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  1. Franco Pischedda Rispondi
    In data 10.09.03, avevo inviato alcune considerazioni sui problemi connessi al mantenimento al lavoro delle persone vicine ai 60 anni di età. In conclusione, mi ero permesso di dire, un intervento serio in materia di pensioni di anzianità deve contemperare le esigenze del bilancio pubblico con quelle del datore di lavoro e del cittadino-lavoratore, e deve essere affrontato oltre che sotto il profilo assai importante del risparmio pensionistico, come necessità di affrontare in termini diversi un tema di politica imprenditoriale e del lavoro, ossia il tema del mantenimento al lavoro del lavoratore anziano, fino al raggiungimento dell’età stabilita per la pensione di vecchiaia (che, se venissero create favorevoli condizioni, potrebbe anche essere più elevata). Occorrerebbe, quindi, modificare la struttura dell'impresa in modo da offrire ai lavoratori anziani modalità di collaborazione meno impegnative (soprattutto sotto il profilo degli orari di lavoro, delle prestazioni e della responsabilità esterna). Il lavoratore anziano a questo punto non sentirebbe più la spinta impellente a liberarsi da un fardello insopportabile, continuerebbe a contribuire alle esigenze del sistema produttivo, e sentendosi ancora socialmente attivo attenderebbe con maggiore serenità l’età del pensionamento di vecchiaia. Non chiedevo la pubblicazione dell’intervento, ma, trattandosi della questione chiave della riforma pensionistica, sarebbe stato interessante leggere cosa ne pensa al riguardo la voce.info. (...)
    • La redazione Rispondi
      Scusi se non abbiamo a tempo debito dato risalto al suo commento che, in effetti, coglie un tema molto importante. Comunque non è del tutto vero che lavoce.info non ne abbia parlato. L'intervento di Pietro Garibaldi svolge anche questo tipo di considerazioni. Su cui cercheremo di ritornare. Cordiali saluti.
  2. Franco Pischedda Rispondi
    Nel mio precedente intervento sulla riforma del sistema pensionistico avevo dato per scontato che vi fosse uno squilibrio gestionale tra spesa pensionistica e ammontare dei contributi obbligatori versati dai lavoratori e datori di lavoro. Non si potevano giustificare altrimenti le pressanti sollecitazioni riguardo alla riforma strutturale non solo da parte di vari nostri economisti del lavoro, ma di autorevoli esponenti della Comunità Europea. E su tale presupposto avevo espresso l’opinione che a coprire il disavanzo si potesse provvedere con la fiscalità generale, e che non vi fosse alcun bisogno di riforme cosiddette strutturali. Apprendo ora che neanche “la voce.info” conosce i dati gestionali previdenziali, avendo l’Inps risposto che si tratta di dati indisponibili, e quindi sostanzialmente “secretati”. Per fortuna Luciano Gallino sembra saperne di più. In una delle voci del “dizionario minimo” sul sistema pensionistico (la Repubblica, 2 settembre 2003) dice che il disavanzo del sistema pensionistico è una “grandezza economica per ora inesistente. Infatti, tolti gli oneri assistenziali che lo Stato ha accollato all’INPS, le entrate costituite dai contributi di lavoratori e aziende pareggiano le uscite in forma di pensioni”. Pertanto, Luciano Gallino ascrive con ironia l’urgenza della riforma ai seguenti fattori: “invecchiamento della popolazione, necessità di accrescere la competitività delle imprese, pressioni delle organizzazioni internazionali, intenzione del governo di migliorare il bilancio dello Stato a spese del sistema pensionistico pubblico”. Se dopo anni di accanite discussioni su questa materia lo stato degli studi e conoscenze si attesta su questi livelli, si può concludere che forse la situazione è grave, ma non è seria. Vorrei conoscere il vostro parere. Distinti saluti. Franco Pischedda.
