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Quanto pesa l’evoluzione demografica

L’analisi del sistema pensionistico italiano con criteri di contabilità intergenerazionale rivela uno scenario demografico particolarmente sfavorevole per gli equilibri futuri di finanza pubblica. E mostra che le generazioni sin qui esentate dalla riforma Dini hanno ricevuto un “bonus” molto consistente. La lunga transizione ha impedito un pieno risanamento. Le giovani generazioni rischiano di dover pagare in futuro una bolletta ancora più salata.

Molte riflessioni sulle riforme dei sistemi previdenziali non sembrano tenere conto dei trasferimenti tra generazioni che le diverse ipotesi di riforma determinano. Inoltre, spesso si considera solo il vincolo di bilancio statico, aggregato, senza valutare la sostenibilità di lungo periodo del sistema. Penso sia utile proporre ai lettori un contributo basato su alcuni studi condotti con l’ausilio di modelli di “contabilità intergenerazionale” (1).

La struttura per età e genere

L’evoluzione del sistema pensionistico italiano è determinata dall’evoluzione demografica (che incide direttamente e attraverso gli effetti sulla struttura del mercato del lavoro) e dalla crescita economica. La demografia esercita effetti lenti, progressivi, ma inesorabili e relativamente certi. Tutti i governi che da decenni si sono succeduti nel nostro Paese hanno avuto la tendenza a ricorrere a stime sistematicamente distorte verso l’ottimismo di entrambi i fattori, anche se con diversi gradi di intensità. Soffermarsi sul bilancio di un particolare anno è pericoloso, in quanto le grandezze di finanza pubblica risentono della struttura per età e per genere dei cittadini: sappiamo per certo che tale struttura è destinata a mutare progressivamente nel tempo.
La contabilità intergenerazionale tiene esplicitamente conto di tutti questi elementi e, sia pure con gli usuali margini di errore delle scienze economiche, consente di valutare l’andamento del conto economico delle amministrazioni pubbliche e del debito pubblico nei prossimi anni. I dati riportati qui sotto si riferiscono all’evoluzione demografica fornita dalle simulazioni periodicamente effettuate dall’Istat e a uno scenario economico caratterizzato da una crescita della produttività pro capite stabilmente pari all’1,5 per cento (quindi, non pessimista e ampiamente superiore alla crescita effettivamente osservata negli ultimi anni).

Gli scenari dopo le riforme degli anni Novanta

In sintesi, si ottengono i seguenti scenari.
Le riforme (“Amato”, “Dini” e “Prodi”) hanno contribuito enormemente a ridurre lo squilibrio dei conti pubblici italiani, praticamente dimezzandolo.
Dato lo scenario demografico, tali riforme, unite alle manovre restrittive attuate negli anni Novanta, non sono tuttavia sufficienti a garantire la sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico. Un piccolo (ma stabile ed effettivo) passo deve ancora essere fatto: è necessario attuare misure restrittive tagliando le spese (o aumentando le entrate) di circa due punti percentuali del Pil. In termini di spesa primaria, l’attuale 41,5 per cento deve scendere sotto al 40 per cento.
Il ritardo nel varo delle riforme ha determinato costi enormi: se la riforma Dini fosse già entrata a regime nel 1995 (ipotesi ovviamente non realistica), non solo l’equilibrio permanente di conti pubblici sarebbe già ottenuto, ma sarebbe addirittura possibile ridurre la pressione fiscale (o aumentare le spese) del 3 per cento. E basta questo a dimostrare quanto urgenti siano le riforme.
Negli squilibri futuri della finanza pubblica pesa molto di più lo scenario demografico particolarmente sfavorevole che non lo stock del debito pubblico attualmente in essere (se fosse possibile scegliere tra due “miracoli”, sarebbe preferibile optare per un’ipotesi di struttura demografica invariata rispetto alla totale cancellazione del debito pubblico in circolazione).
Supponendo di agire esclusivamente sulle pensioni (e non sui contributi o su altre entrate erariali) il pieno e permanente raggiungimento della stabilità delle finanze pubbliche potrebbe essere ottenuto elevando a 65 anni l’età effettiva di pensionamento, ovvero attuando una combinazione di interventi (quali il mantenimento degli attuali limiti e la riduzione dei benefici) che sia attuarialmente equivalente. Volendo formulare ipotesi politicamente realistiche, sarebbe sufficiente un aumento inferiore (per esempio due anni, purché effettivi), accompagnato da altre misure con effetti permanenti sulla finanza pubblica.

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Le aliquote di equilibrio

L’effetto delle passate riforme e degli scenari demografici si può vedere nella figura, che illustra l’andamento dell’aliquota contributiva di equilibrio per l’intero sistema previdenziale (esclusa l’assistenza), vale a dire il prelievo sul salario che assicurerebbe di azzerare il deficit delle casse previdenziali pubbliche. Sono riportate tre linee: i due riferite a una popolazione stazionaria e una alla popolazione effettiva. La popolazione stazionaria può essere immaginata come una situazione in cui il numero dei cittadini viventi in ogni coorte d’età è pari al numero di nati (costante nel tempo) moltiplicato per la probabilità di sopravvivenza a quella particolare età.

Le linee riferite all’aliquota di equilibrio per una popolazione stazionaria sono costanti, proprio perché, per ipotesi, la struttura per età rimane invariata nel tempo. Si può osservare come l’effetto del mutamento delle regole sarebbe estremamente forte, se fosse già a regime: l’aliquota di equilibrio si sarebbe ridotta dal 54 per cento (prima della riforma “Amato”) al 26 per cento (dopo la riforma “Dini”). Purtroppo, però, dobbiamo fare i conti con la (troppo) lenta (e iniqua) transizione e con la sfavorevole evoluzione demografica: il risultato è che l’aliquota di equilibrio è più elevata di quella effettiva e non scenderà al di sotto di essa nei prossimi cinquanta anni.

Se vogliamo parlare di gobbe, facciamolo pure, ma rendiamoci conto che non basta il fisiatra o l’ortopedico, serve un intervento chirurgico. Basarsi sulle speranze di una crescita economica più favorevole, o su un rapido innalzamento del tasso di fecondità delle donne italiane, è ciò che gli anglosassoni definirebbero “wishful thinking”: ammesso che ciò possa rassicurare il Parlamento, sicuramente non convincerebbe la Commissione europea e i nostri partner finanziari.

 

(1) R. Cardarelli e N. Sartor, «Generational Accounting for Italy», in Banca d’Italia (a cura di), Fiscal Sustainability, Roma, 2000.

N. Sartor, «The Long-run Effects of the Italian Pension Reforms», International Tax and Public Finance, vol. 8, 2001 (da cui è tratta la figura)

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Possiamo fare a meno del Dpef?

  1. carlo la bella

    Bello l’articolo e molto chiaro il peso della variabile.
    Come molti, concordo sulla necessità di ridurre gli squilibri nella gestione della previdenza.
    Come molti non sono favorevole a proporre travasi a favore della finanza pubblica in generale.
    Sacrifici sono proponibili ai pensionandi in un quadro di misure che destini le economie conseguibili ad un rafforzamento del sistema di ammortizzatori che dia reale sicurezza ai giovani sia durante il percorso lavorativo che in quello di paventata indigenza in vecchiaia.

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