Le baruffe sui nomi per il rinnovo dei vertici delle tre società nate per gestire la liberalizzazione del settore elettrico rendono evidente un conflitto tra diritto di proprietà (del ministero dell’Economia) e potere di indirizzo strategico (del ministero delle Attività produttive). Da qui un’impasse che invece di essere risolta con una ridistribuzione dei pacchetti azionari, è affrontata come ai tempi delle partecipazioni statali, con il regime di prorogatio.

Le piccole cronache delle baruffe tra ministri in carica narrano di un conflitto tra il ministro dell’Economia (Giulio Tremonti) e quello delle Attività produttive (Antonio Marzano) sulla nomina dei vertici di tre importanti società per azioni deputate al governo di rilevanti comparti del settore elettrico. Qui non interessa entrare nello sgradevole gioco dei nomi che circolano, ma sottolineare che si tratta dei presidenti e degli amministratori delegati delle tre società per azioni denominate “Gestore della rete di trasmissione nazionale”, “Acquirente unico” e “Gestore del mercato elettrico”. Sono società, queste, che dalla fine degli anni Novanta dovrebbero concorrere a sostenere importanti processi di privatizzazione e di liberalizzazione del settore.

Tre società nate per la privatizzazione

Per meglio comprendere il ruolo delle tre società all’interno del più complesso problema della liberalizzazione del mercato elettrico, vale la pena ricordare almeno quanto è previsto dalla legislazione in atto, ma già in via di riforma:

a) le attività di produzione, importazione, esportazione, acquisto e vendita dell’energia elettrica sono libere, ma nel rispetto di alcuni obblighi di servizio pubblico. Si tratta, dunque, di mercati in “libertà vigilata”;

b) le attività di trasmissione e dispacciamento sono riservate allo Stato e attribuite in concessione a Gestore della rete di trasmissione nazionale, che assume la veste di società per azioni. La proprietà delle azioni è assegnata, a titolo gratuito, al ministero dell’Economia (Dm 21 gennaio 2000). I diritti dell’azionista, invece, sono esercitati d’intesa tra il ministro dell’Economia e il ministro delle Attività produttive: e qui nasce l’occasione delle baruffe. Si aggiunga che gli indirizzi strategici e operativi di Gestore della rete Spa, a loro volta, sono definiti dal solo ministro delle Attività produttive (Direttiva 21 gennaio 2000 del ministro dell’Industria per la Società Gestore della rete di trasmissione nazionale);

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c) Gestore della rete Spa ha costituito una società per azioni denominata “Acquirente unico” che stipula e gestisce contratti di fornitura al fine di garantire ai clienti vincolati (“clienti finali” non idonei a stipulare direttamente contratti di fornitura con produttori, distributori, grossisti e importatori di energia) parità di trattamento anche tariffario. Si può presumere che gli indirizzi strategici per questa società provengano dal ministro delle Attività produttive ancorché sia posseduta indirettamente dal ministro dell’Economia;

d) Gestore della rete Spa ha costituito anche una seconda società per azioni denominata “Gestore del mercato elettrico” (la cosiddetta. borsa elettrica) cui è affidata la futura gestione economica del mercato elettrico. Anche in questo caso, pare di scorgere conflitto tra i diritti di proprietà e poteri di indirizzi strategici dissociati dai diritti proprietari

Prorogatio al posto delle decisioni

In conclusione, il ministro dell’Economia è il proprietario di Gestore delle rete, che a sua volta possiede al cento per cento Acquirente unico e Gestore del mercato elettrico. Ma è un diritto di proprietà che deve essere gestito in condominio con il ministro delle Attività produttive, che può esercitare rilevanti poteri di indirizzo.

Un vero e proprio Kamasutra istituzionale a cui i ministri interessati dovrebbero porre rimedio, caso mai e se ritenuto opportuno, ridistribuendo i pacchetti azionari, affinché sia soddisfatta la vecchia massima che il soggetto che ha la proprietà deve anche disporre del diritto-dovere di gestire e, quindi, di nominare i vertici. Sarebbe un contributo non indifferente alla trasparenza delle responsabili decisioni dei poteri pubblici.

In assenza di ciò, come ai vecchi tempi delle partecipazioni statali, si ricorre al regime della prorogatio, facendo slittare in avanti nel tempo le assemblee societarie (costituite da un unico socio, il Tesoro, che controlla direttamente o indirettamente l’intera piramide societaria), con la patente violazione delle più importanti norme che regolano la vita delle società per azioni. I collegi sindacali non hanno niente da dire? Sarebbe troppo chiedere agli amministratori “decaduti” di dimettersi per scadenza del mandato? Se il “pubblico” temporeggia soccorra la responsabilità del “privato”.

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