    • La redazione Rispondi
      Purtroppo i dati di cui lamentiamo l'assenza e l'indisponibilità dell'Inps a concederne l'accesso non sono quelli relativi al bilancio dell'Inps, bensì informazioni sul grado di copertura delle pensioni di anzianità, storie lavorative, etc... Si tratta di informazioni utili per simulare gli effetti di divewrse riforme. Il deficit dell'Inps è purtroppo evidente. Come pure la sua tendenza ad aumentare quando la generazione dei babyboomers andrà in pensione. Cordiali saluti
  3. Patrizia Fiorucci Rispondi
    Sempre interessante leggere i vostri articoli e le risposte, qualche volta mi sembra proprio che certi problemi vengano presi con sufficienza, oppure ci si sforza di ignorarli. Mi spiego. La vostra risposta al sig. Coccia, dove, per assurdo, indicate che anche 1 anno di contributi è 1 diritto acquisito, mi sembra troppo semplicistica. Dunque, parliamo di persone che hanno iniziato a lavorare con certe regole, che si trovano nel guado del ''cambiamento delle regole'', quando risulta praticamente impossibile trovare un lavoro. Vorrei che consideraste almeno una volta non solo che è ancora al lavoro, ma chi non ha piu' lavoro e che deve aspettare 3-5-10 anni per la pensione. Mi piacerebbe vedere degli elaborati ponderosi su come pagare l'affitto e fare la spesa in questo caso. grazie.
    • La redazione Rispondi
      Cara Signora Fiorucci, e' ovvio che da un punto di vista sostanziale occorre fare dei distinguo, ma tecnicamente un lavoratore entra nel “patto intergenerazionale” non appena inizia a pagare i contributi. Il meccanismo è questo. A seconda della legislazione vigente il lavoratore maturerà diritti per la pensione di anzianità a età più o meno giovani, e su queste differenze occorre riflettere: perché ai più giovani possiamo cambiare le regole e ai meno giovani no? (noti che al momento lo spartiacque è molto netto). Sono d’accordo che non possiamo cambiare le regole per chi andrà in pensione il prossimo anno: occorre gradualità per adattarsi ai cambiamenti. Ma i vari governi hanno avuto moltissimo tempo per adottare questa gradualità e nello stesso tempo fissare dei paletti, invece la scelta è stata quella di mantenere i diritti acquisiti di tutti quelli entrati nel mercato del lavoro prima di una certa data e non degli altri. Si poteva (si può ancora ma il margine è ridotto) distribuire il carico equamente. Il problema di non trovare lavoro dopo una certa età è certamente un problema di cui un welfare state serio deve occuparsi, ma questo non ha a che vedere con le pensioni. E’ proprio lì l’errore: le pensioni hanno agito per anni da ammortizzatori sociali con distorsioni varie sia del sistema pensionistico che del mercato del lavoro. Occorrono dei sussidi di disoccupazione o ammortizzatori sociali che permettano di fare la spesa e pagare l’affitto nel caso uno perda il lavoro. In ogni caso io non credo che si debba impedire di andare in pensione prima dell’età normale di pensionamento, semplicemente mi sembra equo che il pensionando sia disposto ad avere una pensione ridotta rispetto a chi, nelle stesse condizioni, continua a lavorare e a pagare contributi al sistema stesso. Tito Boeri e Agar Brugiavini
  4. Serio Coccia Rispondi
    Gentile redazione, tempo fa ho letto l'analisi di Boeri e Brugiavini sulle pensioni di anzianità, e vorrei fare presente che non sono d'accordo per i seguenti motivi: 1° lavoro da circa 38 anni e credo di averne diritto in quanto già penalizzato dalla riforma Dini 2° prima di toccare le pensioni di anzianità sarebbe più giusto come ha detto il ministro Maroni, eliminare i privilegi del pubblico impiego, le false invalidità ed alleggerire le maxi pensioni. Per quanto riguarda le persone che sistematicamente parlano di pensioni, esse non fanno altro che alimentare la voglia di uscita dal lavoro. Sono d'accordo su quanto dichiarato tempo fa da Siro Lombardini riguardo a ciò che comportebbe allungare l'età pensionabile: l'aziende si ritroverebbero sui posti di lavoro degli anziani privi di stimoli, mentre i giovani che potrebbero portare delle innovazioni rimarrebbero fuori ad aspettare. La mia proposta è la seguente: sotto 1000 euro nessuna quota, disincentivo dell'1% per 1000 euro, del 2% per 2000 euro del 3% per 3000 euro e così via. Credo che questo possa essere chiamato fondo di solidarietà per il futuro Inps in quanto riguarderebbe il mantenimente delle pensioni gia in essere e le future. Un cordiale saluto Sergio Coccia
    • La redazione Rispondi
