizione concordata del conflitto distributivo (politica dei redditi agganciata al tasso di inflazione programmata); ii) maggior prevedibilità delle prassi e maggior coordinamento di obiettivi e risultati, con una diminuzione sensibile del ricorso al conflitto; iii) affermazione di una struttura negoziale bipolare più ordinata, in cui si compongono un livello centralizzato e un livello decentrato, caratterizzati dal principio della specializzazione delle competenze; iv) avvio di una serie significativa di riforme (del pubblico impiego, delle pensioni, del mercato del lavoro) con la partecipazione delle parti sociali.

Un bilancio dieci anni dopo

Tentando un bilancio a un decennio di distanza, si può dire che in linea di massima la riorganizzazione e il riequilibrio delle relazioni industriali hanno avuto successo. A livello di performance generale del sistema, in base a dati di ricerca è stato osservato che l’accordo ha contribuito alla moderazione salariale degli anni novanta, facilitando il riequilibrio dei conti economici, ma permettendo d’altro canto di difendere il potere d’acquisto dei salari; che i differenziali retributivi tra settore manifatturiero e settori protetti (amministrazione pubblica e servizi di pubblica utilità) si sono ridotti; che il livello dei profitti nel corso del decennio è aumentato anche per l’aumento contenuto del costo del lavoro che è cresciuto meno della produttività; e che la moderazione salariale ha contribuito infine a stabilizzare l’occupazione nella prima metà degli anni novanta e a favorirne poi l’aumento.

E tuttavia il consolidamento del sistema si è rivelato più fragile del previsto. Da un lato sono venuti meno o si sono attenuati i fattori che avevano concorso al successo della concertazione centralizzata, primi tra tutti i condizionamenti che derivavano dalla partecipazione al processo di integrazione europea da una posizione iniziale di forte svantaggio, sul piano dell’inflazione e dei conti pubblici, rispetto a quella di altri paesi. L’ingresso nell’unione monetaria ha radicalmente ridotto infatti la portata della lotta all’inflazione come obiettivo unificante. Le osservazioni di Tito Boeri e Giuseppe Bertola su lavoce.info del 10 ottobre scorso circa la scarsa utilità oggi del tasso di inflazione programmata sono molto pertinenti.
Dall’altro, una volta usciti dalla situazione dell’emergenza, sono riemersi i limiti di relazioni di lavoro ancora non sufficientemente istituzionalizzate, in quanto largamente affidate alla logica dell’intesa tra le parti e non invece a meccanismi in qualche modo indipendenti dalla loro buona disposizione. Un risultato è stato l’affievolirsi dell’interesse alla cooperazione, via via che una o più parti – organizzazioni degli imprenditori o sindacati o governo – scorgevano l’opportunità di ottenere a breve vantaggi, materiali o simbolici, per altra via, come segnalato dalla ripresa di accordi e scioperi separati, o dall’affermarsi dell’idea che sia sufficiente cercare l’accordo “con chi ci sta”. Un altro risultato è stato l’insufficiente consolidamento delle strutture di rappresentanza in azienda: chi scrive è tra coloro che fin dall’inizio hanno pensato che l’accordo interconfederale del dicembre 1993 non fosse sufficiente e fosse invece opportuno dotarsi di una legge leggera in materia, per dare certezze ai comportamenti delle parti nei luoghi in cui si lavora eliminando i rischi di colpi di mano o i veti paralizzanti, così da facilitare uno sviluppo equilibrato della contrattazione di secondo livello. Ma questo è un tema che ci porterebbe lontano.
La vittoria elettorale dell’attuale governo di centrodestra nel 2001 è diventata infine l’occasione per cercare di rimettere in discussione molti degli elementi su cui si era ridefinito l’equilibrio precedente.

Le modifiche necessarie

Fin qui una sintesi stilizzata di un periodo in realtà molto denso di innovazioni e mutamenti; di un periodo che appunto per questo appare forse più lungo dei dieci anni che sono passati da quell’accordo di luglio, salutato subito come pietra miliare di un nuovo sistema di relazioni industriali e che oggi tutti o quasi si affrettano a dire che occorre modificare, o senz’altro superare.
In proposito vorrei aggiungere qualche riflessione, un po’ alla rinfusa e limitandomi ad alcuni aspetti che riguardano più propriamente la logica delle relazioni tra le parti.
Intanto c’è la questione di fondo se sia opportuno o meno disporre di un sistema bipolare di contrattazione. Il tema era emerso già cinque anni fa, quando la Confindustria aveva chiesto di superare la supposta “anomalia” italiana del doppio livello negoziale. Com’è noto, non se n’era fatto nulla e nel Patto di Natale del 1998 il sistema bipolare era stato confermato. La ragione più immediatamente convincente per conservare un doppio livello negoziale è quella che è arduo optare per un unico livello – centralizzato o, come probabilmente parrebbe più opportuno, decentrato – quando si ha di fronte un sistema produttivo che vede poche grandi aziende e un amplissimo tessuto di aziende piccole e piccolissime. Anche in un recente convegno a Modena a marzo di quest’anno, l’argomento è stato realisticamente ribadito dai rappresentanti della Confindustria.

