Dopo i recenti sbarchi, e naufragi, sulle coste siciliane, si è molto discusso delle soluzioni ipotizzabili per “contrastare” l’immigrazione extracomunitaria. Ma è poi vero che gli immigrati sono sempre e solo un costo per l’economia e la società che li ospita? L’evidenza delle aree con piena occupazione, come quella della provincia di Brescia, sembra smentire questo luogo comune, confermando invece l’apporto vitale dell’immigrazione per gli equilibri del mercato del lavoro.

Gli sbarchi di immigrati clandestini, che normalmente si intensificano durante il periodo estivo, sono sembrati quest’anno particolarmente numerosi. Tanto che in qualche commento è stata paventata la possibilità che nel solo bacino del Mediteranneo arrivino nei prossimi anni milioni di immigrati.

Di fronte a questi scenari, la chiusura della “fortezza Europa”, con frontiere invalicabili intorno ai Paesi sviluppati, è una risposta razionale ed efficace, prima ancora che giusta sul piano etico? Non mancano analisi puntuali che ne dimostrano la costosità e la relativa inefficacia. (si veda Boeri-Spilimbergo, 12-09-2002)

La soluzione di lungo periodo spesso auspicata è una rapida crescita economica dei Paesi che originano i flussi di emigrati, da sostenere con politiche di aiuti internazionali allo sviluppo e con l’abolizione dei protezionismi ingiustificati (per esempio, la politica agricola della Ue).

Effetti veri e opinabili dell’immigrazione

Diversi studi, teorici ed empirici, hanno mostrato che importazioni e immigrazione sono spesso fenomeni sostitutivi l’uno dell’altro (si veda Faini, 02-12-2002): maggiori importazioni di beni ad alto contenuto di lavoro possono rendere meno impellenti le immigrazioni nei Paesi in cui il fattore lavoro è una risorsa scarsa. L’immigrazione tenderebbe quindi ad abbassare i salari dei lavoratori meno qualificati. Ma l’evidenza empirica dimostra che un simile effetto si verifica solo se la quota di immigrati sulla forza lavoro è particolarmente elevata.

D’altra parte, l’immigrazione può avere ricadute positive: se gli immigrati sono lavoratori giovani, contribuiscono positivamente alle finanze pubbliche del Paese che li ospita. Infine, l’effetto di contenimento dei livelli salariali si verifica soprattutto nel caso degli immigrati clandestini. Ma il problema, in questo caso, deriva dalla competizione tra lavoro regolare e irregolare: più che l’immigrazione, bisognerebbe allora contrastare l’economia sommersa nel suo complesso.

Tuttavia, il punto discriminante è un altro. Le analisi empiriche rilevano eventuali effetti di competizione tra immigrati e lavoratori autoctoni solo perché non cercano di “stimare in quale misura gli immigrati possono coprire posti di lavoro che nessun nazionale vorrebbe” (1). E invece questo è esattamente ciò che si verifica in molte situazioni concrete, anche nel nostro Paese.

Il caso dell’industria bresciana

Il caso dell’industria bresciana, peraltro simile a diverse altre realtà del Nord-Est italiano, è emblematico e consente di rispondere alla domanda cruciale: le immigrazioni sono solo un male da cui rifuggire cercando di individuare lo strumento di contenimento più efficace? Oppure sono un modo per preservare adeguati livelli di efficienza produttiva o addirittura mantenere attività economiche destinate altrimenti a scomparire o a essere delocalizzate in altri Paesi?

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Nella provincia di Brescia vi è virtualmente piena occupazione, con tassi di disoccupazione a livelli frizionali (poco più del 4 per cento) e tassi di attività in crescita soprattutto nella componente femminile. Se la domanda di lavoro dovesse espandersi nei prossimi anni a ritmi relativamente intensi, una volta superata la momentanea fase congiunturale negativa, un equilibrio nel mercato del lavoro si potrebbe determinare solo in due modi: o con un incremento eccezionale dei tassi di attività femminili (nel periodo 2000-05 da un minimo di 4 punti a un massimo di 7 punti percentuali). Oppure con flussi d’immigrazione stimati in almeno 5mila-6mila unità l’anno. (2)

La prima soluzione è poco realistica anche perché, se si tiene conto della qualità dei posti di lavoro oltre che del loro numero complessivo, implica una rapida trasformazione dell’apparato produttivo verso attività terziarie o a più alto valore aggiunto.