      Gentile Signor Coccia purtroppo non siamo in grado di valutare la sua situazione individuale (occorre un consulente del lavoro), ma ad una prima lettura non vediamo come lei possa essere interessato dalla Dini avendo più di 18 anni di contributi al 1996. Ripetiamo, occorrerebbe vedere in dettaglio il caso e non è il nostro mestiere. Siamo d'accordo di rimuovere tutti i privilegi, ma bisogna fare attenzione che alcuni non siano belle frasi che svicolano i problemi (la caccia all'evasore e e alle false invalidità sono le solite che si tirano fuori in questi casi). Da un lato gli accertamenti per evazione si concludono quasi sempre con la vittoria dell'accertato sulla PA e dall'altro ormai le nuove invalidità pesano per una minima parte sul totale dei trattamenti, mentre le vecchie invalidità si vanno tramutando in prestazioni di vecchiaia). Comunque se è questione di equità fino all'ultimo individuo siamo d'accordo. Anche le maxi-pensioni non pesano poi così tanto sul bilancio dell'INPS, e sulle pensioni in essere sinceramente trovo giuridicamente difficile intervenire in maniera così mirata (perchè solo quelli sopra a una certa cifra? chi definisce la "maxi" e la medium?). Prevediamo molti ricorsi. Mi dispiace ma dati alla mano coloro che sono veramente penalizzati dalle riforme sono i giovani. Capiamo la sua reazione, ma si rende ben conto che la sua reazione potrebbe essere a catena: anche quelli che hanno contribuito 37 anni, 36 anni, ....anche un solo anno possiedono diritti acquisiti. Quindi meglio trattare tutti i pensionandi nello stesso modo: che esce prima prende meno e chi esce più tardi prende di più. come economisti crediamo nostro dovere spiegare i fatti, crediamo anche che gli individui non prendano decisioni così alla leggera su quando uscire dal mondo del lavoro. Per le sue osservazioni riguardanti quanto affermato da Siro Lombardini la preghiamo di leggere la nostra risposta a Scalfari sulla "leggenda dei posti fissi". La sua proposta è una soluzione una tantum che continua a non renderci credibili con i partners europei. E' chiaro che la propria pensione è una risorsa importante, ma bisogna che sia garantita a tutti quelli a cui è stata promessa e anche per un bel numero di anni futuri. Cordiali Saluti
  5. Alberto Angeli Rispondi
    il mio commento vuole essere una semplice rilfessione senza pretese di "economista" o professionista dell'informazione, questa: è veramente equo e giusto ( nel senso di giustizia) considerare chi lavora un numero o un'equazione matematica? Vi invito a pensare a chi lavora per oltre 30 anni in fonderia, in miniera, in una corsia di ospedale, nelle cave, nei trasporti, nelle cartiere.E trascuro volutamente altre e più gravose situazioni di lavoro. Considerate che questi "numeri matematici" fanno il proprio ingresso sul lavoro a 15 anni ( spesso anche molto prima) quando la fortuna li assiste! ovviamente. Come conciliare l'aridità del tecnico o del politico di facile inclinazione a colpire gli interessi degli altri, con lo stato fisico e spicologico di chi ha lavorato 30-37 anni in quelle condizioni, che non sono gran che cambiate se non nel più intenso sfruttamento mediante tecnologie studiate per lo scopo. Cosa può significare 53 o 57 anni anni in quelle condizioni, alle quali neppure la scienza demografica, economica o quella relativa allo studio sulle aspettative di vita può porre rimedio. Essere politico, manager, professionista di " grido", insomma uomo di cultura e studioso ma introdotto nel benesse che tale status comporta, dovrebbe porre un problema di coscienza e capire che non si può fare "macelleria sociale" alla Tremonti per non ritrovarsi con nuovi "lumi", ma questa volta promossi dalla reazione di chi è stanco di pagare per i potenti e per i benestanti. I soldi si possono trovare in altro modo, riducendo la ricchezza di coloro che sono parte di quella filiale di benessere sociale che si scandalizzano per il cinquantenne che vuole andare in pensione. Quando il Paese è in crisi deve pagare soprattutto chi ha goduto i benefici maggiori del passato ed in modo sostanzioso. Anzi, ritengo che il sistema pensionistico non solo deve rimanere quello attuale ma se provvedimenti devono essere presi siano per aumentare le pensioni più indietro con gli anni, che ormai sono "mangiate" dall'inflazione di questi anni. Tutto il resto appartiene alla tesi conosciutissima: "facciamo tutti dei sacrifici per salvare il sistema" usando come criterio la media di " Trilussa". Chi ha lavorato per la ricchezza vera del Paese non più più dare nulla, ora deve raccogliere. Ringrazio per l'ospitalità, quale assiduo lettore della Voce confido nella pubblicazione.
