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Per un’Europa responsabile

In alcuni ambiti come la politica estera non c’è alternativa al metodo comunitario. Perché anche se si applicasse il voto a maggioranza nessun Paese si sentirebbe responsabile delle decisioni comuni, con il rischio di far prevalere le scelte populiste su quelle realiste. E condannando così cittadini e Governi a una condizione di irrilevanza. Come ha dimostrato la guerra in Iraq.

Era inevitabile, trattandosi di Convenzione, che prevalesse una forma di saggezza …convenzionale: la grande generalità dei commenti alla bozza di Costituzione europea di Giscard critica la scelta di non applicare le votazioni a maggioranza in tutti gli ambiti di decisione comune. La saggezza convenzionale è così: tanto più è convenzionale, tanto meno è saggia. Spostare le argomentazioni degli europeisti sulla linea di difesa del voto a maggioranza è infatti una scelta autolesionista. È irrazionale trascurare che esistono ambiti di decisione in cui le decisioni intergovernative, sia all’unanimità sia a maggioranza, semplicemente non possono funzionare. In politica estera e in ambito di governo macroeconomico in un’area soggetta ad asimmetrie, non c’è alternativa al metodo comunitario.

Votare a maggioranza è attraente per un europeista perché implica la disponibilità dei singoli Paesi a essere messi in minoranza e quindi una significativa cessione di sovranità a favore dei partner. Ciò soddisfa inoltre tre esigenze: evita un sistema bloccato nella ricerca di un’impossibile unanimità; fa valere la volontà della maggioranza; rende possibile nella Convenzione un compromesso tra i difensori delle sovranità degli Stati e i sostenitori del ruolo europeo. Il voto a maggioranza tra i Governi europei è però inserito in un “gioco” tra tre “attori”: cittadini, governi nazionali, Bruxelles. Un gioco in cui la centralità non è dei cittadini, ma dei Governi e in cui vincoli e responsabilità finiscono per giocare intrinsecamente a sfavore di scelte europee comuni.

Irrilevanti, quindi irresponsabili

L’esempio della guerra in Iraq è molto chiaro. Quasi tutti i Paesi europei hanno preso posizioni nette, pro o contro il conflitto, e non hanno scelto strade di compromesso con i partner europei, perché quasi tutti erano in una condizione di irresponsabilità: né Schroeder, né Blair pensano di poter risolvere da soli il problema delle armi di distruzione di massa, né Chirac, né Aznar ritengono di poter decidere le sorti dei conflitti mediorientali. Le scelte di Paesi relativamente piccoli come quelli europei sul fare o non fare la guerra, non decidono affatto se una guerra sarà o non sarà fatta. In un certo senso, si tratta di scelte irrilevanti e quindi irresponsabili.

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I Governi nazionali, irresponsabili nei confronti dell’Europa e del mondo, sono invece responsabili nei confronti dei loro elettorati nazionali. Le opinioni pubbliche nazionali sono anch’esse in qualche modo irrilevanti: quelle belliciste non si arruolano in massa in eserciti combattenti e quelle pacifiste incidono tutt’al più su governi, come detto, irrilevanti.

Nei Paesi europei si crea così un margine per posizioni opportuniste dei Governi: possono essere pregiudizialmente bellicisti come quello spagnolo, o a priori pacifisti come quello tedesco, oppure navigare in una comoda ambiguità come ha fatto l’Italia, senza che ciò cambi molto la realtà.

Non sarebbe così se ogni cittadino e ogni Governo potessero uscire dalla condizione di irrilevanza: se dovessero assumersi realmente la responsabilità di decidere se la guerra si farà o no, le scelte sarebbero diverse, la rilevanza imporrebbe responsabilità e quest’ultima il realismo.

Ciò avverrebbe se l’Europa decidesse sul serio, come decidono gli Stati Uniti, con dimensioni tali da incidere sulla realtà. In questo caso il triangolo cittadini-governi nazionali-Europa non sarebbe più intrinsecamente anti-europeo. I Governi non sarebbero più responsabili solo nei confronti dei cittadini e irresponsabili nei confronti dell’Europa. Gli stessi cittadini non sarebbero più irresponsabili nei confronti della permanenza o meno al potere di Saddam Hussein e delle azioni di Al Qaeda, né della morte di bambini afghani o iracheni.

Voto a maggioranza e condivisione delle scelte

Ma non sarebbe allora sufficiente che i Governi votassero a maggioranza, in modo da assicurare comunque che l’Europa abbia una posizione comune? Purtroppo no. Votando a maggioranza ogni Stato si troverebbe in una situazione di irrilevanza simile a quella attuale, la propria scelta (semplificando un po’) peserebbe infatti solo per un venticinquesimo del voto comune.

Nessuno dei venticinque Stati della Ue si sentirebbe in tali condizioni davvero responsabile della scelta comune. Non ci sarebbe nessun incentivo a far prevalere posizioni realiste comuni e permarrebbe la tentazione di privilegiare posizioni populiste, permanendo come unica responsabilità dei Governi quella nei confronti della propria opinione pubblica.

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Dunque, non ci sono scorciatoie. Se la democrazia non è solo decisione ma responsabilità nei confronti dei cittadini, allora il voto a maggioranza sarà addirittura controproducente rispetto all’unanimità (di fronte alla quale un Paese che ponga il veto si assumerebbe una responsabilità chiara), anche se questa sarà certamente una scelta del tutto inadeguata rispetto a decisioni “comuni” controllate da un Parlamento, come negli Stati Uniti.

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sommario 17 giugno 2003

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Non basta riscoprire Delors

  1. M.R.

    Il voto a maggioranza sulla politica estera e di difesa sarebbe difficilmente sostenibile per un ulteriore motivo. Nella nuova Europa a 25, Francia e Germania sarebbero verosimilmente state messe in minoranza (per semplicità, guardiamo solo al numero degli Stati e non alle popolazioni e alla ponderazione dei voti) sulla questione irachena. Ma le loro opinioni pubbliche iper-pacifiste avrebbero accettato un proprio coinvolgimento nella guerra deciso da altri Paesi, nonostante l’opposizione del proprio? In pratica, si porrebbe in certe circostanze un problema di legittimazione democratica. Se non si vogliono questi problemi, assai gravi, non sarebbe opportuno cominciare a riflettere sull’eventualità che gli organi costituzionalmente preposti a decidere, tra l’altro, della pace e della guerra non siano più composti dall’assemblea degli esecutivi nazionali, ma vengano democraticamente eletti dai cittadini del continente? Grazie.

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