Forte riduzione del numero dei reati, prometteva il “contratto con gli italiani”. Eppure la microcriminalità continua a godere di sostanziale impunità. Perché il poliziotto di quartiere non basta ad assicurare un’opera di prevenzione moderna. Il controllo del territorio deve essere integrato da una rielaborazione investigativa dei dati disponibili. La semplice informatizzazione delle denunce sarebbe già un buon inizio.

Sulla difesa dei cittadini e la prevenzione crimine, il programma elettorale della Casa delle libertà prevedeva “una forte riduzione del numero dei reati rispetto agli attuali 3 milioni”. La sua attuazione ha visto l’introduzione da quest’anno dei poliziotti di quartiere in molte città italiane, un maggiore impegno delle forze dell’ordine, peraltro assorbito in buona parte dalle minacce terroristiche, e la proposta costituzionale di attribuire alle Regioni la responsabilità della polizia locale. Il presidente Silvio Berlusconi ha più volte sottolineato con soddisfazione la diminuzione nel numero dei reati, un dato richiamato anche nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario dal procuratore generale della Cassazione Francesco Favara.

Microcriminalità e autori dei delitti

Se, con operazione spuria, aggiungiamo i dati di Favara (relativi al periodo luglio 2001-giugno 2002) a quelli annuali pubblicati dall’Istat per il 2002, otteniamo una tabella che ricostruisce così l’ultimo quinquennio.

Nella colonna centrale si può notare l’andamento altalenante del numero totale dei delitti per i quali è iniziata l’azione penale. È chiaro che, al momento della redazione del suo programma, la Casa delle libertà, disponeva solo dei dati statistici relativi al 1999 ed è altrettanto comprensibile che l’ex-ministro Enzo Bianco rivendichi al Governo precedente il merito dei decrementi del 2000 e del 2001.

A parte le schermaglie politiche – e con l’auspicio che prosegua la tendenza alla diminuzione – resta il dubbio sulla affidabilità dei dati. Dubbio determinato dal fenomeno delle mancate denuncie dei reati, con omissioni che secondo una indagine Istat del 1999 vanno dal 10 per cento per il furto di automobili al 98.8 per cento per il tentato stupro.

Se siamo in presenza di una propensione decrescente alla denuncia dei reati, il problema è serio: non solo perché c’è il rischio che le autorità preposte non conoscano l’incidenza effettiva della criminalità, ma soprattutto perché un simile comportamento rivelerebbe una grave sfiducia dei cittadini. Sarebbe importante che il ministero degli Interni effettuasse indagini periodiche sulla questione, come già avviene in Inghilterra.

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Più preoccupanti sono le percentuali riportate nella colonna destra della tabella sui reati rimasti d’autore ignoto: oscillano tra il 75 per cento e l’86 per cento. Queste percentuali sono ancor più elevate per la cosiddetta microcriminalità (furti, scippi, rapine, vandalismi, ecc.) che rappresenta in media il 65 per cento del totale dei delitti. In questi casi, gli “autori ignoti” superano talora il 90 per cento, e si può parlare di una vera e propria impunità, se si tiene conto dei dati riportati in uno studio del 2001: le condanne commutate in pene pecuniarie (un quarto del totale) vengono riscosse in meno del 4 per cento dei casi, mentre le pene detentive vengono eseguite nella metà dei casi, per l’assenza di informazioni tempestive sui precedenti giudiziari dell’imputato, cosicché la sospensione condizionale della pena viene concessa più delle due volte previste dalla legge. Questi dati giustificano in pieno l’allarme sociale suscitato dalla microcriminalità. Un allarme, definibile come domanda di sicurezza, che non riesce ancora a trovare una espressione politica adeguata e attenta ai risultati.

Prevenzione, la Cenerentola delle politiche di sicurezza

Sebbene sia definita “minore”, questa criminalità incide in maniera notevole per il suo violento interferire con la sfera individuale e per la sua estensione, che esprime e favorisce un clima di illegalità diffusa.

Può certo apparire “ragionevole” non investire risorse nella ricerca dei responsabili di reati minori: secondo il procuratore generale della Cassazione, “per taluni tipi di reati, come il furto dei veicoli, le indagini non vengono neppure iniziate”. Tuttavia, resta il fatto che solo una adeguata probabilità di arresto, qualunque sia l’entità della pena, può costituire un deterrente efficace. Ma questa probabilità dipende da una attività di prevenzione modernamente intesa, l’unica in grado di ridurre l’impunità di cui da tempo gode di fatto la microcriminalità.

La deterrenza tradizionale, con i controlli visibili del territorio, deve allora essere integrata da una rielaborazione investigativa dei dati relativi a una pluralità di “piccoli” reati, nella maggioranza dei casi riconducibili a un numero limitato di “esperti” nel ramo.

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Tutto ciò non vuole essere una critica al “poliziotto di quartiere”- soluzione in voga negli Stati Uniti degli anni Sessanta e successivamente abbandonata a favore di altre politiche di prevenzione, quando cittadini e politici si sono accorti che la sicurezza non migliorava. Intende solo richiamare l’importanza di iniziative attive per costruire griglie informative in grado di inquadrare e dare significato a quelle che altrimenti rimarrebbero informazioni disperse e secondarie. E ciò attraverso l’elaborazione di routine degli indizi (impronte digitali nei furti di appartamento, studio degli stili di furto e dei percorsi di ricettazione, ecc.), l’individuazione dei “punti caldi”, la predisposizione di programmi specifici e di quanto altro suggerito dalla inventiva istituzionale nei paesi orientati in questa direzione sotto la pressione di una opinione pubblica attenta ai risultati, non certo a liste e quantità degli input impiegati.

D’altra parte, il fatto che le piccole riforme non siano superflue è confermato dal vantaggio informativo che si otterrebbe con la semplice standardizzazione e informatizzazione delle denunce. Informazioni dettagliate disponibili in rete non solo risponderebbero alle esigenze conoscitive di chi è preposto al contrasto della criminalità, ma permetterebbero anche di ragguagliare le vittime sull’esito delle indagini, incoraggiando la fiducia dei cittadini.

 

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