    • La redazione Rispondi
      Il suo commento lascia aperta una questione non banale: chi dovrebbe pagare per tutto questo?
  6. Davide Cantoni Rispondi
    Evidentemente noi economisti non ci rendiamo particolarmente simpatici quando tentiamo un approccio razionale - ebbenesì, matematico - a certi problemi su cui chiunque, per fortuna, ha un'opinione: altrettanto simpatici quanto chi al Bar Sport ci volesse dimostrare in maniera matematica chi convocare in Nazionale. Ma, d'altro canto, mi sorprende davvero come certi argomenti (economici!), nella fattispecie di Luciano Gallino, non provochino un moto di sollevazione da parte di chi ci riflette un attimo - sì, da economista. Gallino scrive che la produttività entro il 2050 sarà raddoppiata, e dunque: "I due lavoratori di domani non faranno quindi più fatica dei quattro di oggi a sopportare l' onere di pagare la pensione a un anziano." Non ci vuole un dottorato in economia per immaginare che, con la produttività raddoppiata anche i salarî reali saranno raddoppiati: Prodotto marginale del lavoro = salario reale. Ora: I lavoratori che andranno in pensione nel 2050 vorranno una pensione più o meno a livello dei salarî reali del 2050 oppure preferiranno il livello odierno? Come prima risposta, mi viene in mente un articolo di Paul Krugman, in tutt'altro contesto: "Imagine that a mad scientist went back to 1950 and offered to transport the median family to the wondrous world of the 1990s, and to place them, say, at the twenty-fifth percentile level. The twenty-fifth percentile level of 1996 is a clear material improvement over the median of 1950. Would they accept this offer? Almost surely not - because in 1950 they were middle class, while in 1996 they would be poor, even if they lived better in material terms. People don't just care about their absolute material level - they care abouth their level compared with others'.
  7. paolo podda Rispondi
    Prof. Boeri,la seguo sempre con molto interesse ogni volta che mi è possibile...Tuttavia non posso non segnalarle,sebbene immagini che l'abbia già letto,il bellissimo libro di Gallino di cui cito il titolo nell'oggetto.Non le pare che l'approccio da matematico puro al problema pensioni,così come a quello flessibilità,finisca col cadere nella stessa trappola in cui è caduto,per esempio,Fazio appunto nel libro di Gallino dove vengono smontati uno per uno i sermoni degli economisti???Il tutto,sia chiaro, lo dico da 27enne, e da amante di quella bellissima scienza sociale che è l'economia.
    • La redazione Rispondi
      Grazie per il riferimento bibliografico. Raccogliendo il suo invito, commenteremo presto il libro di Gallino sul sito. Magari chiedendo a un non-economista di leggerlo. Altrimenti sarebbe una difesa di categoria. Cordiali saluti Tito Boeri
  8. davide colombo Rispondi
    Dalla lettura combinata degli articoli di Boeri-Brugiavini e Sartor sulle pensioni non mi ritrovo su di un riferimento: la variazione stimata di produttività. Nel primo scritto, a confutazione delle tesi di Gallino, si parla di un aumento dell'1% nell'ultimo decennio; nel secondo si parla invece di un aumento del'1,5% (fonte citata è l'Istat) credo su base annua. Potreste farmi uscire dal dubbio? Grazie, evviva lavoce.info
    • La redazione Rispondi
      Semplicemente il dato di Boeri-Brugiavini si riferisce al decennio trascorso, mentre quella offerta da Sartor altro non è che un'ipotesi relativa al futuro, nel lungo periodo. Non ci sono, dunque, contraddizioni. Cordiali saluti, Tito Boeri e Agar Brugiavini
  9. Franco Pischedda Rispondi
    Come è noto, sulla retribuzione gravano contributi previdenziali, in parte a carico del lavoratore e in misura tre volte maggiore a carico del datore di lavoro, pari a circa il 33 per cento della retribuzione lorda e finalizzati alla costituzione della rendita di pensione. Da un calcolo molto semplice, risulta che cumulando il capitale formato da tali contributi per 40 anni, aumentato dell’interesse legale annuo pro rata pari al 5 per cento, si ottiene un importo sufficiente a garantire il pagamento di una rendita di pensione pari alla retribuzione per almeno 25 anni (in teoria, dai 60 fino agli 85 anni di vita). Tutto ciò se si procedesse effettivamente all’accumulo contributi