In molti si sono cimentati a mostrare che la spesa previdenziale vera e propria sarebbe molto inferiore a quella indicata nelle cifre ufficiali. Con questo si cerca di ridurre la gravità del problema della sostenibilità del sistema. Ma molte voci indicate come assistenza sono invece forme di assicurazione contro i rischi di una carriera saltuaria (pensioni minime) o di invalidità. D’altra parte, la riforma Dini ha già ben inquadrato questa distinzione, si tratta solo di accelerarne l’applicazione.

Sembra più che ragionevole definire “previdenza” un trattamento pensionistico determinato in base ai contributi versati durante una (precedente) attività di lavoro e “assistenza” un trattamento, o un’integrazione, ispirati allo scopo di tutelare una situazione di bisogno. Sembra del pari ragionevole desumerne la conseguenza che il primo debba essere pagato attraverso i contributi previdenziali versati (oggi) dalle classi attive e il secondo attraverso il gettito tributario generale.

Le tesi dei “riduzionisti”

Questo è il percorso logico seguito da coloro (ai quali da ultimo si è autorevolmente aggiunto Eugenio Scalfari) che sostengono che la spesa stricto sensu previdenziale è in Italia alquanto inferiore alle cifre ufficiali, e che questa riclassificazione la riconduce entro i limiti del gettito contributivo, cancellando l’apparente disavanzo. Definiamo per brevità “riduzionisti”, perché si propongono di ridurre la gravità del problema, coloro che sostengono questa tesi.

Sin dal 1989, il legislatore si è proposto di separare l’assistenza dalla previdenza, istituendo presso l’Inps una speciale Gestione degli interventi assistenziali (Gias) da finanziarsi a carico dell’erario. Come spesso avviene, tuttavia, “the devil is in the details”.
L’elenco delle voci addossate alla Gias è assai composito e variegato.
Vi si incontra, per esempio, un rilevante importo destinato alle pensioni dei coltivatori diretti, la cui gestione è ovviamente deficitaria per la drastica riduzione del numero degli attivi. La causa del disavanzo è dunque riconducibile alla separazione contabile tra i coltivatori diretti e le altre categorie di lavoratori, non già al fatto che i coltivatori diretti siano, come categoria, meritevoli di assistenza pubblica. Lo stesso infatti avverrebbe se esistesse una gestione separata per i barrocciai, per gli spazzacamini, per le lavandaie al greto del torrente. Per contro, sarebbe fortemente in attivo una gestione per gli analisti e i programmatori informatici o per gli operatori dei call centers: gli uni e gli altri non hanno ancora avuto tempo di generare una percettibile massa di anziani.

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La logica di un sistema a ripartizione si fonda sull’aggregazione, non sulla separazione, delle categorie professionali (il che, tra l’altro, getta più di un’ombra sul futuro delle casse previdenziali dei liberi professionisti, privatizzate ma ancora funzionanti con il meccanismo della ripartizione; oggi sono tutte in attivo ma allorché, nell’arco di 15-20 anni andranno in disavanzo, saranno allora necessari interventi assistenziali per gli avvocati, per gli architetti e così via?). L’artificio della separazione non traghetta le somme erogate dalla categoria della previdenza a quella dell’assistenza, ma introduce soltanto discrezionalità politica al disegno previdenziale.

Le voci della Gias

Osservazioni analoghe si potrebbero muovere a molte altre voci che la tesi dei “riduzionisti” (e la normativa sulla Gias) classificano come assistenza. Vi sono per esempio i miglioramenti alle pensioni d’annata, deliberati per neutralizzare gli effetti di norme che più o meno capricciosamente avevano fatto variare l’importo dei trattamenti in relazione all’anno di liquidazione. Con ciò si sono semplicemente riavvicinate le pensioni a una più corretta corrispondenza con i contributi versati. Vi è una quota delle pensioni di invalidità liquidate, con un assai generoso accertamento dei requisiti, anteriormente al 1982; ma a distanza di vent’anni quasi tutti i beneficiari avrebbero già raggiunto l’età per la pensione di vecchiaia. E si potrebbe continuare.
La voce Gias più cospicua è peraltro l’integrazione al trattamento minimo (pari nel 1999 a 24mila miliardi di lire). Si dirà che questo è un importo che per definizione si aggiunge alla componente previdenziale della pensione, ed è perciò inequivocabilmente ascrivibile all’assistenza. Ma attenzione! L’assicurazione contro gli incendi prevede l’indennizzo non di tutti gli assicurati, ma soltanto di coloro che hanno subito un incendio, per ovviare al bisogno in cui sono venuti a trovarsi. È, questa, assistenza? No, è assicurazione, ossia un contratto stipulato con lo specifico accordo che saranno indennizzate le vittime di un sinistro.
Si può quindi a buon diritto sostenere la natura assicurativa di un “contratto sociale” in base al quale, sin dall’inizio dell’attività, tutti i lavoratori pagano un contributo, con l’intesa che coloro i quali avranno avuto una carriera troppo saltuaria e/o mal rimunerata otterranno una maggiorazione rispetto all’equivalente attuariale dei contributi. È prevedibile che i “riduzionisti” si stracceranno le vesti di fronte a questa tesi, che peraltro merita attenta considerazione. (Se, poi, si teme il moral hazard, ossia una scelta di lavoro volta ad approfittare di questa prospettiva, l’obiezione vale anche se l’integrazione al minimo è definita assistenziale).

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Con la riforma del 1995, e in particolare con l’introduzione del metodo contributivo di calcolo delle pensioni, il problema della separazione tra previdenza e assistenza ha trovato una sua corretta impostazione. Anche sotto questo profilo, pertanto, anziché cercare una “via di fuga” nei labili confini tra le due voci di spesa che l’eredità del passato ci consegna, si riafferma l’esigenza di portare a compimento tale riforma e di accelerarne l’applicazione.

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