I vantaggi di un sistema bipolare

Ma ci sono altre ragioni, forse un po’ meno evidenti, che riguardano i vantaggi, oltre che gli svantaggi, di tenere aperti – con opportuna delimitazione e chiarificazione delle competenze – entrambi i livelli.
Incominciando dai vantaggi del livello della contrattazione centralizzata o di tipo generalizzante, per le imprese – di un settore, o comparto con caratteristiche produttive omogenee – coordinare attraverso la contrattazione collettiva prezzo e condizioni d’uso del fattore lavoro è un modo relativamente conveniente di evitare o ridurre i rischi di una concorrenza sleale, o i costi di una competizione senza sponde. Come suggeriscono ricerche recenti, è significativo che persino negli ambienti britannici, in cui è venuta meno l’opportunità del coordinamento attraverso il contratto multi-employer, se ne cerchino, potremmo dire, dei sostituti funzionali. Ne sono degli esempi il monitoraggio ricorrente delle relazioni di lavoro, gli scambi di informazione fra le parti sociali nei policy networks in cui esse continuamente si incontrano, la retorica e la prassi del benchmarking, la creazione di authorities o di comitati misti competenti su specifici aspetti delle condizioni d’impiego: anche in un caso come questo il settore continua in realtà a essere punto di riferimento indispensabile per la definizione delle condizioni d’impiego del lavoro. Nel caso del nostro paese, nell’ultimo decennio il contratto nazionale di categoria non solo si è confermato, per il suo amplissimo grado di copertura, come il più adatto a definire le condizioni minime di impiego; ma si è rivelato anche in grado di aumentare e aggiornare le valenze virtuose del coordinamento centralizzato (si vedano le tendenze all’armonizzazione e unificazione dei contratti, alla riduzione della loro frammentazione, e, sia pur timidamente, alla creazione di nuovi contratti per regolare le condizioni d’impiego di nuovi settori e nuove forme d’impiego, come nel caso delle agenzie di lavoro temporaneo, o degli addetti delle società di ricerche di mercato).
Molti sono d’altro lato i vantaggi della contrattazione collettiva decentrata, in quanto metodo regolativo particolarmente coerente con i problemi che le imprese e le economie locali devono affrontare in un contesto molto meno prevedibile di un tempo, e in cui è aumentato d’importanza l’obiettivo della competitività. Nel nuovo mondo di molti lavori e molte posizioni lavorative che ne deriva, negoziare a livello decentrato permette non solo di far partecipare i lavoratori agli incrementi di produttività, ma soprattutto di definire in modi sperimentali e adattivi regole condivise più vicino a dove sorgono i problemi, e quindi di tener meglio in conto di particolarità e specificità, con possibili effetti virtuosi sia per la competitività delle imprese, sia per la tutela del lavoro.

Gli aspetti critici da rivedere

Se continua dunque a essere opportuno disporre di un sistema negoziale a due livelli, che permette sia di coordinare e armonizzare le condizioni minime, sia di definire in modo congiunto aspetti rilevanti delle effettive condizioni d’impiego del lavoro nei casi concreti, ci sono tuttavia almeno due aspetti critici da rivedere. Uno è quello dell’equilibrio tra i livelli. L’altro è l’evidente necessità di ripensare al secondo livello,, per sfruttarne meglio le potenzialità positive per entrambe le parti.
Dal primo punto di vista la direzione dovrebbe essere quella di imboccare in modo più deciso la logica del decentramento coordinato, od organizzato, quella che si rivela particolarmente proficua nel contesto delle economie coordinate di mercato tipiche della gran parte dei paesi europei. Ciò significa salvaguardare il ruolo d’impostazione e generalizzante dei contratti nazionali, alleggerendone la funzione normativa, e ampliare di conseguenza le competenze di merito della contrattazione decentrata.
Ma questo introduce subito l’altro aspetto: quello che occorre ovviare al fatto che la contrattazione di secondo livello è rimasta ancor poco diffusa. A mio avviso, ciò non significa affatto pensare tuttavia di semplicemente generalizzare il modello della contrattazione aziendale delle imprese medio-grandi. E non solo perché questa estensione si rivelerebbe irrealistica nel caso delle imprese più piccole. Ma anche perché di questo livello decentrato credo si debbano valorizzare molto più esplicitamente di quanto non avvenga oggi – almeno in base a quanto emerge nelle discussioni tra le parti – le capacità di definire le soluzioni più appropriate alle caratteristiche del contesto locale in tema di orario, organizzazione del lavoro, formazione, servizi e welfare aziendale e locale, ecc.. è attraverso la rivalutazione delle potenzialità di questo livello come quello adatto alla gestione concordata degli aspetti critici e delle esigenze di flessibilità delle imprese e di tutela del lavoro che si possono individuare le soluzioni (contrattazione territoriale, d’area, di distretto, di sito…) adatte anche alle imprese minori senza gravarle di oneri impossibili.

La riflessione che suggerisce il decennale dell’accordo di luglio sembrerebbe portarci più verso la direzione di uno sviluppo e di un affinamento della logica del patto che di una sua radicale revisione.
Ma questo presuppone che sia sempre vivo l’interesse di tutti per il metodo negoziale in quanto metodo di composizione di problemi e controversie e definizione di norme di tipo soft, interattivo, aperto: un metodo basato sulla ricerca e il raggiungimento dell’accordo tra parti con interessi distinti, attraverso la disponibilità a costruire con intelligenza, anche per prove ed errori e successive verifiche e riaggiustamenti, soluzioni temporanee, a termine, ma con valore normativo e che impegnano i partecipanti. Ed inoltre per la logica della concertazione come quadro definito entro cui il metodo negoziale può svilupparsi in modo fluido e costruttivo.
Temo che ciò non possa facilmente avvenire senza un ripensamento anche alle regole di misurazione della rappresentatività delle organizzazioni degli interessi, oltre che ai modi di intervento del terzo attore.

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