versati da ciascun lavoratore. Invece, come è altrettanto noto, non esiste nel sistema previdenziale un reale accumulo di contributi che consenta il pagamento delle rendite pensionistiche nel momento in cui se ne consegue il diritto alla liquidazione. Pertanto, le pensioni gravano di fatto sul “fondo” costituito dai contributi obbligatori versati dai lavoratori e dai datori di lavoro. Ciò non cambia, tuttavia, i termini del diritto a pensione: i contributi obbligatori versati durante la vita lavorativa sarebbero teoricamente sufficienti alla copertura della pensione. Il problema è un altro. L’ammontare dei contributi obbligatori versati da circa 23 milioni di lavoratori non è sufficiente a coprire il fabbisogno per il pagamento di circa venti milioni di partite di pensione. Da qui un disavanzo di gestione. Ma attenzione: si tratta di un disavanzo gestionale del tutto fisiologico, in un sistema di welfare previdenziale, la cui logica ha poco a vedere con quella delle assicurazioni private. Per questo motivo, non è necessaria alcuna riforma del sistema pensionistico. Si tratta solo di stabilire le modalità di copertura di quello che si è detto un fisiologico disavanzo gestionale. La sola via praticabile in un sistema di welfare è attingere alla fiscalità generale.
    • La redazione Rispondi
      Gentile Signor Pischedda ho seguito il suo ragionamento fino alla parte diciamo descrittiva di premessa. Su questa occorre fare delle precisazioni: un tasso del 5% annuo è molto elevato. Inoltre lei non ha solo “acquistato” una rendita vitalizia, ma una pensione vecchiaia-invalidità-superstiti, che vale di più. Inoltre le assicuro che al momento il costo di di un vitalizio, per quanto il mercato si stia sviluppando, è molto superiore al costo di una pensione pubblica, perché il sistema pubblico supera i noti problemi di antiselezione che affliggono questi mercati. Infine lei acquisisce anche una copertura contro l’eventualità che non arrivi a minimi pensionistici, che non sarà il suo caso, ma certamente ha un ruolo nel nostro sistema. Dopo sinceramente non capisco bene il senso del testo. Prima bisogna definire il “fisiologico”: i disavanzi mutano nel tempo e mutano da paese a paese (pur con sistemi simili). Ad esempio al momento alcuni paesi come gli USA si trovano in surplus e sono preoccupati che questo non diventi deficit. Quando i deficit sono elevati, come in Italia, e sistematici , date le previsioni sull’andamento demografico, non possiamo che intervenire con delle riforme. Mi sembra di capire che lei auspica un modello di “cittadinanza” dove non si distinguono tasse e contributi, ma facciamo attenzione: (1) sono molto costosi sia in termini di contributi/tasse sia in termini di gestione, come mostrano i paesi nordici e (2) la strategia intrapresa in Italia percorre la direzione opposta e si potrebbe creare un certo scompiglio nel ricominciare da zero. Ma può avere senso discuterne.
  10. Patrizia Fiorucci Rispondi
    Ho letto e leggo con interesse gli articoli dedicati a questo argomento. Come già scrittovi settimane fa, in merito agli articoli di Agar Brugiavini, debbo ancora oggi sottolineare che anche gli ultimi articoli (17 luglio), tra cui quello del Prof. Franco Peracchi, non tengono in considerazione che molti di noi cinquantenni vorremmo restare al lavoro. Ma allora perché ne veniamo estromessi con mobbing, ristrutturazioni e quant'altro? Non rilevate una certa schizofrenia nella questione? Cordialità Patrizia
    • La redazione Rispondi
      E' vero che ci può essere un problema di domanda di lavoro per lavoratori con più di 50 anni di età. Questo va affrontato con strumenti ad-hoc, ammortizzatori sociali e costi di licenziamento che siano crescenti nella durata della vita lavorativa, onde scoraggiare il licenziamento di lavoratori anziani. In ogni caso, il fatto che si assista ad un allungamento della vita lavorativa non appena si introducono disincentivi o si irrigidiscono le condizioni d'accesso alle pensioni d'anzianità (come documentato da Franco Peracchi su www.lavoce.info) sembra mettere in luce che le determinanti sul lato dell'offerta di lavoro (la volontà o meno del lavoratore di andare in pensione) sono di gran lunga prevalenti. Cordiali saluti Tito Boeri e Agar Brugiavini