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  1. Stefano Lucarelli Rispondi
    L'analisi del prof. Galasso mi fa venire alla mente un intervento di Paul Samuelson a proposito del modello americano di sviluppo. Samuelson pone l’accento su due caratteristiche del modello americano: 1) L’economia americana è una economia spietata. 2) La forza lavoro americana è una forza lavoro spaventata. L’apparente autonomia di molti ‘nuovi lavori’ in realtà nasconde il ritorno a forme di lavoro servile, prive di qualsiasi mediazione o protezione sindacale o istituzionale. Laddove il prof. Galasso vede la necessità di diminuire le tutele (comprese le pensioni), già così aumentando lo stato di precarietà delle giovani generazioni, si potrebbe invece avvertire l'esigenza di riproporre meccanismi che spostino la distribuzione dei redditi a favore dei salariati Un esempio significativo del disastro sociale che potrebbe procurare una ricetta come quella auspicata dal prof. Galasso è rappresentato proprio dal modello americano: dal 1977 i redditi medi delle famiglie americane sono stati stazionari o sono addirittura diminuiti. I titolari di diritti di proprietà hanno acquisito una quota dei frutti del progresso economico maggiore di quella acquisita dai lavoratori, soprattutto dei lavoratori non specializzati e con un basso livello di istruzione. I lavoratori americani sono ora spaventati e insicuri, e poiché non possono contare su trasferimenti da parte dello stato, sono costretti a accettare salari di equilibrio anche bassi. Si potrebbe invece riproporre la questione della distribuzione della ricchezza e del reddito come questione politica e di politica economica. In questo campo l’Europa ha una tradizione antica e illustre, che sarebbe colpevole abbandonare per inseguire e mimare un altro modello, soltanto perché nuovo. Un’ultima nota (spero non sgradita): concetti quali l'emancipazione, l'insicurezza o la propensione alla mobilità territoriale, o ancora la famiglia, sono categorie che comportano il rigore di scienze sociali quali la sociologia o l'antropologia. Un rigore diverso da quello impiegato nelle indagini degli econometrici, i quali, quando piegano alle proprie esigenze le altre sceienze sociali, rischiano di costruire un nuovo e terribile tribunale della Santa Inquisizione, promovendo ricette economiche spietate e diffondendo spavento. Stefano Lucarelli Dottorato di Economia Politica Università di Ancona
    • La redazione Rispondi
      La ringrazio per il parallelo con Samuelson. La diminuzione delle tutele non aumenterebbe la precarietà dei giovani, che di tutele non ne hanno, ma potrebbe addirittura diminuirla, poichè la flessibilità richiesta dalle imprese non dovrebbe ricadere esclusivamente sui giovani. La mia proposta non è di smantellare lo stato sociale, ma di rimodularlo, eliminando alcune rendite di posizione degli anziani (pensioni d'anzianità) riducendo la rigidità nel mercato del lavoro (che copre solo gli "Insider"), e aumentando gli ammortizzatori sociali anche per i giovani (sussidi di disoccupazione). In fine, l’Europa avrà una tradizione antica e illustre, ma un avvenire incerto: i tassi di crescita degli ultimi anni sono irrisori (rispetto ad esempio a Stati Uniti e Regno Unito) e temo che in mancanza di riforme strutturali il futuro non sarà roseo. Non mi esprimo sul rigore di sociologia o l'antropologia, ma non condivido il suo timore di una Santa Inquisizione dell'economia (o dell'econometria). Mi auguro che lavoce.info, attraverso l'argomentazione delle tesi "economiche", contribuisca a dar battaglia a quelle ricette economiche, basate su posizioni ideologiche, che si sono rivelate sbagliate, oltre che spietate e spaventose. Vincenzo Galasso
  2. Catia Di Camillo Rispondi
    Ho letto con attenzione l'articolo in oggetto ma non sono affatto d'accordo. Io sono una cosiddetta "giovane emancipata", "emancipata" perchè vivo da quasi 16 anni a 450 km dalla mia famiglia, cosiddetta "giovane" perchè definirmi giovane a 35 anni è una forzatura, ma nell'attuale situazione italiana sembra che si rimanga giovani finchè non si ha una situazione lavorativa definita. Ebbene la mia generazione è destinata a non averne: pur essendo laureata in materie scientifiche e quindi avendo la possibilità di fare lavori altamente specializzati, le possibilità di una occupazione che mi consenta di fare finalmente dei seri progetti di vita non ce ne sono: lavoro da anni come cococo. E non sono affatto sicura che "meno rigidita'" e meno costo del lavoro ci possano aiutare: se ad un'azienda viene concesso, grazie a tutte le nuove forme contrattuali, di prendere personale spendendo il meno possibile e dando meno garanzie possibile, lo farà. E' necessario mettere sullo stesso piano l'esigenza di un'azienda di risparmiare sul costo del lavoro e la sostenibilità sociale, e questo per 2 motivi principali. Il primo: se non ho certezze sul mio futuro non posso neanche contribuire alla necessaria ripresa della crescita economica spendendo i miei soldi in questa società dei consumi. La seconda: non è giusto che le aziende si arricchiscano utilizzando il nostro lavoro ma poi si chiamino fuori quando c'e' da fare bilanci nello stato sociale, e, anzi, pretendano riduzioni di tasse a go-go. Se fossero date garanzie minime a tutti i lavoratori allora sarebbe superfluo elaborare 100 e più forme contrattuali per cercare di accontentare tutti rincorrendo il mercato e continuare a richiedere riduzioni del costo del lavoro. Alle elementari le insegnanti mi dicevano che la famiglia è il primo nucleo della società, ma in una famiglia, di solito, ci si aiuta l'un l'altro, non ci sono condizioni capestro o norme vessatorie; la società è fatta di persone non di numeri e non bisogna scordarlo mai. Saluti.
    • La redazione Rispondi
      Sono d'accordo con le sue osservazioni, soprattutto riguardo la rilevanza sociale della maternità. Condivido meno la sua idea che una riduzione della rigidità del mercato del lavoro non aiuti i giovani, oggi chiamati a fornire tutta la flessibilità presente nel mercato del lavoro. In un mercato meno rigido lei probabilmente non avrebbe un "posto fisso", ma grazie alle sue competenze saprebbe di poter trovare o cambiare lavoro. Il discorso figli è evidentemente lungo: molto c'è da fare in Italia, ben più di fornire € 800 per ogni nascituro. Vincenzo Galasso