Sulla base di questi primi dati, è quindi evidente il ruolo essenziale giocato dall’immigrazione in un contesto di eccesso di domanda di lavoro, almeno in certi settori e per talune mansioni. Qualche altro dato può essere utile per caratterizzare meglio il fenomeno.

Nel 2001 la popolazione straniera in provincia di Brescia era già pari al 4,3 per cento del totale: un’incidenza quasi doppia di quella media nazionale e destinata a crescere di circa la metà alla conclusione della sanatoria in corso. La quota degli immigrati ha addirittura superato il 20 per cento sugli avviamenti totali, che misurano i flussi lordi in entrata nel mercato del lavoro.(3)

I due terzi delle imprese manifatturiere bresciane, incluse quelle di minori dimensioni (da 20 a 50 addetti), utilizzano lavoratori extracomunitari.

Il titolo di studio di questi è relativamente basso (il 41 per cento non ha alcun titolo di studio e il 59 per cento un titolo di scuola media inferiore); la posizione professionale più frequente è quella di operaio (generico nel 72 per cento dei casi e qualificato nel 20 per cento). L’incidenza dei lavoratori immigrati sulle assunzioni totali previste per il biennio 2002-03 era stimata pari al 40 per cento. Si tratta quindi di un fenomeno già rilevante, ma tendenzialmente in espansione.

Le imprese si dichiarano nel complesso soddisfatte del lavoro degli extracomunitari, di cui apprezzano l’impegno nello svolgimento di mansioni anche pesanti (sono occupati in larga parte nei settori metallurgico-siderurgico e meccanico) e la disponibilità all’apprendimento. Appositi percorsi formativi per elevare il capitale umano degli immigrati sembrano perciò essenziali non solo per favorire una loro piena integrazione nella società e per migliorare la loro collocazione nella scala sociale, ma anche per assecondare le trasformazioni dell’apparato produttivo, che nel lungo periodo dovrà puntare su produzioni o fasi necessariamente più elevate.

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La risposta cruciale

Ma estremamente significativa è la risposta alla domanda sui motivi del ricorso ai lavoratori extracomunitari. Ebbene, come prima scelta tra le risposte possibili, l’84 per cento delle aziende indica la non reperibilità di lavoratori nazionali, con punte del 100 per cento in alcuni settori (alimentare, calzaturiero, carta e stampa, maglie e calze, materiali da costruzione). Al contrario, la maggiore flessibilità degli immigrati su orario, organizzazione del lavoro, condizioni ambientali, non è ritenuta di primaria importanza.

Il caso dell’industria bresciana, che può essere facilmente esteso a diverse altre realtà industriali (e non) del Paese, illustra bene come gli immigrati siano spesso una risorsa: senza di loro, molte attività dovrebbero interrompersi, con ovvie ricadute negative sull’occupazione e sui redditi degli stessi lavoratori autoctoni. In altri ambiti, molte famiglie registrerebbero una caduta nel loro benessere: dovrebbero ad esempio rinunciare a servizi di assistenza sempre più essenziali, anche per i limiti del welfare pubblico.

Questa conclusione non è ovviamente in contrasto con un’efficace politica di regolarizzazione dei flussi in entrata, stabilendo però delle quote annue d’ingresso realistiche.

E sulla soluzione ottimale nel lungo periodo, siamo tutti d’accordo che la crescita e la convergenza economica dei Paesi d’origine sono obiettivi da realizzare, nel loro come nel nostro interesse: ma quanto lungo può essere questo periodo di transizione?

 

 

(1) G.J. Borjas, R.B. Freeman and L.F. Katz (1997), “How much do immigration and trade affect labor market outcomes”, Brookings Papers on Economic Activity, 1, 1-90, p. 3.

(2) Ricerca congiunta del Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Brescia e dell’Associazione industriale bresciana; vedi: E. Marelli e G. Tosini (a cura di) (2002), “Trasformazioni e tendenze del mercato del lavoro in provincia di Brescia”, Quaderni di Brescia & Impresa, n.4/2002. Anche gli altri dati riportati nell’articolo sono tratti da questo studio.

(3) Ossia gli iscritti alle liste di collocamento avviati al lavoro (dati forniti dall’Osservatorio provinciale sul mercato del lavoro).

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