L’informazione articolata è un bene pubblico da tutelare, anche per il buon funzionamento dell’economia. In Italia, la ristrettezza del mercato e gli intrecci di interesse giustificano i dubbi di ingerenze della politica e degli affari sul mondo dei mass media. Ma una cultura dell’autonomia e dell’indipendenza può nascere solo dalla volontà dei protagonisti: politici, editori e giornalisti.

Il buon funzionamento di una economia presuppone un’informazione articolata, disponibile per tutti e indipendente dagli interessi. Questa esigenza era ben nota ai padri della teoria economica ed è stata rafforzata negli ultimi anni con riferimento sia alla politica economica (teorie delle aspettative razionali) che ai corretti funzionamenti dei mercati finanziari, tanto che l’informazione rappresenta ormai una variabile cruciale nelle analisi economiche.

Ciò ha prodotto, ad esempio, una legislazione sempre più puntuale sugli obblighi di trasparenza da parte di tutti coloro che operano sui mercati finanziari. I casi Enron negli Usa, Vivendi in Francia e, nel nostro piccolo, Cirio stanno a testimoniare come l’informazione rappresenti un bene pubblico da tutelare per evitare abusi e cattivi funzionamenti dei mercati che poi si riflettono negativamente sulla stessa evoluzione economica dei Paesi, con danni che coinvolgono la generalità degli operatori economici.

I molteplici intrecci italiani

Ma la corretta informazione non esiste in natura: è il prodotto di una moltitudine di norme e di attori, spesso anche in conflitto tra loro, che agiscono dentro un contesto generale che non deve penalizzare, ma anzi deve premiare l’autonomia di giudizio di chi fornisce informazione.

In Italia, un simile contesto stenta a manifestarsi sia per la ristrettezza oggettiva del mercato di riferimento che limita il numero degli attori, sia per la complicazione degli incroci di interessi che finiscono per rendere altamente permeabile l’ambiente dell’informazione al mondo degli affari e a quello della politica. In queste condizioni, diviene sempre legittimo il dubbio sull’ingerenza della politica e/o degli affari in ogni evento che caratterizza il mondo dell’informazione. Esempio recente, il caso del cambio di direzione al Corriere della Sera, dopo le dimissioni di Ferruccio de Bortoli che lo ha retto per sei anni, spesso contrastando con dignità le pressioni della politica.

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Un ruolo scomodo per definizione

Il ruolo dell’informazione non può che essere scomodo perché deve mettere in evidenza ciò che non va. Infatti, le cose che procedono regolarmente non possono fare notizia perché, in un Paese normale, dovrebbe essere normale che tutto funzioni come previsto. Invece, la politica e gli affari vorrebbero che si esaltasse essenzialmente ciò che normalmente funziona. Ma questo obiettivo, del tutto legittimo, appartiene più alla propaganda che all’informazione, sicché deve avere poco spazio nei media indipendenti.

Nella realtà è molto difficile far comprendere questa differenza a chi non la pratica come una cultura di base. Per oltre dieci anni, ho avuto la ventura di trovarmi nella parte dell‘editore come rappresentante di una associazione di interessi, la Confindustria, del consiglio di amministrazione del maggior giornale economico italiano, Il Sole 24Ore. Nella veste di vicepresidente di quel cda, ho ricevuto, con una alta frequenza, non solo le pressioni della politica, ma anche le lamentele degli associati che non condividevano come era stata riportata l’informazione relativa alla loro impresa, al loro settore o alle posizioni di Confindustria. Ho presto compreso che il valore di un giornale economico si misura proprio dal numero di lamentele che riceve e ho spesso espresso il parere che, se le lamentele fossero cessate, mi sarei dovuto preoccupare della validità del giornale. Ciò non è accaduto. Ma è stato necessario difendersi anche dallo zelo dei giornalisti che tendono a interpretare in anticipo quello che può interessare la proprietà, specie se questa ha un’influenza nella definizione delle loro carriere, ciò che personalmente ho sempre evitato. Altri conflitti di interesse sono apparsi: il giornale entrava in settori dell’editoria che facevano concorrenza ad associati (libri, manuali, testi scolastici, agenzie, radio, televisione, ecc.). La scelta è sempre stata quella di lasciare libero il giornale di crescere e, per rafforzarne l’autonomia, sono stati nominati amministratori indipendenti e per due volte, nel corso degli anni Novanta, è stata proposta la quotazione alla Borsa. Non si è mai arrivati fino in fondo per svariate resistenze, comprese quelle di chi temeva una concorrenza in casa.

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Se non basta la buona volontà

Questi riferimenti non vogliono testimoniare di nessun successo, ma vogliono mettere in evidenza come spesso non basti neppure la buona volontà per assicurare autonomia all’informazione. Né sono sufficienti leggi e regole strette per separare campi e settori.

Serve una cultura di autonomia che dovrebbe derivare dall’alto, al fine di evitare che i mezzi di informazione siano considerati strumenti al servizio dei propri obiettivi. Serve anche che gli editori si sforzino di non interferire con i mezzi di comunicazione di loro proprietà, lasciandoli liberi nell’ambito delle linee editoriali concordate, che andrebbero rese pubbliche. Aiuterebbe questa indipendenza la quotazione dei maggiori gruppi editoriali e la privatizzazione della Rai, con il mantenimento di un solo canale pubblico finanziato con il canone, come ha proposto Franco Debenedetti con i suoi emendamenti alla Legge Gasparri.

Serve, ovviamente, una categoria di giornalisti con la cultura dell’indipendenza, capaci, con la loro azione, di far rimpiangere eventuali forzature nei cambi di direzione.

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